Pellegrino va alla morte – Arsenio

Conobbi Arsenio all’inizio dell’estate. Il mondo di là partecipava allo scorrere dei giorni e delle stagioni, rifiutando solo di misurare le ore e i minuti, che non avevano senso per chi ormai non aveva più tempo per costruire un’esistenza. Gli unici a possedere un orologio erano i dirigenti del secondo piano del Ministero, che dovevano rispettare alcune scadenze riguardo al presentarsi precisamente in orario nei luoghi in cui erano avvenuti decessi violenti, ma per il resto misuravamo le ore con il sorgere e il calare del sole e le stagioni con il mutare della temperatura e con il fiorire e lo sfiorire della natura.

In estate, talora andavamo su una grande spiaggia poco lontano dal Ministero. Le case sembravano quelle del paese sul mare dove avevo trascorso i giorni della mia infanzia, ma forse era così un po’ per tutti, ognuno costruiva tale luogo con le proprie memorie felici, popolandolo di volti, strade e venti che mantenevano il calore di quanto di sereno vi era stato in vita. A me sembrava di vedere la casa di mio nonno, al di là della ferrovia, le sue pareti ricurve, le grandi finestre tonde che si aprivano sulle scalinate interne, i balconi protesi verso il mare dove una volta, da bambino, ero caduto riportando una cicatrice sul labbro inferiore; non vi ero però ancora andato, perché troppo grande sarebbe stato il dolore di vederla svanire come un sogno all’alba al mio approssimarsi, oppure di entrarvi e non trovarci nessuno di coloro che la abitavano nei miei ricordi.

Era, dicevo, un giorno d’estate. La notte aveva portato burrasca e la spiaggia era in gran parte umida, con tronchi sparsi qua e là in attesa di essere spazzati via dall’alzarsi pomeridiano della marea. Arsenio sedeva solo, su una sedia di plastica sotto un grande ombrellone, i capelli lunghi lievemente mossi dal vento del mattino. Di lui sapevo che era giunto da poco, le voci dell’Alveare dicevano che fosse un poeta e che in un mattino di primavera avesse deciso che in fondo andava bene così e si fosse ucciso. Il compagno Anatolij, che abitava nella stanza vicina alla mia, sosteneva che non ci fosse traccia di lui sui giornali, segno, a suo avviso, dell’indifferenza della società capitalista per l’arte. Si era stabilito nell’Alveare accettando il discorso standard del doganiere sul periodo di ristrettezze, sulla tensione sociale eccetera eccetera e trascorreva le giornate prevalentemente solo, ignorando sia il soviet trozkista dell’ala est, che le attività ricreative gestite dalla signora Franca nel corridoio F, che andavano dai gruppi di sensibilizzazione sulla questione femminile in Iran organizzati da alcune attiviste morte durante la repressione delle rivolte studentesche al corso per la pasta fatta in casa. A volte, a sera, lo vedevamo sulla grande terrazza al primo piano mentre guardava il sole scendere cantando a bassa voce accompagnandosi con una chitarra scordata. A volte lo raggiungeva Amaya, morta a vent’anni nella difesa di Barcellona contro le truppe franchiste; cercava, sera dopo sera, di insegnargli El paso del Ebro, ma Arsenio non pareva particolarmente ricettivo forse per ragioni politiche, come sospettava il compagno Anatolij, forse perché troppo impegnato a dare voce a un dolore individuale per cantare di una lotta collettiva. Ma quale fosse il suo dolore non lo sapevamo – una donna, diceva Amaya, che sosteneva di aver letto nei suoi occhi nei momenti di vicinanza la tristezza per un amore perduto – l’insoddisfazione dell’artista nella società contemporanea sosteneva Anatolij mentre si metteva la pomata sui baffi nella sala comune al mattino prima della colazione. A me sembravano entrambe letture alquanto semplicistiche, che niente dicevano della storia di un uomo che conoscevamo solo per frasi riferite, per frammenti, per supposizioni sulla base del suo comportamento o del suo aspetto.

Quella mattina d’estate Arsenio era seduto, sulla chitarra suonava gli accordi iniziali di “Via del campo”, senza però risolversi a iniziare a cantare. Poco distante, Anatolij e alcuni suoi compagni con grandi cappelli di paglia mangiavano un gelato commentando un telegiornale russo in cui si potevano osservare carri armati e spezzoni di discorsi di Putin, mentre Amaya leggeva Garcia Lorca con un suo compagno del POUM venuto da chissà dove per incontrarla. Mi avvicinai e mi sedetti accanto a lui, che mi guardò sorpreso, smettendo di suonare.

“Continua pure – gli dissi – mi piaceva quello che stavi suonando, non ti preoccupare per me.”

Continuò a guardarmi, non saprei dire se in modo curioso o infastidito, posando la chitarra sulle ginocchia.

“Sei l’argomento di conversazione preferito del trentunesimo piano, sai? Perfino i trozkisti non fanno che parlare di te, Anatolij è una specie di esperto in materia, è quasi più interessato a te che alle tristi sorti della rivoluzione.”

