Barcellona, 25-28 luglio 2024

I miei giorni a Barcellona iniziano e finiscono sul Mediterraneo. Ho passeggiato sul lungomare appena giunto in città e ora saluto questo poco tempo trascorso in compagnia di pittori d’avanguardia e architetti modernisti sulla spiaggia della Barceloneta, guardando i bagnanti affastellarsi sulla sabbia sfuggendo ai venditori di ombrelloni che imperversano sulle assi di legno poco lontano nel sole caldo del primo pomeriggio.



Eppure, penso, il Mediterraneo è stato un compagno costante in queste giornate barcellonesi. L’ho ritrovato a Casa Battló, nelle finestre ovalari che richiamano quelle delle navi e nell’azzurro che rimanda al colore del mare. L’ho ritrovato nella luce della Sagrada Familia, più calda verso ovest dove il sole tramonta, più fredda a est in direzione dell’alba. L’ho intravisto alla Pedrera, nelle sue scalinate rivestite di azzurro e verde e nelle onde della sua facciata e nel Parc Güell, che mi rimanda ai giardini dell’Alcázar, visti a Siviglia alcuni anni fa. Dalla piazza della Natura, sopra la sala ipostila, al Parc Güell, si vede il mare e il mosaico che ne ricopre il parapetto ondulato sembra in continuità con l’acqua lontana, riflettendone le oscillazioni e il rifrangersi della luce sulla sua superficie.


Arrivando a Barcellona in cerca di Gaudí, immaginavo di trovare soprattutto il senso di sorpresa, la meraviglia per le forme e i colori estrosi, la sensazione del bambino che vede qualcosa di completamente diverso da ciò a cui è abituato e rimane lì a far correre l’immaginazione e a lasciarsi invadere da ciò che sta osservando. Quella sensazione c’è stata: è emersa al comparire della Sagrada Familia dietro una svolta della strada, vedendo la facciata della Natività culminare nell’albero della vita e la frutta colorata svettare sui pinnacoli, l’ho avvertita di fronte alle costruzioni deformate, quasi surreali e oniriche, che sembrano accogliere il visitatore del Parc Güell come due guardiani alle porte di un sogno, quando la realtà inizia a cadere e tutto diviene possibile. E la stessa meraviglia dei sogni, quando la continuità dell’esperienza si interrompe e lascia spazio a qualcosa di totalmente altro, di totalmente inaspettato, si è presentata all’emergere dalla fila di edifici del Paseig de Grácia del profilo di casa Batlló, della facciata azzurra che sembrava provenire da uno di quei quadri di Dalí in cui lo scarto dalla realtà proviene dalla liquefazione delle immagini ordinarie, dalla loro collocazione fuori posto, dalla strutturazione sopra di esse di elementi irreali. Dunque, il sogno e la meraviglia hanno effettivamente fatto parte di questi giorni, forse un po’ mitigati dalla collocazione urbana delle opere architettoniche che impedisce di strutturarvi compiutamente intorno fantasie oniriche da quadro surrealista – le auto che corrono sul Paseig de Grácia o sulla piazza Gaudí stabiliscono una continuità con la realtà difficile da destrutturare. Eppure, ho trovato anche qualcos’altro, qualcosa di familiare che ha a che fare con questo mare, con questo Mediterraneo che unisce popoli e storie. L’interno spoglio della Sagrada Familia, in cui le colonne si innalzano come alberi per ramificarsi verso la volta e in cui la luce e i colori che essa genera attraversando le grandi vetrate è l’unica decorazione, ricorda la sobrietà meditativa delle moschee, in cui alle icone si sostituiscono motivi floreali, l’apertura alla natura della Mezquita di Cordova dove originariamente non vi era soluzione di continuità tra le colonne interne e la sequenza di alberi del giardino, quasi a sottolineare una vicinanza tra le opere dell’uomo e quelle di Dio. Tra le pareti di casa Batlló, il mare è nell’azzurro intenso che riveste gli spazi comuni dell’edificio, che passa come un’onda sopra la portineria per poi spingersi verso l’alto nel cortile interno, quasi a suggerire che le finestre aperte su di esso siano immerse nelle acque – e del resto molte di quelle finestre sono dotate di vetrate che deformano l’immagine, dando l’impressione di trovarsi sotto il livello del mare.


È forse necessario, per chi vive sul Mediterraneo, confrontarsi con esso, volontariamente o involontariamente. Il mare racconta una storia e, per quanto possa essere sottinteso, per quanto possa essere uno sfondo quasi invisibile per la certezza della sua presenza, è come se inevitabilmente attraesse chi si trova ad abitarvi vicino. Il viaggio finisce sulle rive del mare e mentre l’aereo, facendo rientro a Bologna, sorvola queste acque apparentemente silenziose, mi trovo a pensare che in fondo ho fatto quello che da sempre chi ha vissuto sul Mediterraneo: sono partito, ho visto, ho conosciuto, ho immaginato, ho ascoltato storie.
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