Il silenzio grande parla di case e di lutti. Parla di come i luoghi si impregnino della presenza delle persone fino a diventare inscindibili dal ricordo, portando con sé storie che quasi sembra di poter smarrire lontano da quelle mura. E dunque lasciare una casa vuol dire anche in qualche modo separarsi dalle persone che vi hanno vissuto, lasciare che i morti abitino solo la memoria, con il rischio di smarrirli tra gli inganni dei ricordi, senza più poterli evocare nelle stanze in cui li abbiamo incontrati giorno dopo giorno, anno dopo anno.
I miei morti vivevano in una casa che non esiste più. Era vicino alla pineta davanti al mare, giù in Abruzzo, e nei sogni a volte la rivedo ancora lì, con gli occupanti di ieri ad attendermi oltre la porta di legno, oltre la scala di marmo che saliva al primo piano, che nell’infanzia era ricoperta da un tappeto rosso. Ora da qualche anno c’è un residence e solo la memoria e le foto mantengono l’immagine di quello che è stato, del balcone su cui correvo da bambino, della voce di mio nonno quando rientravo a casa, a Natale o in estate, dopo ore di viaggio arrivando da Firenze. Al piano terra, nel vecchio studio, scrissi poesie, un tempo, e in un altro tempo – avevo diciott’anni e l’entusiasmo di allora sembrava invadere il futuro prima di essere deluso da troppe tristezze – studiai Gadda su un libro universitario e mi dissi che in fondo il mondo non era così incomprensibile come pensava lui, ci doveva essere un modo semplice di spiegare tutto.
Poco prima che la vecchia casa venisse venduta, ci tornai con la mia compagna – dopo molti anni, di nuovo ero felice e di nuovo mi sembrava di poter ritrovare in quel luogo la felicità dei giorni d’infanzia, che troppo spesso, nelle estati buie dei miei vent’anni, era stata cancellata dalla solitudine che sentivo, dalla sensazione che le speranze dell’adolescenza fossero svanite definitivamente e che l’età adulta non fosse altro che un rassegnarsi alla tristezza, al lento evaporare di tutto quello che avevo sognato. Ci affacciammo sulla grande terrazza, come avevo fatto, bambino, con mio nonno, tempo addietro. Mi parve di aver chiuso un cerchio e di lasciare quella casa con la felicità che mi aveva dato un tempo.
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