Nel silenzio, il mare si infrangeva sulla riva. Amaya e il suo compagno del POUM si incamminavano verso l’orizzonte parlando fitto. Arsenio mi guardava senza rispondere.

“Mi piace qui – gli dissi – mi ricorda le estati dell’infanzia e forse è questo che la mia mente costruisce in questo luogo. Tutto sembra identico al ricordo che ho di allora, il mare, la pineta che si estende fino alla ferrovia, le villette bianche sulla strada principale. Solo le persone sono diverse, la spiaggia sembra più vuota, come se non esistessimo che noi, noi che veniamo dal trentunesimo piano e i nostri sporadici conoscenti, come nel caso dell’amico di Amaya”

“È un paese morto. È tutto morto, qui”

Era la prima volta che sentivo Arsenio parlare. La sua voce profonda mi colpì con la sua decisione; quando tacque, attesi in silenzio, fino a che non si decise a riprendere.

“Questo posto è fatto dai nostri sogni, non può avere la concretezza della realtà. Tutto quello che esiste, in questo luogo senza tempo, siamo noi con le nostre storie. Raccontando, possiamo rendere tutto reale, possiamo toccare i nostri morti e i nostri ricordi, ma ci limitiamo a rievocare qualcosa che non è più, ad attualizzare un rimpianto.”

Posò la chitarra per terra e tornò a fissarmi.

“Quando mi sono ucciso, speravo nel nulla. Nell’annientamento perenne che spegne ogni pensiero, ogni ricordo, ogni dolore. Speravo di rendere il mio passaggio sulla Terra un semplice scherzo del destino, un foglio di carta destinato a bruciare di cui nessuno avrebbe mai conosciuto l’esistenza. Volevo l’oblio, come se non fossi mai esistito. Invece mi ritrovo qui, con i miei ricordi da cui non posso fuggire, con la prospettiva di rimanere bloccato in eterno sul pensiero di ciò che non è stato, di ciò che avrebbe potuto essere e non è accaduto. Non era quello che speravo e la soluzione che propongono i signori del Ministero è quella di entrare nel programma nascite, di crearsi una vita nuova, nuove possibilità, nuove opportunità – in realtà, dico io, si tratta solo di nuove sofferenze.”

Abbassò gli occhi verso il mare, lasciandoli scivolare in lontananza, verso una barca che veleggiava verso l’orizzonte, oltre i gabbiani pigramente accoccolati sulle onde.

Gli dissi: “Sai, molti qui hanno un dolore. Il mio è piccolo, ho concluso una vita in cui non ho fatto niente se non coltivare ricordi e illusioni, ma Anatolij ha perso la sua rivoluzione e il no pasarán di Amaya è svanito nell’assedio di Barcellona. Forse è per questo che abbiamo tutti accettato di stare al trentunesimo piano senza ricercare i luoghi in cui sono i nostri familiari, non per disponibilità, ma perché lontano da tutto è più semplice coltivare il dolore.”

“Il dolore non si coltiva, si spegne. E, soprattutto ora, non ha più senso. L’Unione Sovietica è caduta, così come il franchismo, tutti i dolori che le persone di cui parli hanno sono dolori anacronistici, specchi di un tempo che non esiste più. E dunque, perché coltivarli?

Sai, ora è estate. Mi parlavi di ricordi, io ti parlerò di colori. Una volta, l’estate per me aveva tutti i colori, il giallo della sabbia, l’azzurro del mare e del cielo, il verde degli alberi sotto cui cercavamo riparo correndo al pomeriggio. Il nero della notte in cui ci fermavamo a guardare le stelle, il rosso delle divise dei bagnini abbandonate ad asciugare.
Un giorno divenne tutto grigio. Forse in modo comprensibile – mettici quello che vuoi, la congiuntura economica, le prospettive diverse da quelle che avevo sognato, forse qualche delusione, tutto possibile, ma d’improvviso i colori non esistevano più. Era grigio il mare, grigia la spiaggia, grigi gli alberi. Era grigia l’estate, come l’autunno e l’inverno e la primavera non riportava la speranza. Non c’era più un luogo a cui tornare per essere felici, né una terra verso cui dirigersi per cercare la serenità. Le emozioni giungevano quasi ovattate, come se venissero da un mondo lontano, e sentivo solo, a tratti, in sottofondo, la malinconia di Zweig e Werfel per l’Impero caduto.

È lì che tutto si è fermato. Nel sentirsi, estate dopo estate, fermi alla stazione della vita, in attesa del giorno in cui sarebbe arrivato il treno giusto, in cui sarebbe tornata la luce, in cui il grigiore sarebbe scomparso. Nel leggere nelle poesie il silenzio del proprio cuore e nello scrivere null’altro che gli echi dei giorni andati, senza costruire nuovi ricordi a cui potersi aggrappare.

È così che il mondo finisce, non con uno schianto, ma con un lamento, come scrive Eliot.”

Prese la chitarra e si alzò. Prima di andarsene tese la mano: “Comunque, sono Arsenio.” Sorrise debolmente. Nei giorni successivi, all’ora della colazione, venne spesso vicino a me, ascoltando in silenzio le comunicazioni di Anatolij sulla guerra russo-ucraina.

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