Ogni rivoluzione inizia con un “Preferirei di no”, penso in questa mattina che sembra estate, ogni rivoluzione parte da Bartleby e torna a Bartleby, a una rinuncia consapevole a quello che si ha, a una rottura dei legami dati dal lavoro, dagli affetti, dalle routine per un salto nel vuoto forse fatale. Dicono che il cambiamento arricchisce, eppure è così faticoso essere viandanti nel tempo, così faticoso costruire relazioni per poi distruggerle, preferire di no rispetto a ciò che si è desiderato ed essere gli assassini dei propri sogni di ieri. Forse, il problema è la perdita della comunità, penso in questo giorno che a Firenze sembra estate – un tempo, ci si univa perché si viveva vicini, perché si combatteva la stessa battaglia, per ragioni di partito o di sentimento. Oggi ci legano le dinamiche della produzione, dello sfruttamento di sé e degli altri e rinunciare a questo ci rende un po’ esuli, ci fa perdere quanto avevamo creduto di costruire.
Bartleby rinuncia a produrre, rinuncia a lavorare, rinuncia, infine, a vivere. Eppure, Bartleby rinuncia anche al suo ruolo nella società, all’umana vicinanza, in una solitaria e dolorosa protesta contro il mondo che l’ha escluso, anni prima, da un ufficio per lettere smarrite di Washington. La perdita del lavoro – ma forse anche di altro, di un sogno, di un amore, chissà – diviene la perdita della sintonia con il mondo e lo isola in una infinita lontananza, in cui è inattingibile dall’umanità. Preferire di no, nel suo caso, è stare fuori dal rapporto con l’Altro, con gli obblighi che questo comporta, fuori dalla possibilità di dare, ma anche fuori da quella di ricevere amore, aiuto, sostegno. Bartleby è un uomo solo. L’avvocato, suo precedente datore di lavoro, prova ad aiutarlo, ma è un tentativo di connessione unilaterale. Bartleby non risponde, non rientra nella società, è altrove e vi rimane fino alla rinuncia estrema di tutto, la morte, il termine definitivo di ogni comunicazione.
Ogni rivoluzione inizia con la rinuncia, ogni cambiamento determina quell’istante di estraneità in cui non siamo più nel mondo di ieri, le relazioni che avevamo sono in una distanza abissale in cui non si sente più alcuna voce e le emozioni sono spente da un nuovo dolore. E rimane dunque quell’istante di angoscia della nascita, la separazione dal tutto che ci ha dato senso e non sappiamo se il mondo avrà di nuovo significato, se di nuovo ci sarà per noi uno spazio di relazione in cui sentirci accolti. Ci perderemo nel mare senza rotta oppure troveremo una strada per allontanarci da Itaca? Non sappiamo. Eppure, salpiamo. E il mondo di ieri è sempre più lontano.
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