Abitare le relazioni è come abitare le case. Mi viene in mente in questa notte di Natale, mentre dormo in un letto a casa dei miei genitori che non è più quello della mia camera, in una stanza diversa. Di stanze che non erano mie e che lo sono diventate, nel tempo, ce ne sono state tante, così come molte stanze che ho abitato sono scomparse e non rimangono che nel ricordo o nelle evocazioni del dormiveglia delle domeniche mattina in estate, quando rimango con gli occhi socchiusi e immagino di avere ancora sette anni, di essere sul letto di legno sotto le foto di me bambino, a casa di mio nonno, con i rumori dalla cucina a indicare che qualcuno si è già alzato. Delle case colpiscono inizialmente aspetti macroscopici – le dimensioni delle stanze, la bellezza degli esterni, una scalinata nell’ingresso – poi iniziamo a sentirle davvero nostre quando a piacerci è un dettaglio che appartiene solo a noi, un angolo del divano da cui si intravede un albero sulla strada, una finestra che, quando è illuminata, segnala che troveremo nell’abitazione qualcuno a cui teniamo, alcuni libri buttati su uno scaffale, che leggeremo, ci diciamo, prima o poi. Così, delle persone con cui entriamo in relazione all’inizio ricordiamo una frase che ci ha fatto sentire compresi, uno sguardo, un momento di calore condividendo una birra e una storia. Passa il tempo e quello che cerchiamo dell’altro diventa estremamente specifico: una determinata modalità di scherzare su alcuni argomenti, l’abitudine di salutarci sorridendo quando rientriamo a casa, mentre si avvicina all’ingresso al sentire i nostri passi che arrivano, la musica che mette quando cuciniamo insieme o la sua tendenza ad addormentarsi durante i film. Sono i piccoli dettagli che sentiamo nostri, i dettagli che parlano della familiarità che abbiamo costruito, del nostro sentirci a casa con lui o con lei.
Abitiamo le relazioni come abitiamo le case e abiterò questa nuova stanza come ho abitato quelle che l’hanno preceduta, con una diffidenza iniziale e con una progressiva raccolta di dettagli, momenti e memorie che me la faranno sentire mia, che mi faranno sentire il caldo di un luogo che in qualche modo mi appartiene. È la vigilia di Natale, ho visto persone a cui voglio bene, persone la cui vicinanza mi dà il calore della familiarità, di una storia costruita insieme. Mi sento in un luogo buono, anche se i rumori si attutiscono, anche se la notte ormai è calata. Attenderò il sonno leggendo Mèlich che parla della precarietà della vita, della vulnerabilità e del desiderio di essere, a volte, accolti.
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