Sull’infuturazione

È da un po’ che i miei progetti puzzano di stantio. È da un po’ che i sogni che avevo hanno perso ogni entusiasmo e che il futuro sognato è diventato una memoria. Ora non so di preciso cosa attendermi, come sottrarmi al trascinarsi del tempo. È una stanchezza strana che mi accompagna in questa sera quasi primaverile. Mi fermo nella chiesa di Santa Trinita, chiudo gli occhi, mi sembra di riuscire a non essere, di raggiungere il vuoto di cui parla Byung-Chul Han nel suo libro sul pensiero orientale. In fondo, fin da piccoli siamo abituati a fare progetti, a vedere il futuro come il luogo in cui tutto andrà meglio, in cui potremo costruire qualcosa in cui riconoscerci. In psicopatologia si usa una parola presente anche in Dante, “infuturazione”, per definire il protrarsi o meno verso il futuro. Se ti infuturi in modo positivo, se vedi i giorni e gli anni a venire come un luogo in fondo buono, il medico si tranquillizza, se non lo fai, si preoccupa. Eppure, ha davvero senso infuturarsi? Vedere il futuro davanti a sé come un luogo felice, come un terreno su cui combattere, su cui costruire, su cui difendere ciò che abbiamo di caro? Ha senso pensare ad un futuro che, a vederlo razionalmente, sarà piuttosto segnato dal cambiamento climatico, dall’ombra della guerra, dall’inflazione e, infine, dalla morte? Non sarebbe meglio non infuturarsi, lasciare che al giorno segua un altro giorno, rinunciare alla strutturazione progressiva dell’identità in favore di un vuoto che salvi, di un esserci qui ed ora che preservi dall’angoscia? In fondo, anche l’ansia e l’angoscia parlano di futuro. Parlano di essere sull’orlo del baratro, infuturano l’Apocalisse e forse hanno anche maggiore ragione di esistere nel nostro tempo al posto dell’infuturazione positiva cara agli anni gloriosi del capitalismo o all’ottimismo neoliberista.

In libreria prendo un libro di Byung-Chul Han, Contro la società dell’angoscia. Comprare libri è sempre stato il mio modo di contrastare la tristezza, quasi che avvicinarmi alle storie mi restituisse una dimensione di umana prossimità, un calore che allontana la sofferenza del mondo. Fuori, la città si avvia pigramente verso marzo. Canticchio qualche verso di Povera Patria di Battiato sulla primavera che tarda ad arrivare, ma in fondo mi rendo conto che è ancora presto. D’improvviso mi accorgo che la attendo con speranza. E d’improvviso mi rendo conto che in fondo ho bisogno anch’io della mia piccola fiammella di futuro.

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