Generazione D – la depressione e la sofferenza psichica come collante generazionale

Alla fine della lotta di classe, c’è una stanza di media grandezza, a volte con un tavolo e due sedie, a volte solo con alcune poltrone, forse un divano, a seconda delle preferenze dell’occupante. All’interno, si può trovare uno psichiatra che prescrive farmaci, uno psicoterapeuta che ascolta e cerca di costruire discorsi e disponibilità ad esperienze, oppure una figura ibrida, che si districa tra chimica e parole con una disinvoltura che dipende dalla capacità di fondere modelli teorici o di ignorarli al momento opportuno. Alla fine della lotta di classe, negli anni Novanta, c’era un capitalismo trionfante che, con Fukuyama, proclamava la fine della storia e le magnifiche sorti e progressive dell’umanità: la società atomizzata creata da Thatcher e Reagan, in cui i legami interpersonali basati sulla comunanza di interessi economici o di classe sociale erano fortemente scoraggiati in favore di una competizione in cui ogni uomo fosse hobbesianamente pronto a distruggere il proprio vicino, prometteva a ciascuno il successo nella lotta darwiniana per la ricchezza e i rischi erano pochi dato che, si diceva, il benessere dell’happy few avrebbe avuto ripercussioni positive sul futuro.

Sono nato nel 1991. Il capitalismo era come l’universo: in espansione. Il futuro era nelle mie mani e i sogni di una generazione nata nell’era del trionfo della democrazia e del crollo delle dittature dell’Europa dell’Est promettevano un ulteriore miglioramento delle condizioni di vita, che si sarebbe progressivamente esteso a tutta l’umanità. La realtà ha poi dato risposte diverse, portando me e chi è nato nei miei stessi anni ad attraversare crisi economiche e una pandemia e minando progressivamente la nostra idea del futuro, complici anche le previsioni non rosee sul surriscaldamento globale. E dunque la generazione che doveva crescere nella democrazia e nel benessere, la generazione che doveva vivere la fine della storia si trova ad assistere a un fallimento dei propri sogni fatto di precariato e lavoro sottopagato e a non poter neanche immaginare un miglioramento, dato che l’immagine degli anni a venire è ipotecata da tempo dalla categoria dell’Apocalisse, sia essa l’Apocalisse climatica, l’Apocalisse economica o quella pandemica. Il mondo, insomma, non procede più verso il futuro ma verso la fine.
In questo contesto, la risposta che il modello sociale atomizzato consente è individuale: la protesta del singolo contro il lavoro si traduce in un sottrarsi in misura maggiore o minore al ciclo produttivo, dimettendosi o limitando al minimo contrattuale la propria attività, anziché in una lotta collettiva (sindacale o politica); allo stesso modo, la sofferenza individuale per le condizioni di vita e lavorative determina non un tentativo di agire sul sistema che le produce (anche qui, utilizzando la partecipazione a organizzazioni politiche o sindacali per produrre dei cambiamenti), bensì a una ricerca di una cura per avere un sollievo dal malessere. E tale cura viene fornita dalla psichiatria e dalla psicoterapia.

Incontrando i miei coetanei o persone poco più piccole o grandi di me, spesso si parla di depressione o di altri disturbi psichici e spesso si parla di farmaci o di psicoterapie. Molti, in un frangente della loro vita, sembrano incontrare ansie paralizzanti, anni di tristezza o di apatia, oppure difficoltà nell’alimentazione o nella regolazione emotiva, al punto che il collante generazionale, l’esperienza cardine che caratterizza i nati in un certo periodo e che per i nostri genitori era stata rappresentata dalla contestazione del Settantasette, per i loro fratelli maggiori dal Sessantotto e per i nostri nonni dalla ricostruzione nel dopoguerra se non dalla guerra stessa, per noi è la sofferenza psichica e la conseguente frequentazione, quando si riesce a chiedere aiuto, di un professionista della salute mentale. Siamo una generazione sofferente e in cura, una generazione che, privata dalla società degli strumenti per trasformare la realtà, non può far altro che cercare supporto in centinaia di stanze di terapia, dove altrettanti professionisti cercheranno di fornire loro degli strumenti per reggere meglio l’urto dell’esistenza.

Eppure, da professionista della salute mentale, mi chiedo: è giusto curare una generazione? È giusto che questa nostra generazione D, questa generazione che convive con un ubiquitario dolore mentale che prende poi strade psicopatologiche diverse, ma che origina spesso da una difficoltà di adattamento a una realtà che unisce in parti diseguali perdita di legami, lavoro sfruttato e sottopagato e perdita del futuro sia condannata a cercare di “funzionare meglio”, secondo la dicitura riportata nei manuali psicologici e psichiatrici, anziché porre in questione radicalmente un sistema che evidentemente non è adatto all’umano, come prova anche l’esplosione dell’utilizzo di cocaina e psicostimolanti per reggere ritmi produttivi e di studio spesso folli? Le emozioni hanno la funzione di sentinella del nostro benessere: la tristezza segnala la perdita di ciò che è importante per noi, l’ansia il pericolo nel futuro, il disgusto il rischio di infezione, la rabbia l’ostacolo ai nostri obiettivi, la gioia il raggiungimento di ciò che vogliamo. Dunque, è davvero funzionale un percorso di cura volto esclusivamente a spegnerle, come vorrebbero certi modelli psichiatrici volti a una lettura biologica dei disturbi mentali o le psicoterapie cognitivo-comportamentali standard? E, anche qualora il curante riesca a ricostruire il valore informativo dell’emozione e del sintomo, spingendo il singolo a compiere delle trasformazioni della propria vita in modo coerente con quanto emerso, davvero la risposta individuale è la più corretta per un disagio generazionale?

Forse il primo passaggio è proprio riconoscersi come generazione. Siamo la generazione D. Siamo o siamo stati ansiosi, depressi, borderline, isolati nelle nostre stanze o alle prese con i nostri disturbi alimentari. Ci trovate nelle sale d’attesa dei CSM, davanti alle porte degli psicoterapeuti più o meno alla moda, di fronte ai video che cercano di fornire strumenti per affrontare la sofferenza. Non abbiamo altro passato che il nostro – non abbiamo in dote una storia collettiva da raccontare – non abbiamo altro futuro che l’Apocalisse – sia essa climatica, pandemica, militare o economica. Almeno, per iniziare, guardateci, non per dire, come sempre, che siamo “choosy”, viziati, poco abituati alla fatica, ma per scrutare nel profondo della nostra sofferenza. Sarà poi compito nostro trasformare la sofferenza in rabbia e tornare a combattere.

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