Si incontrarono sul limitare dei trent’anni. A quel tempo, sicuramente c’era da qualche parte una guerra, qualcuno protestava per qualcosa, le vite cercavano di districarsi entro i problemi abituali – fondamentalmente, darsi un senso prima che fosse troppo tardi, se possibile innamorarsi, ma solo se possibile.
Lui aveva trascorso la giovinezza nella distanza infinita delle cose, beandosi nel rimpianto e nella nostalgia. Ogni sguardo non aveva senso nel momento in cui era vissuto, ma in seguito, nel ricordo, quando si colorava del sapore dell’amore che avrebbe potuto significare, di quello che avrebbe potuto essere e non era stato. Lo chiamava, con un vezzo letterario, bovarismo, senza ammettere a se stesso che si trattava dell’invenzione costante di una vita non vissuta, della sovrapposizione ai giorni di altri in cui tutto sarebbe andato meglio, in cui ogni cosa avrebbe avuto il suo posto, se solo avesse parlato, se solo avesse fatto quella scelta, se solo avesse preso quel treno. Anni dopo, disse che forse era una posizione comoda, la sua, perché nel rimpianto ognuno crea la realtà che desidera, elimina le variabili sgradite, leviga il sogno secondo una linearità che non appartiene alle cose di questo mondo.
Lei inseguiva una sua concretezza e coltivava ancora la speranza di cambiare la realtà. Lavorava in una libreria del centro e nei pomeriggi d’estate risaliva a volte lungo Costa San Giorgio per allontanarsi dal brusio costante che si dirigeva verso piazza Pitti e cercare uno spazio che fosse solo suo. In altri tempi, avrebbe portato con sé un libro, sarebbe arrivata a Villa Bardini e avrebbe letto nel giardino. Ora, da tempo leggeva solo saggi di politica economica e di filosofia e il luogo le sembrava inadatto a ospitarli. Partecipava ad incontri politici, a volte anche a qualche manifestazione di piazza. In libreria, quando poteva, consigliava Lucien Leuwen di Stendhal, testimonianza, a suo avviso, della tensione tra le ambizioni e i sentimenti – anche se una simile visione avrebbe potuto essere applicata a tutta l’opera di Henri Beyle e dunque forse consigliare specificamente quel libro era solo un vezzo, si diceva, un suo modo per dimostrare originalità.
Si incontrarono secondo le modalità del tempo, pochi messaggi su un sito finalizzato a far incontrare le persone sulla base di dati assolutamente insufficienti a stabilire un’affinità. Conclusero, nell’ordine, che a entrambi piacevano i dischi di De Andrè, che avevano letto Dostoevskij e che nei giorni d’estate condividevano il piacere di perdersi nel Giardino delle Rose, tra i turisti e le statue di Folon. Lui non le parlò dei suoi silenzi, della difficoltà a raccontarsi nei rapporti, dell’impossibilità per lui della parola che descrivesse i suoi sentimenti per l’altro. Lei preferì non chiedergli la sua visione sulla politica contemporanea, ritenendo di non voler rovinare l’idealizzazione che aveva creato con la scoperta di una profonda passione di lui per posizioni criptofasciste. Entrambi si mostrarono senza particolari ombre, due amanti della letteratura francese e russa che, privi di qualsivoglia storia personale o di qualsivoglia problema emotivo, si trovavano a cercare un luogo di Firenze in cui incontrarsi.
Decisero di vedersi a una conferenza sull’Uomo senza qualità di Musil, confessandosi con un po’ di timore di non averlo letto, ma di essersi sempre ripromessi di farlo e dunque il primo scambio fu sulla porta del Gabinetto Viesseux per decidere dove sedersi – non troppo avanti, ti prego, vorrei poter andare via se tutto diventa noioso. Lui la trovò più alta che in foto, lei disse che era un’osservazione che le facevano spesso. Lei gli disse che aveva un’aria da bravo ragazzo, insomma, non uno che usa un sito per incontrare persone, lui fece qualche osservazione che si voleva ironica sul fatto che stava conducendo un esperimento sociale.
Uscirono, presero un caffè al bar di palazzo Strozzi, lei parlò delle vicissitudini del suo lavoro di libraia, condito di qualche aneddoto divertente sugli americani che chiedevano libri inesistenti. Lui rispose con qualche osservazione sulla propria attività di programmatore, deviando presto su tematiche musicali quando vide la noia affacciarsi negli occhi di lei.
Si dissero, alla fine, di aver passato una bella giornata. Dissero che avrebbero avuto piacere di rivedersi.
Non si rividero nei giorni o nei mesi successivi. Lui la trasformò nell’ennesima occasione persa da idealizzare e non riuscì a scriverle per proporle di incontrarsi. Lei lo aveva trovato troppo distante dal suo mondo e dai suoi interessi e aveva deciso che, anche qualora le avesse scritto, avrebbe inventato una scusa per non vederlo. Si incrociarono, anni dopo, in quella stessa libreria del centro in cui lei gli aveva detto di lavorare (lui, nel frattempo, aveva del tutto dimenticato quell’informazione). Lei sembrò felice di incrociare il suo sguardo. Gli consigliò Lucien Leuwen, lui se ne dichiarò contento. “Forse ti scriverò” le disse, senza menzionare che aveva cancellato da tempo il suo numero. Uscì dicendosi che sarebbe stato meglio non tornare più in quella libreria per evitare incontri sgraditi con il passato. Lucien Leuwen, comunque, gli piacque. Trovò che raccontasse molto bene la tensione tra i sentimenti e l’ambizione politica.
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