Il crepuscolo mi lasciò solo
intorno
l’ombra del silenzio inseguì l’ultima luce
e i guardiani fuggirono per un gioco d’infanzia
le armi di vetro lasciate sull’erba
di una guerra immaginata
in un’età adulta inventata.
Qui non si sente il rumore degli uomini
e la società è il ricordo di un tempo lontano
Qui le connessioni si spezzano e ognuno rimane
nella sua solitudine a fissare il tramonto
gli atomi non si uniscono nel vuoto tutto dei giorni
ma cadono, semplicemente, come nel sogno di Democrito
nella perpendicolarità perenne dell’ultima luce
nascosta tra la sinagoga e un riflesso sull’Arno.
Ho sofferto gli scontri
di corpi uniti da legami invisibili
e ho cercato la strada
per ordinare il tempo senza perderne il filo
per dare senso alla morte e alla necessità della fine
per cancellare la tristezza degli anni spesi a chiedersi
perché stare qui, un giorno dopo l’altro
dopo aver compreso l’inganno celato ai bambini
dopo aver compreso il dolore e che nel tempo della vita
la felicità è il tramonto pigro di una sera d’estate
l’ultima luce prima del silenzio.
Per molto tempo ho assistito l’esistenza
custode inutile dell’armonia delle sfere
per molto tempo ho guardato gli uomini e i giorni
passare come i treni in una stazione secondaria
veloci, quasi di fretta, senza mai fermarsi
e gli sguardi immaginati divenivano speranze.
La dissonanza dei giorni mi ferì
in una notte di marzo
quando infine compresi le ragioni del vuoto
e il senso era una sera
in cui nulla aveva più contatto con nulla
ed ero solo nella solitudine dell’universo
nell’infinità di oggetti piante persone muri case
che ruotavano senza fine nella calma dei miei occhi.
Silenziosamente svaniva
l’eterna illusione di poter turbare
la grandezza molle dell’Essere muto
e i volti accanto ai volti si succedevano
senza toccarsi più per amare o colpire.
Forse questa è la morte, pensai
forse questo è il luogo oltre i luoghi degli uomini
ove il mare della vita trova infine pace
e la società si dissolve come i sogni dell’alba
quando la luce filtra oltre le persiane socchiuse
e ancora non sai dire chi sei, chi eri
e quali ricordi porti nella tua giacca lisa.
Forse questa è la morte
questa non identità, questo niente intorno
questo perdere le catene dello spazio e del tempo
ma già il sole spariva e tornava il momento
che unisce i tuoi giorni ai giorni contati
dalle anime perse sul ponte di Londra
e di nuovo ruotavo insieme al mondo degli uomini
nella sintonia dissonante dei desideri spezzati.
Mi allontanai nelle strade affollate
un sabato, in primavera
distrattamente
nella tasca del cappotto
nascosi un frammento di vuoto
affinché i giorni non cancellassero il ricordo
che ero stato niente nel niente del tutto
e che tutto è niente nel fragore del mondo.
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