Es sind die mehreren Dinge auf der Welt,
so daß sie ein’s nicht glauben tät’,
wenn man sie möcht’ erzählen hör’n.
Alleinig, wer’s erlebt, der glaubt daran und weiß nicht wie –
H. von Hoffmanstahl, Der Rosenkavalier
Preludio
In fondo
la domanda non è quale senso abbia vivere
ma se lo abbia o meno
e se davvero sia preferibile
all’eterna insussistenza delle pietre
al silenzio senza sguardi dell’infinito
al buio dell’universo in espansione.
Procediamo per tesi antitesi sintesi
intrisi dell’hegeliana strutturazione del tempo
eppure ci colpisce il primo pomeriggio di primavera
il calore sulla pelle che fa comprendere che l’inverno è finito
che il freddo non tornerà ancora per molto.
Scena
Philosophier Er Nicht
canta la Marescialla sul letto nel primo atto
prima della malinconia per la partenza di Quinquin
sotto i glicini e le rose di un amore giovanile
Ma così sono tutte le cose al mondo
e Marie Theres’ sola sotto il baldacchino
attenderà di nuovo il ritorno di un altro uomo
ascoltando un tenore o la nostalgia del Barone
– con te, con te, nessuna stanza è troppo piccola.
Così sono tutte le cose al mondo
e la filosofia in questa notte di venerdì
in cui tutto è immobile nell’incavo dei giorni
svanisce tra le emozioni quiete di aprile
il dolore dell’inverno abbandonato nell’angolo
tra i gatti addormentati e i troppi libri da leggere.
Aria
La domanda non è se abbia senso vivere
ma se abbia senso fissare la bellezza del mondo
i lampi di splendore che attraversano l’esistenza
e li colgono forse
i malinconici
i nostalgici
i poeti
per perdersi poi a rimpiangerli quando ottobre porta le prime piogge.
Abbiamo fissato una tristezza accanto alla porta, sopra la mensola
è la tristezza dei nostri giorni felici
è la malinconia che vela ogni sera
in cui abbiamo compreso di stare bene
di voler fermare l’attimo per la dannazione di Faust
è la tristezza che ci accompagna da quando l’infanzia
si smarrì nelle estati della prima adolescenza
quando un libro era il mondo e il mondo
improvvisamente si apriva al desiderio di partire.
Finale
L’inverno finì in un pomeriggio di aprile
improvvisamente, senza avvertire
e camminammo nell’aria calda di una primavera ritrovata
lasciando indietro le filosofie che avevano acceso le luci di gennaio
dimenticando le domande e i silenzi di febbraio
gli interrogativi sulla vita, sulla morte
sull’inutilità della corsa disperata del tempo
sulle identità smarrite nello sfiancarsi dei giorni.
Il polline nell’aria
assistette allo svanire lento del crepuscolo
la notte fu fredda
e ancora una volta
sognammo.
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