Pellegrino va alla morte – la riunione

Il bar si trovava a poca distanza dal viale. Il tram, poco lontano, andava avanti e indietro inseguito da torme di turisti in ritardo nel calore del pomeriggio. Nell’angolo, un jukebox suonava una canzone di Brel, mentre la televisione trasmetteva un programma calcistico. L’Italia aveva perso con la Svizzera ed era stata eliminata dai campionati europei e la discussione verteva sull’opportunità o meno di sostituire l’allenatore, il certaldese Spalletti, in favore di qualche nuova figura da idealizzare per poi svalutare alla prima, inevitabile, sconfitta. Il dibattito contagiò per qualche minuto anche il piccolo gruppo di dipendenti del Ministero della Morte in trasferta del tavolo 14, che si divise tra chi riteneva che il calcio fosse inevitabilmente destinato ad essere sostituito nei cuori dei cittadini del mondo nel giro di cento anni dal revival della pallacorda (la fazione che sosteneva ciò aveva partecipato, direttamente o indirettamente, agli eventi rivoluzionari del 1789 o al periodo napoleonico) e chi discettava di moduli e del declino del ruolo del fantasista dopo il ritiro di Baggio, con tanto di citazione musicale sul fatto che da quando Baggio non gioca più non è più domenica ecc. ecc.

“Se vogliamo iniziare la riunione, prima che si faccia tardi…” propose infine un tale dalle lunghe basette e dal basco ingombrante, che nella vita aveva scritto testi di tango per fisarmonicisti sperimentali e che al ministero chiamavano soltanto H. in verosimile omaggio alla tradizione inaugurata dai film di James Bond e proseguita dalla trilogia di Men in Black per cui il capo dell’organizzazione viene nominato esclusivamente con l’iniziale del nome.
Gli altri tacquero e lo fissarono mentre si accarezzava il pizzetto e i baffi. In sottofondo, Gianmaria Testa dal jukebox recitava Ritals, mentre dalla terza sedia sulla sinistra qualcuno che molto gli somigliava – e forse era davvero lui, anche se non l’avrebbe mai ammesso – guardava svagato il televisore.

“Mi fa piacere essere qui con voi, è una bella serata – disse H. – Avrei preferito tornare a Buenos Aires per il nostro incontro, vedere come è cambiata la città, tornare all’Hotel Alvear, dove per così tanto tempo ho vissuto. Comunque, eccoci qui e sono felice di vedervi, non ci vedevamo da tempo, perché questo tempo della morte sembra non scorrere mai, ma in realtà crea nostalgie. Dunque, veniamo al problema, che vi è ben noto, purtroppo, e che esige una soluzione, o perlomeno un’idea. Stiamo diventando troppi. Muoiono in troppi e pochi accettano di nascere nuovamente, rimanendo intrappolati nei luoghi della morte, in questo fazzoletto di niente che si espande troppo lentamente per accogliere chi arriva. Sapete perché si muore – guerre, suicidi, uno spirito del tempo che riduce il vivere a lavorare senza un senso, senza più avere una direzione, senza più perdersi nelle notti inquiete cariche di sogni e talora di mescalina dei poeti beat, senza più le ambizioni rivoluzionarie dei compagni del Partito, senza più nulla che non sia un perpetuare il Sistema per permettergli di continuare a vivere, ma a che fine?

Sapete perché non si torna a vivere – dice Eschilo: Non nascere è il destino migliore; il secondo, quando si è nati, tornare subito là da dove si è venuti. E oggi questo è più vero che in altri tempi: perché infatti tornare a far parte del vasto movimento umano se quel movimento non conduce altro che a fatica, sfruttamento, dolore, a una vita che non è vita, che alimenta sogni per poi deluderli, che fagocita le speranze e ti costringe a vendere l’immagine di te stesso nella speranza che qualcuno ti dica Sei bello!, come la frase che condanna Faust?

Sapete delle tensioni, delle manifestazioni di protesta al momento degli arrivi, dell’Alveare che si riempie, giorno dopo giorno, e che, saldando insieme vecchi trozkisti, nuovi suicidi, militanti repubblicani spagnoli e studenti iraniani, produce una critica del nostro tempo che non si unisce al desiderio di tornare sulla Terra per cambiare le cose. Una protesta che rinsalda l’immobilità e si manifesta con il ritiro.
Di fronte a tutto questo, ammetto le mie difficoltà. Non so che fare e non so se si possa fare qualcosa.”

“Toglierei dal tavolo la questione politica – rispose la dottoressa Nardi – la problematica è tecnica, esclusivamente tecnica. Con la mia collega Van Heuden, qui presente, abbiamo fatto uno schema dei flussi in entrata e in uscita paragonato alla velocità di espansione del mondo di là. Ve la faccio breve, per non perdermi in tecnicismi: basterebbe un’espansione supplementare di 357 metri al giorno per compensare la riduzione del flusso in uscita rispetto al flusso in entrata.”

