Il tempo dell’amore – Riflessioni su “Il senso della fine” di Frank Kermode

L’amore, come la vita, come la bellezza, si nutre di sospensioni del tempo. Di sentire una voce, la sera, e ricollegare le emozioni a quelle di altre sere in cui si è sentita la stessa voce, in cui il senso di tutto sembrava chiudersi in una stanza, in cui il passato e il futuro collassavano sul presente e in cui era bello essere lì ed essere vivi. Kermode ne Il senso della fine parla dell’aevum, di quel tempo che partecipa sia dello scorrere contingente dei minuti e dei giorni, sia dell’eternità e quando lo leggo l’immagine che emerge è legata proprio a quei momenti di sospensione del tempo in cui ho l’impressione di riuscire a toccare l’eternità. Un tempo, associavo tali momenti a certe notti d’estate in cui si riusciva a parlare di sé con maggiore franchezza, in cui si creava uno spazio per raccontare le proprie storie e per sentirsi vicini, al di là delle sovrastrutture e delle diffidenze create dalla quotidianità. Più tardi, la sospensione si è legata strettamente all’esperienza artistica, fosse questa la pratica musicale – nei concerti, quando si suona, spesso ci si dimentica di chi si è, si perdono di vista quanto accaduto ieri e i timori per quanto accadrà domani e l’unica definizione del tempo è data dallo scorrere delle note e delle battute, dall’interna dinamica del brano – oppure il contatto da fruitore con un’opera d’arte o musicale. A vent’anni, andai a vedere per la prima volta l’Aida e non l’avevo mai ascoltata prima. Rimasi lì ammirato, all’ultima fila della galleria del Teatro del Maggio Musicale, accanto a un melomane che canticchiava le melodie più famose ed ero talmente immerso in quanto ascoltavo da sperimentare, alla fine, un certo disorientamento, quasi che tornare al vissuto quotidiano del tempo e dello spazio comportasse uno spostamento dal luogo in cui la musica mi aveva portato.

Anni dopo, nell’amore trovai la stessa temporalità sospesa tra il presente e l’infinito, la stessa sospensione della necessità di dare all’esistenza un senso e una direzione, secondo la romanzesca successione di inizio, sviluppo e fine di cui Kermode riconosce nel suo saggio al contempo la necessità e l’artificiosità. Parla di Sartre, Kermode, e di come questi cerchi, nella Nausea, di restituire la concretezza delle cose, il caos degli eventi, privando tutto della potenzialità aristotelica per cui ogni momento ha in sé i presupposti per un momento successivo, per cui ogni atto limita la libertà dell’atto successivo. Ebbene, quella pura concretezza priva di potenzialità l’ho ritrovata nelle vicende dell’amore, in quel vissuto qui-ed-ora che si ha quando ci guardiamo, quando ci parliamo, quando siamo insieme e non abbiamo bisogno d’altro.

Abbiamo necessità di dare un senso. Di distinguere, come scrive Kermode, il tick dal tock dell’orologio e di vivere il tempo che li separa come caricato di un valore specifico. È una necessità che l’autore riconduce alla cristianità, al Nuovo Testamento che riprende l’Antico Testamento, che aveva definito un inizio con la Genesi per poi descrivere un flusso di eventi aperto verso il futuro, e gli conferisce un senso, con la venuta di Cristo, e una conclusione, con l’Apocalisse. Sicuramente è una necessità anche della società attuale, dove il tempo è scandito in modo strettamente legato al senso che l’individuo gli fornisce: ci si iscrive a un istituto superiore in funzione di ciò che si vorrà fare nella vita e si frequenta l’università in funzione del proprio progetto esistenziale. In seguito, si lavora e il lavoro sarà funzionale a raggiungere obiettivi coerenti con quelli imposti dal contesto sociale (ad esempio, fare figli), oppure con quelli individuali o del proprio gruppo (ad esempio, viaggiare per il mondo). È un tempo sempre significato, in cui il senso è poi generalmente cognitivo, mai emotivo, in cui si attua costantemente una rilettura a ritroso per vedere in ciò che è stato la potenzialità di ciò che è, secondo il passaggio della potenza in atto che Aristotele propugnava e Sartre contestava.

Dunque, sento il bisogno delle sospensioni del tempo, sento il bisogno di quei momenti di pura emotività, a cui si accede ad esempio guardando chi si ama. È, quello, un tempo qualitativamente diverso, in cui la significazione è intuitiva e non razionale e in cui l’assenza di riflessione mette a contatto con l’eternità. Il tempo in cui ci sei tu, ci sono io e va bene così e potrebbe essere così per sempre.

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