Ismail Kadaré e la lettura adulta

Ismail Kadaré è morto, questo scrivono i giornali. Nel guardare la sua foto, scopro di non aver mai visto il suo volto – negli anni in cui lo leggevo, ancora non cercavo di assegnare ad ogni nome di autore un viso, a ogni viso una voce. Ho ancora sullo scaffale dietro il letto quel libro che comprai intorno al 2012, Il mostro, di cui ricordo degli sprazzi delle immagini che mi evocò allora, che parlavano di una Tirana notturna, piena di studenti, negli anni in cui il regime comunista albanese era in rotta di collisione con l’Unione Sovietica. Non saprei dire ora di cosa parlasse – era uno di quei libri “atmosferici”, che lasciano dietro di sé frammenti di emozioni, di costruzioni dell’immaginazione, senza che poi sia possibile senza aiuto ricostruirne la trama. Ricordo che ne rimasi affascinato – erano gli anni in cui pensavo che la mia esplorazione letteraria fosse giunta al termine, che, una volta finita con gli anni del liceo l’esplorazione dei classici (Proust, i Russi, Gadda, Stendhal), niente mi avrebbe più colpito con quell’intensità, niente mi avrebbe più introdotto a un mondo da esplorare leggendo e rileggendo e tutto mi sarebbe giunto con l’emotività sbiadita che già iniziavo a provare e che avrebbe poi colorato i miei anni bui. Quel libro mi restituì la certezza che avrei sempre trovato, forse dopo aver cercato lungamente, forse nello scaffale lontano di una libreria esplorata un sabato pomeriggio estivo in cui mi ero immerso da solo, forse nelle pagine di un autore albanese per me ancora sconosciuto, l’entusiasmo per la lettura, il desiderio di scoprire sempre di più su uno scrittore, la consapevolezza che la letteratura poteva aprire uno squarcio su realtà a me non note, facendomi appassionare ad esse.

Dopo Kadaré vennero altri, venne Murakami, venne Mutis, venne Izzo. Eppure, in questa sera in cui ne apprendo la morte, è come se sentissi il dovere di ringraziarlo per avermi fatto transitare dalla lettura scolastica alla lettura adulta. Al liceo, infatti, leggevo i libri che andavano letti, quelli che il professore consigliava o che il manuale di letteratura citava per frammenti e tutto era chiaro: quello che era nel manuale o nelle parole del professore andava letto e ricordato, il resto poteva essere trascurato. Kadaré mi fece comprendere che potevo scoprire la bellezza in libri mai sentiti, scoperti per caso, di cui nessun professore e nessun manuale avevano mai parlato. In libri che erano parte del mio cammino e non degli obblighi formativi di una generazione, che sarebbero rimasti legati all’irregolarità della mia vita, associandosi a un momento, a un luogo, a un racconto. E dunque stasera, apprendendone la morte, lo ricordo con un po’ di tristezza e con un po’ di affetto.

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