Ho uno splendido ricordo dei miei anni di specializzazione, terminati da poco. Nelle stanze della clinica ci si passavano i libri di fenomenologia, gli articoli di Parnas e gli scritti di Koukopoulos, ci si consigliavano a vicenda i testi sacri del post-razionalismo e della psicoanalisi, riconoscendo affinità con alcune posizioni e maggiori difficoltà con altre. A lezione passavamo dallo studio dei recettori e della farmacocinetica alla visione dei documentari sulla chiusura dell’Ospedale Psichiatrico Provinciale di San Salvi e al racconto del lavoro nei servizi. Penso che senza quegli anni e senza quella ricchezza un po’ caotica e quella spinta costante a esplorare non mi sarei appassionato a questo lavoro.
In quegli anni, ricordo un libro di Piero Coppo, un’introduzione all’etnopsichiatria che mi permise di mettere un po’ di ordine nella molteplicità degli approcci. Coppo scriveva della necessità di rendersi conto dell’acqua in cui nuotiamo, di vedere la dimensione antropologica e culturale delle modalità di cura e quindi compresi – in modo talmente forte da farne l’oggetto della mia tesi di specializzazione – che dare un farmaco non significa solo fare una diagnosi e da essa trarre una prescrizione, bensì inserirsi in una dimensione ritualizzata della cura fatta di relazione, di una ricostruzione più o meno condivisa delle origini del disagio, di una condivisione di aspettative e metodi riguardo alla terapia. Questo metteva insieme un po’ tutto e mi permetteva di sentirmi molto meno scisso tra psicoterapia, farmacologia, modelli medici e territoriali. Coppo parlava dello psichiatra che, come lo sciamano o lo stregone, è in contatto con l’invisibile (l’invisibile dei recettori o l’invisibile del contesto sociale) e parlando con l’invisibile fa una diagnosi e dà una cura; vedendola in questo modo, anche i metodi apparentemente antitetici della psichiatria biologica e della salute mentale di comunità diventavano espressioni diverse di una stessa struttura di base in cui i pazienti convogliavano lo stesso dolore e le stesse aspettative, ansie, paure e gli psichiatri le stesse modalità ritualizzate di cura. Le letture successive di Fisher, Rovelli e Byung Chul-Han relative al rapporto tra la società contemporanea e il disagio individuale non hanno fatto che confermarmi in questa visione, così come le letture di Liotti e Safran e Muran sull’alleanza terapeutica e gli scritti di Calabrese sulla medicina narrativa.
Oggi, dopo un anno di lavoro in ASL, non so di preciso che lavoro faccio, sentendomi di volta in volta più psichiatra sociale, psicoterapeuta, psichiatra aderente a modelli biologici, anche in base al paziente che ho davanti e alla sua lettura del disturbo. So però che in ogni momento sto facendo la stessa cosa, ossia accogliere un dolore secondo una modalità ritualizzata dalla società.
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