“E come la realizziamo? – chiese un po’ stizzita da dietro un grande vaso di fiori totalmente inadatto al contesto, ma a cui il proprietario del bar era molto affezionato, l’ingegnera Hansen, direttrice generale del Genio Mortale – Negli ultimi mille anni, sono stati fatti tre interventi di manutenzione straordinaria per incrementare la velocità di espansione e tutti e tre hanno prodotto, nonostante l’evoluzione della tecnologia, un aumento cumulativo di 95 km al giorno. Qui stiamo parlando di un singolo intervento che dovrebbe fare aumentare la velocità di tre volte tanto!”

“Scusami, collega – intervenne la dottoressa Van Heuden, che per molti anni aveva ricoperto il ruolo di consigliera centrista nel Comitato Centrale del Ministero prima di ritirarsi in un ruolo più tecnico – ma bisogna inserire questo intervento in una cornice generale di interventi di promozione della vita e di disincentivo della morte. Abbiamo fatto alcune simulazioni, che prevedono un contemporaneo incremento del turnover tra morti in entrata e vivi in uscita e dello spazio disponibile e si è visto che incidendo anche marginalmente sul turnover si potrebbe ottenere un miglioramento delle condizioni di occupazione del mondo di là anche con incrementi minori della velocità.”

Tutti gli sguardi, fisiologicamente, si volsero verso l’Onorevole Annunziata Sciarrone, già per lungo tempo Ministra per il Benessere dei Defunti e attualmente Delegata generale alla Propaganda in virtù del sostegno di una coalizione di destra a matrice francofona che univa i sostenitori del Direttorio e i nostalgici di Napoleone III. “Bene, bene, bene, ora quindi io dovrei risolvere la situazione. Vi ricordo che la politica di disincentivo alla permanenza attraverso l’utilizzo dell’Alveare come prevalente luogo di accoglienza dei nuovi arrivi non ha prodotto risultati, così come i nuovi opuscoli Da’ un senso alla tua morte, ricomincia a vivere! Il problema, penso io, sono i morti d’oggi, che sono troppo schizzinosi. Una volta si lavorava nei campi, si moriva e si rinasceva per tornare a lavorare nei campi. Si protestava contro il feudatario, si veniva uccisi, si rinasceva per tornare a protestare. Ora no, ora tutti lì sulla terrazza dell’Alveare a cantare canzoni comuniste e a guardare le partite di calcio. Ma io gli stacco il televisore! Io gli metto gli scarafaggi in camera! Non è possibile che nessuno abbia più voglia di vivere, tutti lì a vegetare!”

“Sono d’accordo – intervenne il Molto Onorevole Giustiniani carezzandosi il mento volitivo e la mascella prominente – La soluzione, signori miei, non è propagandistica ma muscolare. Ci vuole la deportazione! La de-por-ta-zio-ne! Basta con tutti questi comunisti che vegetano nell’Alveare! Li prendiamo, li facciamo salire su un camion e li scarichiamo dentro il Vortice della Vita per farli nascere di nuovo. Volenti o no-len-ti! Vediamo se hanno ancora voglia di fare la rivoluzione se li facciamo rinascere nel corpo di un contadino isolato nella campagna siberiana!”

“Questo è fascismo! – esplose senza mezzi termini la Consigliera Revel – Non mi sono fatta sparare dai tedeschi prima dello sbarco in Normandia per avallare questa involuzione autoritaria del Ministero! Se questa sarà la decisione finale, sappiate che l’opposizione sarà durissima!”
“Eh scusate signori – fece il barista avvicinandosi quasi contrito, il volto magro chiuso in un’espressione di generico cordoglio – capisco il vostro momento, ma, ecco, dovreste abbassare un po’ la voce. Sta iniziando Germania-Danimarca e vorremmo ascoltare.”

H. si scusò e fece cenno ai suoi colleghi di rimanere in silenzio. “La situazione è grave, ma non accetterò soluzioni che prevedano deportazioni di alcun tipo. Penso – e credo di non essere l’unico ad avere questa posizione – che la soluzione non possa che passare da un intervento nel mondo di là per cambiare qualcosa. Solo così sarà più attrattivo e potremo migliorare il flusso in uscita e ridurre quello in ingresso. Prendiamoci tempo per pensare. Ci rivediamo la prossima settimana.”

L’uomo in fondo al tavolo si chiamava Jean-Claude. La sua ampia barba lo rendeva una sorta di Leonardo da Vinci fuori tempo massimo, o tutt’al più un eccentrico, se si univa questo al cappello texano che indossava sempre. Guardò H. che si alzava con la consapevolezza che forse era l’ultima volta che lo vedeva morto.

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