Ruptures – Le fluttuazioni dell’identità e “La fine degli amori” di Claire Marin

Una volta, facendo un vaccino, il medico mi disse che, a suo avviso, la vita procedeva per progressive potature, per progressivi passaggi della potenza all’atto che facevano sì che le scelte possibili fossero sempre meno e il percorso esistenziale fosse sempre più determinato, sempre meno libero. Allora mi parve una visione forse angosciante, ma plausibile, anche se ritenevo di aver mantenuto una certa coerenza con me stesso nel corso del tempo. Alla fine dei miei anni di formazione, poi, lessi del dibattito sull’identità e scoprii che molti filosofi ritenevano invece che tutte le strade fossero sempre aperte, che la percezione di un percorso lineare che aveva condotto al punto preciso in cui eravamo non era che una confabulazione, un racconto della mente a se stessa per dare senso e stabilità al caos dei ricordi e delle percezioni. L’identità, scrivevano Ricoeur e lo psicologo McAdams, è un’identità narrativa, non è che un racconto che facciamo agli altri e a noi stessi, una restituzione di coerenza a posteriori al sogno della vita. Secondo i sociologi, poi, scoprii, l’identità dipendeva dal contesto sociale e relazionale, un po’ come sosteneva quel mio insegnante di teatro che diceva che non c’era niente da recitare, perché abbiamo in noi anche un assassino o un traditore, basta trovarsi nel giusto contesto con le giuste motivazioni.

Nel libro di Claire Marin, “La fine degli amori”, che in realtà in originale si intitola “Ruptures” e a ragion veduta, visto che non parla solo di distacchi affettivi, ho ritrovato molto di quelle pagine sul senso che diamo a noi stessi, delle osservazioni lette e sperimentate di come possiamo essere diversi stando con persone diverse, di come situazioni che ci riportano all’infanzia possano riprodurre in noi i vissuti che avevamo da bambini – come in questi giorni, in Abruzzo, in quella Balbec in minore dove ho trascorso le vacanze fin da piccolo e dove a volte mi sento come allora. Certo, è un libro che parla anche di come gli slittamenti dell’identità, siano essi legati a cambiamenti voluti o necessari per la fine di rapporti affettivi, possano fare male, ma leggerlo mi restituisce quel senso di libertà che le parole malinconiche del medico, allora, sembravano sottrarre. Siamo tutto quello che siamo stati, sembrano dire queste pagine, e saremo anche altro incontrando altre persone e vivendo altre situazioni. Certamente, siamo in parte vincolati dai percorsi esistenziali, ma possiamo in ogni momento scoprirci o inventarci diversi.

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