
“L’esilio è un duro lavoro”, recita un’opera vista alla Biennale di Venezia in una domenica di luglio passata ad attraversare i racconti di identità migranti, siano esse quelle dei sans papier di cui in una stanza si percorrono le traiettorie sulle strade d’Europa e d’Africa, siano esse le voci e i volti di chi si trova ad essere straniero in patria per via del suo orientamento sessuale o della sua identità di genere o per via della sua appartenenza a una minoranza. “L’esilio è un duro lavoro”, recita la scritta e nello zootropio ricreato nella seconda stanza i video presentano le storie di un’umanità sconfitta, di prove di resistenza presenti o passate, e improvvisamente l’esilio sembra riguardare tutti, perché è impossibile non ritrovarsi almeno in un frammento delle vicende raccontate, non riconoscersi parte di quella moltitudine destinata a sentirsi sempre altrove, sempre straniera in terra straniera.
Questi anni inquieti costruiscono identità in esilio, forse perché, avendo perso le prospettive di mutare radicalmente il reale, la propria identità rimane l’ultimo ambito di invenzione e sperimentazione, oltre che l’unico modo di trovare delle potenziali alleanze di lotta. L’”Io sono” scoperto a fatica immergendosi nelle profondità della propria storia fornisce una direzione in cui andare, delle battaglie da combattere, delle persone da considerare alleati e altre da ritenere nemici. Dunque, se un tempo erano le comunanze di classe a portare l’organizzazione, oggi sono le identità a spingere a unirsi e, talora, condurre delle battaglie – siano esse le identità queer che consentono di lottare per dei diritti, siano esse le identità di gruppi etnici che si riconoscono un patrimonio di pratiche comuni da dover preservare rispetto alle pressioni esterne all’uniformità. Trovare il modo di raccontarsi è dunque anche scoprire un orizzonte di resistenza dopo la fine della lotta di classe e in questo modo la costruzione consapevole di un’identità narrativa diviene uno strumento prezioso. Mi viene in mente Svevo, che nelle bozze del suo ultimo romanzo incompiuto, Il vecchione, parlava della scrittura come un esercizio di pulizia, che in futuro sarebbe stato effettuato da tutti. Ecco, penso che la scrittura o il racconto di sé attraverso altre forme, come quelle artistiche viste alla Biennale, dovrebbero essere effettivamente pratiche diffuse a tutti: infatti, in un mondo atomizzato in cui le cause per cui lottare sono infinite e la possibilità di trovare spontaneamente accanto a sé delle persone che aiutino a individuare le lotte rilevanti per sé molto poche, diversamente dal mondo novecentesco, dove le scelte da fare erano prevalentemente politiche e vi erano partiti e sindacati a indicare battaglie e obiettivi, l’unico orientamento può venire dall’interiore homini agostiniano, dall’introspezione e dalla riflessione sulla propria identità e sul rapporto di questa con la società. Nelle fratture tra identità e società, tra il proprio modo di raccontarsi e la maggiore o minore accoglienza che questo riceve nel racconto che la società fa di se stessa, si possono generare le spinte a unirsi ad altri, a cercare un cambiamento che, seppur limitato a un ambito, può comunque inserirsi in una più ampia messa in discussione dei rapporti di potere ed economici, riconoscendo infine, come recita un’altra opera esposta, che “nessuno è illegale nel mondo”.
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