Tre storie

“In fondo, pensavo che ogni volta che una persona racconta ci sono tre storie” mi disse in un pomeriggio caldo di mezza estate – la sera incombeva sui gradini della chiesa ed eravamo rimasti lì a parlare, incuranti del passaggio distratto dei turisti intenti a fotografare tutto ciò che ci circondava.

“Tre storie?” chiesi.

“Tre storie. C’è la storia che viene raccontata, ovviamente, autobiografica o meno che sia. C’è la storia di chi racconta, che in qualche modo influenza la storia raccontata. E poi c’è la storia di chi ascolta, che inevitabilmente influenza la ricezione. Se io ti racconto qualcosa, tu lo filtrerai attraverso la tua storia, lo confronterai con il tuo mondo e da questo confronto le mie parole usciranno inevitabilmente trasformate. E forse, se ci pensi bene, le storie sono ancora di più. C’è quella che mi racconto ogni giorno e che mi dà il senso di quella che sono. C’è quella che vorrei raccontarti, con le sue immagini e con i suoi ricordi. C’è quella che effettivamente racconto. E poi ci sei tu: la storia raccontata viene tradotta in immagini e ricordi che sono soltanto tuoi e viene poi confrontata con il tuo vissuto, con il tuo modo di raccontarti.”

“Dunque, come potremo mai comprenderci? Io volevo parlarti del mare della mia infanzia, dell’Adriatico che brillava al mattino quando mi ci recavo con mio nonno, negli anni Novanta. Volevo raccontarti del rumore delle onde, delle raccomandazioni ascoltate sulla riva.”

“Ecco, vedi, ora ho in mente un’immagine… Era il duemiladieci, o giù di lì. Una sera, sulla spiaggia all’Isola d’Elba, con due birre, un libro abbandonato sulla sabbia. Questo evocano le tue parole. Lui forse l’ho amato o forse no, non ricordo, ma era un amore adolescenziale, non c’è molto da dire, solo una sensazione sottile che confina con la nostalgia. È impossibile comprendersi, vedi. Io quelle tue onde non le vedrò mai e la mia nostalgia non sarà mai la tua. Siamo condannati a cercare di toccarci con le parole senza mai riuscirci.”

“E dunque come possiamo sentirci vicini se le parole allontanano?”

“Con il calore degli abbracci. Quelli non tradiscono.”

Il bianco della chiesa sbiadiva nella penombra della sera. Mi chiesi se anche lei percepisse ciò che avvertivo, ma ebbi l’impressione che domandarglielo avrebbe portato a una nuova discussione ai limiti della filosofia. Rimasi lì ad ascoltare il suo respiro, a sentire la sua spalla vicina alla mia e, a tratti, a incontrare il suo sguardo e il suo sorriso.

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