Un contributo etologico sulle storie d’amore tra violoncellisti e contrabbassisti

A F., con gratitudine

Le storie d’amore tra i violoncellisti e i contrabbassisti, insegnano gli etologi, nascono per prossimità. Il contrabbassista è solitamente un animale pigro, dal momento che utilizza le proprie energie per il trasporto dello strumento e trascorre il resto del tempo in quello stato mentale a metà tra l’onirico e l’allucinato proprio dei fan dei Grateful Dead durante i party a base di LSD alla fine degli anni Sessanta. Pertanto, tende a socializzare o con il compagno di leggio, con cui talora discute di tematiche auliche tipo il punto del brano che deve essere suonato, oppure con i violoncellisti, ossia gli esseri curiosi che abitano di fronte a lui.

La socializzazione tra contrabbassisti e violoncellisti nasce inizialmente su questioni pratiche, tendenzialmente relative al fatto che i violoncellisti possiedono matite per scrivere sulle parti e i contrabbassisti no e dunque gliele chiedono. Si evolve poi su tematiche più ampie, affrontate generalmente quando il direttore d’orchestra fa provare settecento volte lo stesso passaggio ai violini; si generano, allora, cenacoli intellettuali che disquisiscono su questioni filosofiche, ad esempio relative al pub in cui recarsi per una birra dopo il concerto. Talora, nascono amori, anche se la scienza fatica tuttora a descrivere in modo specifico i passaggi che conducono a ciò. Il presente articolo si concentra pertanto su un caso specifico della storia bizzarra tra una violoncellista e un contrabbassista sperando che possa essere di stimolo alla ricerca sul tema.

La violoncellista ha probabilmente creduto, in altri tempi, che il contrabbassista fosse un uomo mediamente colto, sicuramente simpatico e dunque con capacità di sopravvivenza in caso di apocalisse nucleare superiori alla media. Sette anni dopo, si è accorta con l’ausilio dei giochi di una fiera di paese di sparare meglio di lui, di tirare pugni molto più forte di lui, di avere capacità di fuga in automobile molto migliori delle sue. Di conseguenza, prefigurando uno scenario post-apocalittico, non le è rimasto che immaginarselo placido, sdraiato a leggere sul letto mentre gli zombi lo guardano perplessi senza mangiarlo nel dubbio che sia uno di loro.

Se il contrabbassista ha da tempo compreso che la funzione del proprio strumento è puramente estetica e che dunque il proprio ruolo nel mondo è quello di raccontare barzellette a voce sufficientemente bassa perché non se ne accorga il direttore, la violoncellista è ancora convinta di produrre arte. Legge libri sul proprio strumento, ascolta Schumann, ha un rapporto viscerale con Verdi, che chiama amichevolmente “quel cretino” da quando ha scoperto che la parte del violoncello in Falstaff è eccessivamente difficile. Il contrabbassista ha provato a spiegarle che non esistono passaggi difficili, ma solo passaggi orchestrati male e che dunque è un preciso dovere di ogni musicista ridurre, in tali condizioni, il numero di note per battuta. La violoncellista non è parsa convinta e ha ribadito che, a suo avviso, le note andrebbero suonate tutte come ha scritto l’autore e il contrabbassista è tornato a scegliere libri con cui arredare in comode pile la loro comune abitazione.

Di fronte alla dissonanza tra i loro mondi, all’autore di questa stimabile pubblicazione non resta che concludere utilizzando il celebre aforisma del calabrone, che non potrebbe volare, ma, non sapendolo, vola lo stesso. La violoncellista e il contrabbassista forse non avrebbero, sulla base delle osservazioni scientifiche, una compatibilità di esperienze per condividere la quotidianità, ma sono troppo impegnati a passare le serate a guardare horror fatti male per dare un serio peso a quanto riportato dalla letteratura più aggiornata sul tema.

Lascia un commento