Cronorifugio

Non deve essere facile tradurre il bulgaro, penso in questa mattina stanca di metà inverno. F. è fuori casa, è andata a consegnare l’ultimo gatto della cucciolata e così finisce una piccola parte della nostra vita, quella passata a far nascere e crescere felini di cui condividere le foto con gli amici e da tenere accanto sul divano nelle sere d’estate o d’inverno durante l’ennesima maratona di film di Harry Potter. Il telefono suona, vibra, accumula notifiche secondo la necessità contemporanea di avere costantemente una comunicazione, una vicinanza; il telefono suggerisce un’urgenza, un’impossibilità di procrastinare, una necessità di non far attendere chi scrive e di sperare, dopo la risposta, in una replica rapida. Me ne rimango qui a leggere Gospodinov che scrive di cliniche in cui si ricostruisce il passato e penso che tradurre il bulgaro deve essere difficile e penso a quale sarebbe il tempo in cui vorrei farmi rinchiudere, il tempo in cui rimanere in eterno.

Peraltro – tra parentesi – mi viene in mente come l’immersione nel tempo manchi a questi giorni inquieti, a questi anni in cui all’urgenza succede l’urgenza, in cui sembra che ci sia sempre qualcosa di fondamentale da occuparsi e in cui la vita scivola via dalle dita mentre c’è sempre altro da fare. Manca il vuoto della contemplazione, il rimanere in una mattina d’inverno a fissare il soffitto, la pianta finta in fondo alla stanza, a leggere un libro senza altra utilità che trarre piacere dalle immagini che evoca. Cosa ne sarà del nostro tempo, come potremo metterlo nella clinica del tempo del Gaustìn di Gospodinov quando la memoria sarà troppo poca per ricordarlo? Probabilmente una sinfonia di suoni puntuali che richiamano all’azione – suonerie, messaggistica – luci di schermi con la stessa finalità e, a volte, il piacere silenzioso di ignorare tutto, di negare l’urgenza, di lasciare i minuti scorrere inutilizzati, perché l’esistenza in fondo non è un sacco che va riempito di azioni, bensì un lampo dello sguardo, un affacciarsi al mondo per osservarlo per un attimo prima di abbandonarsi di nuovo all’oscurità.

In quale epoca vivrei, mi chiedo. Ho in mente un posto e un tempo. Ho in mente l’estate, negli anni Novanta, a casa dei miei nonni – una casa che non esiste più, che da tempo viene nutrita solo dalle madeleine delle foto che riemergono dai cassetti o dalla memoria del telefono oppure, ancora, dai sogni profondi, in cui mi sento ancora là e il tempo non sembra passato. Ho in mente quel luogo e forse è lì che vorrei immergermi, è quello il momento che vorrei fissare, oppure, qualche anno più tardi, i giorni dell’adolescenza in cui in quelle stanze scoprivo i romanzieri russi, scrivevo racconti, mi entusiasmavo per Montale e per la letteratura italiana del Novecento. Ma nei giorni dell’infanzia, in quelle estati dal tempo sospeso di cui la memoria riporta solo frammenti, senza ricordare né l’anno né il mese come nelle pagine su Combray del primo volume della Recherche, tutto sembrava ancora intero, il mondo aveva ancora una sua solidità di senso e il futuro era solo un sogno da fare a sera e non un incubo, né una speranza nelle magnifiche sorti e progressive. Chiudendo gli occhi, intravedo la luce che filtrava dalle serrande abbassate al mattino, sento le voci dal corridoio e mi sento di nuovo là. Poi, il presente, che non è quello delle stanze della clinica gerontopsichiatrica di Gaustìn, mi richiama rapidamente.

Lascia un commento