Firenze, ottobre 2024

L’autunno viene con la voce di Gianmaria Testa, con il solito disco di Manu Chao, con la campagna che lentamente cambia colore e si riempie di foglie. L’autunno viene con la malinconia, la rassegnazione per la fine di molti progetti estivi, la consapevolezza che la vita è questo – un rimanere in casa a guardare la pioggia, un pomeriggio stanco ad ascoltare le voci e le storie degli uomini, le frasi casuali a sera su via del Cassero, una domenica a Palazzo Strozzi a rispecchiare la nostalgia nel blu di un quadro che sembra parlare del mare perduto di un’altra estate.

L’autunno porta con sé il sapore della sconfitta, l’impressione che i percorsi di vita, il tentativo di costruirsi giorno dopo giorno seguendo slanci del momento e progetti più o meno investiti, non abbiano fatto altro che intrappolarci in un dedalo fatto dalle macerie dei nostri sogni infranti, dalle pile di libri studiati senza alcuna utilità, dalle foto degli anni in cui il domani sarebbe stato migliore e il domani era oggi e oggi non c’è che tristezza, non c’è che malinconia. Abbiamo perso, o meglio: ho perso. Perché la sconfitta è individuale, soprattutto oggi che i progetti e le lotte non sono più collettivi. I sessantottini hanno perso in gruppo, hanno assistito alla morte della loro utopia mentre marciavano insieme nelle strade d’Italia. Hanno combattuto sapendo di poter perdere, si sono illusi di poter vincere, prima di smarrirsi nella controrivoluzione degli anni Ottanta.
Io non ho mai pensato di poter vincere. La lotta era persa in partenza. Il mondo non si poteva più cambiare ed essere felici è sempre stato uno stato d’animo individuale e transitorio e non l’obiettivo di una battaglia comune. Essere felici è legato all’ora, al luogo, a uno sguardo, non a un futuro dove siano garantiti diritti e dove il singolo sia parte di una comunità e non un atomo sperduto in una società di individui. Mi raggomitolo dunque nelle relazioni buone, in quegli angoli in cui è possibile sentirsi amati, in quei luoghi in cui è possibile costruire, sia pur con tutte le contraddizioni del caso, un frammento del mondo che vorrei, nelle esperienze divergenti. In una società atomizzata, il calore e la felicità si ottengono dalle piccole comunioni di atomi.
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