Costellazioni

Ah, Bartleby! Ah, humanity!

H. Melville, Bartleby lo scrivano

I

Non abbiamo paura della morte
abbiamo paura delle nostre morti
delle rivoluzioni della vita intorno all’asse del tempo
e ci guardiamo indietro e non ci riconosciamo.
Lo diceva in classe un volto di ieri
mentre spiegava la religione festosa dei diciotto anni
e la domanda di Giobbe a Dio
-perché il dolore? Perché questo perdersi infinito nei rivoli dei giorni
dove smarrire l’innocenza nella violenza del potere?-
era ancora una pagina non letta
una svolta non percorsa nella biblioteca di Babele.

Nelle forze gravitazionali delle monadi
sono rimasto come Plutone alla periferia dell’universo
né pianeta né satellite
ma viandante solitario alla debole luce
di un ricordo di una storia
della fantasia di un volto nell’autunno di Siviglia
o nell’inverno viennese.

Forse sull’umano mi inganna
la mia poca fisica, le formule con cui Galileo
si illudeva di comprendere il mistero di Dio
il linguaggio dell’universo
ma se i corpi si attraggono secondo costanti
la mia costante era ridotta e i legami troppo fragili
per sopravvivere agli scarti della strada e della vita
ai momenti di immersione nella deriva
dopo l’esplosione iniziale del tempo
dopo il mattino al porto con il vento a favore.

Ho attraversato costellazioni e ho creduto
di esserne parte, a volte
che qualcosa della loro luce rimanesse nei giorni del mio vagare
ma dopo ogni rivoluzione mi ritrovavo solo
e il compagno di viaggio era la pagina di un libro
o la malinconia di Bartleby nella cortese rinuncia al mondo.

II

Ho rinunciato alla rivoluzione
superati i trent’anni
quando ormai non mi stupivo che fosse passato
il tempo di confondersi sull’età e sui giorni
il tempo di scoprire tutto come se fosse nuovo
e la vita rinata in un’altra primavera
era il senso comune di un’estate ritrovata.
Ho rinunciato alla rivoluzione
per questioni di fisica
se non si può attrarre un sistema di lune
meglio essere
un effimero nodo nella rete di altri
un’assenza da ricordare quando sarà passato l’inverno
una mano da salutare nei troppi giorni della partenza.

Nei giorni delle barricate
Bartleby si ritrovò solo
nel cupo risuonare della città deserta
dopo la rinuncia al mondo il mondo nuovo non nacque
e l’avvocato ormai stanco
aveva smesso di seguirlo
ultimo satellite di un pianeta in fuga.
Guardando l’orizzonte vide le foto di un tempo
le lettere da smistare nell’ufficio di Washington
-nei giorni sospesi nel ripetersi dei giorni
si illuse che la vita fosse ormai in quella stanza
che ogni piccolo gesto ritornasse in eterno
e che la trama degli attimi fosse infine fissata
e il senso di tutto definito per sempre.

Sono stato, pensò
scarificato satellite sulle soglie dell’abisso
sospeso nell’assenza di energia gravitazionale
sono stato
un vuoto di presenza nello sguardo dell’Altro
una solitudine fisica o neurobiologica
in un attimo sospeso in attesa del mattino.

La fine lo scovò nell’inquietudine del tempo
accovacciato sulle macerie di una rivolta solitaria
e ruppe gli ultimi legami con la ripetizione dei giorni
e improvvisamente il silenzio diventò libertà
di creare valori senza valori a cui aggrapparsi
libertà dal tempo e dai tempi usati
dalle ore lavate dal passaggio della marea.

III

Ho ritrovato la rivoluzione
passati i trent’anni
mi sono sentito respirare
ho deciso di guarire
ho deciso di morire
ho deciso di dipingere la vita a grandi campate
prima del tempo del rimpianto e del ricordo
di scivolare via nella risacca del mare.

Eppure
sull’orlo della battigia sul limitare delle onde
mi fermai a fissare la solitudine del Mediterraneo
il cielo di primavera si spegneva lentamente
e il mondo di ieri aveva ancora un suono
e il calore buono
della mia ultima casa.


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