Barcellona, 26 luglio 2024


Sono venuto a Barcellona alla ricerca di memorie e di radici. Forse è per questo che il mio sguardo tende a cogliere in ciò che esploro l’altrui desiderio di trovare un fondamento, un porto a cui tornare. Al museo Picasso, sembra di poter seguire l’erranza inquieta del giovane Pablo tra le vie di Barcellona, di cui rappresentava degli scorci con uno stile impressionistico vicino a quello dei Macchiaioli e sicuramente diverso dal rigoroso realismo che permeava i contemporanei dipinti realizzati per il suo percorso accademico. Tra le immagini di finestre aperte e chiuse, tra i paesaggi fatti di piccoli gruppi di case e i personaggi, spesso marginali, rappresentati senza volto o deformati nel loro vagare per una Barcellona colorata talora con delle tinte accese che ricordano l’espressionismo di Kirchner, mi sembra di intravedere un desiderio di radicarsi, di prendere contatto con il luogo attraverso l’arte per sentirlo un po’ più proprio. La realizzazione dell’insegna per il caffé Els Quatre Gats non fa che confermare la mia impressione di un Picasso che progressivamente cercava di immergersi nel tessuto di una città in cui non era nato, ma in cui aveva vissuto anni di formazione e di progressivo avvicinamento alle avanguardie artistiche.


Miró scriveva del suo legame con il paese di Mont-roig e realizzava sculture con gli oggetti quotidiani che vi trovava, oltre a dipingere su un sacco utilizzato per la vendemmia vendutogli da un contadino perché “inservibile”. Il luogo entra così nella sua rappresentazione artistica e la materia che ne proviene, pur trasfigurata, sembra rimandare all’idea che qualsiasi produzione dell’umano, anche se tende all’astrazione e alla decostruzione della tradizione come nel caso delle opere di Miró, ha comunque una terra da cui nasce, una polvere calcata dalle scarpe dell’autore, degli uomini incontrati ogni giorno in una quotidianità forse grigia, ma che fornisce un ancoraggio, un senso di appartenenza a una storia collettiva.
Ho letto che a molti scrittori, nel corso della loro vita, è stato dato il consiglio di scrivere quello che vedevano. Di aprire la loro finestra e raccontare il mondo che vi scorreva davanti, adottando la completa aderenza alla realtà, al luogo di origine o di vita, a delle radici percepite o immaginate come presupposto per poter realizzare qualcosa di valido. Mi sono sempre chiesto, di fronte a questi suggerimenti, dove finisse la fantasia, la capacità umana di trasfigurare la realtà rendendola qualcosa d’altro, dove finissero le metafore, dove finisse la possibilità di narrare il proprio mondo parlando apparentemente d’altro, come i Luther Blissett di Q, che raccontavano il Sessantotto e i suoi corollari parlando apparentemente della riforma luterana e delle successive guerre di religione. E al contempo mi sono domandato come porre un argine alla fantasia, come impedire al viaggio immaginario di divenire divertissement, pura evasione senza più alcun legame con il mondo sensibile e con le sue difficoltà, le sue tensioni, le sue lotte. Forse Picasso e Miró rispondono anche a questo, a come unire un riferimento al mondo reale e alle sue tensioni (Miró dedica anche un quadro come La speranza del condannato a morte, dove pochi tratti su fondo bianco tendono all’astrazione assoluta, a un tema vivo e presente come l’esecuzione di Puig Antich) alla possibilità di dare spazio alla ricerca espressiva e alla fantasia. Rispondono al quesito su come non distanziarsi dalle proprie radici, dal proprio sguardo sul mondo, pur non rispondendo a un realismo completo, pur dandosi la possibilità di immaginare e trasfigurare – come nelle litografie che Miró realizzò dopo la guerra civile, in cui personaggi immaginari con denti aguzzi evocano la repressione franchista.


La sera che scorre via porta con sé le parole di Guccini, i suoi interrogativi espressi in Radici che sembrano rispecchiare i miei, divisi tra le illusioni di poter avere risposte ritrovando le proprie radici e la comprensione che gli interrogativi non possono che trovare soluzione altrove: è inutile cercare le parole/La pietra antica non emette suono/O parla come il mondo e come il sole/Parole troppo grandi per un uomo. Mi chiedo se al silenzio delle radici e dell’oggi, all’impossibilità di raccontare semplicemente quello che si vede dalla finestra, possano dare risposte gli autori di ieri, che nella trasfigurazione della realtà trovavano la verità.
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