Assenze

A volte sembra
essenzialmente
che la strada sia fuggire
fuggire in una notte con Miles che suona
improvvisando
dimenticando gli accordi
scordando la vita.
Era agosto, “So what” nel giradischi in corridoio
mi parlavi di jazz nelle intercapedini delle stanze
e la sera guardavamo
Miles strafatto di coca negli anni Settanta
– forse davvero
volevamo improvvisare la vita
– sul tavolo rimanevano
le foto delle vacanze
i libri letti altrove
per immaginarsi altro.

Siamo tornati qui
l’odore della pioggia al mattino
le automobili incolonnate su viale Petrarca
e non c’è più tempo di leggere poesie
e non c’è più gioia per suonare jazz
e ci sembrava di aver smarrito tutto e invece
sappiamo la fatica della strada percorsa.
Sappiamo i bivi abbandonati, i volti lasciati ad attendere a Nasso
quelli fatti entrare nelle sere d’autunno
quando l’esuberanza dell’estate scolora nel tepore di stanze calde
negli alberi ingialliti
come le copertine dei vecchi dischi
nella libreria di mio padre
Black Sabbath, gli Stones,
Miles.

Ci accompagnano quieti
i ricordi che siamo
e non hanno posto le identità di ieri
i vestiti che ci aderivano addosso dal mare alla stazione
leggendo di lotta di classe mentre la vicina cantava
del suo Argo morente nella stanza del veterinario
senza vederla tornare per l’ultima volta.
Non hanno posto le identità di ieri
eppure siedono nei rimasugli della sera
accoccolate sulla finestra, vicino al focolare
mentre settembre uccide l’estate.

A volte
vorrei essere un ferroviere di Cuneo
a cantare canzoni per i treni in partenza
A volte
vorrei che tu fossi qui
che fosse dicembre
che i giorni che ci separano fossero al termine
A volte
vorrei guardare il tuo volto
come stanotte che la tua nave è smarrita
come stanotte che mi manchi
come stanotte che non ci sei.


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