Passando tra gli scaffali dei luoghi che abito o ho abitato, incontro i libri che vi ho lasciato, gli spazi vuoti di quelli prestati e mai restituiti, i sensi di colpa per quelli che avrei dovuto leggere e non ho mai letto, il rimpianto per non ricordare il contenuto di qualche volume che, quando l’avevo aperto, mi aveva conquistato. Borges iniziava la Biblioteca di Babele assimilando l’Universo a una biblioteca – ricordo che sentii quel racconto per la prima volta nella sala centrale di una biblioteca in Piazza della Libertà ai tempi del liceo, il bibliotecario leggeva lentamente, in modo cadenzato, senza manierismi da attore. Ho ripreso in mano quel racconto più volte, in seguito, ma non sono mai riuscito a ritrovare quel coinvolgimento di allora, dato dalla cadenza delle parole, da un’adolescenza in cui tutto era nuovo, da un’estate in cui ingenuamente mi identificavo con un Kerouac di provincia desideroso di partire per andare chissà dove.
La vita, che altri chiama la biblioteca, direi oggi parafrasando Borges, in quanto percorrendo le strade dei libri accumulati negli scaffali riesco a ritrovare ricordi dimenticati, quasi delle madeleine proustiane della mia carriera di arredatore di biblioteche, fatta di acquisti insistiti di testi che hanno modificato il mio modo di vedere il mondo e l’esistenza, che mi hanno accompagnato per qualche tempo senza toccarmi troppo o che sono rimasti là a prendere un po’ di polvere e a ricordarmi che forse l’entusiasmo che avevo quando li ho comprati era eccessivo.
Potrei dividere i libri per aree emotive, per frammenti di vita, per stagioni. In basso metterei i libri per l’estate. Sono libri solitamente militanti, le pagine di Goffman sulle istituzioni totali, i racconti sulla chiusura dell’ospedale psichiatrico di Trieste, i saggi sulla sessualità, sul consenso e sulla possibilità di una diversa educazione alle relazioni. Più in alto darei spazio ai classici letti negli anni ormai lontani dell’adolescenza. Erano anch’essi libri per l’estate, ma di estati diverse, vuote, in cui tutto sembrava fermarsi e non rimaneva che incanalare il desiderio di trasformare il mondo nell’incipit di Anna Karenina, udito per la prima volta al piano superiore della biblioteca delle Oblate, una sera di giugno, letto quasi sottovoce per un pubblico silenzioso.
Ci sono poi, ad altezza di sguardo, gli autori che mi hanno sostenuto in anni difficili, che mi hanno restituito l’entusiasmo per la pagina scritta in tempi in cui ormai leggevo quasi per rassegnazione, per passare il tempo. È lo scaffale di Izzo, a cui devo l’amore per il Mediterraneo nutrito poi dalle poesie di Ghiannis Ritsos e dal Breviario Mediterraneo di Matvejević, di Alvaro Mutis, con i suoi marinai smarriti in mille viaggi con la nostalgia di una donna di nome Ilona, di Magris, che mi avvicinò al mito dell’Austria asburgica e mi fece comprendere che volevo essere come l’uomo della Felix Austria descritto da Werfel, che lavorava per vivere, anziché vivere per lavorare, che dava senso all’esistenza nel tempo lasciato libero dalle incombenze della quotidianità e dal lavoro.
Lascerei un piccolo spazio per i libri che ho riletto, per i testi che mi hanno davvero accompagnato nel tempo. Sono perlopiù testi poetici, perché la prosa raramente passa nelle mie riletture, e in cima alla colonna metterei senz’altro la raccolta delle poesie di Eliot, dove negli anni più volte sono tornato per incontrare Prufrock e la sua amletica indecisione. In fondo, anch’io mi sono chiesto più volte Avrò il coraggio di turbare l’universo?
Per terra, lascerei i molti testi acquistati negli anni per dirimere il mio dubbio perenne sull’identità, del tempo passato a chiedermi se effettivamente avesse senso pensare una continuità nel mio percorso esistenziale, se vi fosse un filo che legava il bambino che sono stato all’uomo che sono diventato. Non ho mai letto quel libro di Ricoeur di settecento pagine che è rimasto a ricordarmi le mie mancanze dal terzo piano di uno scaffale in legno, ma molti altri mi hanno accompagnato con poche risposte e molte domande e tuttora mi interrogo. Forse, l’identità sta anche nei libri che ho letto e che ritornano talora con i loro frammenti e citazioni per accompagnare momenti diversi della mia esistenza. Forse, oltre all’identità narrativa di cui parla Ricoeur, al raccontarci che ci dà senso, esiste anche un’identità data dalle parole lette che tornano anno dopo anno a dare una forma a ciò che viviamo, a far echeggiare nel presente voci e momenti di altri tempi.
Dunque, se un giorno vorrò raccontare la mia vita – anche se non so chi potrebbe ascoltarla – penso che lo farò attraverso i libri, attraverso le emozioni generate, attraverso le speranze emerse e svanite con la loro lettura. Ogni tanto, passando tra gli scaffali, ritrovo qualcosa della persona che sono stato. E mi rendo conto che, se mai dovessi scrivere delle memorie, sarebbero le memorie di un arredatore di biblioteche.
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