Ci sono ricordi che si fissano nella memoria e che in qualche modo danno un senso a un periodo, a un momento della vita. Ci sono ricordi che segnano una rottura, la percezione che da quel momento in poi niente sarebbe stato più come prima, una crisi nel senso greco di krino, una separazione tra quanto c’è stato prima e quanto accadrà dopo. Ecco, per me quel ricordo è una piccola memoria dei miei diciannove anni: mi ero iscritto a Medicina dopo cinque anni di liceo classico e stavo frequentando le prime lezioni. Solo l’estate precedente, nel tentativo di anticipare alcuni argomenti che avrei poi affrontato per l’esame di maturità, avevo intrapreso uno studio solitario della letteratura del Novecento, appassionandomi a Gadda, di cui lessi il Pasticciaccio e la Cognizione del Dolore, al Montale degli Ossi di Seppia, di cui consumai le poesie in pomeriggi molto simili all’afosa immobilità della costa ligure descritta dall’autore, a Pirandello. Una volta alla settimana mi recavo in libreria, a Pescara, e tornavo con decine di libri, alcuni correlati alla storia della letteratura che stavo studiando, altri legati al racconto della contemporaneità, come il testo dei Wu Ming sulla New Italian Epic che mi iniziò alla comprensione del postmodernismo in narrativa e alle possibilità di resistenza contro la riduzione della finzione del racconto a puro gioco. Ebbene, a un anno da tutto questo, da questa fase di entusiasmo che ricordo ancora come un momento centrale della mia esistenza, sedevo in un’aula universitaria, assistendo a una delle lezioni introduttive al corso di laurea in Medicina. La professoressa parlava con insistenza di letteratura – dovete leggere la letteratura, diceva – e io non riuscivo a comprendere quale correlazione potesse esservi tra l’igiene delle mani e Italo Calvino, pur ammettendo che Calvino (e non ho motivo di dubitarne) fosse una persona molto pulita. Dopo qualche minuto, fu la stessa docente a chiarire l’equivoco: con il termine letteratura faceva riferimento agli articoli scientifici e citò anche alcuni motori di ricerca in cui era possibile consultarli. Ricordo che mi sentii fuori posto. Avevo amato un’altra letteratura e fino a poco tempo prima la domanda che mi ponevo era se avesse senso leggere l’intera Recherche di Proust. Ora, mi sembrava di trovarmi in un luogo in cui la lingua aveva altri significati, infinitamente lontani da ciò che mi piaceva e mi entusiasmava. Penso che in ogni caso lo spaesamento iniziale abbia prodotto una doppia cornice di senso, una sorta di necessaria scissione: da un lato vi era l’adesione al rigore scientifico proposto dal corso di studi, dall’altra vi era un fiume carsico che chiedeva di dare all’esistenza un altro senso e che si nutriva della scoperta dei romanzi di Alvaro Mutis e di Jean Claude Izzo. Mi piace pensare, poi, che il fiume carsico si sia riunito alla corrente principale con la scelta di fare lo psichiatra, mestiere sospeso tra la narrativa e la scienza, mestiere “a mezza altezza”, “fatto di niente”, come lo definisce Milone in Astenersi principianti.
Ripenso all’atto iniziale di quella scissione oggi, leggendo Psicopatologia narrativa di Luca Casadio in questi giorni adriatici. Parla della necessità di affiancare al linguaggio scientifico la dimensione del racconto, di ascoltare e dare un senso narrativo, oltre a fornire delle letture e delle risposte su una base scientifica, e penso all’insistenza con cui si parla sempre più di medicina narrativa e della sua importanza nei contesti di cura. L’impressione che ho, tuttavia, è che tutti questi appelli, di cui pure riconosco la rilevanza, insistano su un sistema che tuttora privilegia, per la formazione dei medici, la trasmissione di nozioni tecniche sulla futura professione. I timidi tentativi di introdurre le medical humanities nelle facoltà vengono solitamente schiacciati dal peso delle materie centrali del corso di studi, che sottraggono il tempo e l’attenzione degli studenti nonostante gli sforzi di chi si dedica al loro insegnamento – ricordo, a questo proposito, il faticoso tentativo del mio docente di bioetica di sintetizzare nell’unica lezione a sua disposizione nell’intero corso di studi (due ore, se ben ricordo) una materia su cui sarebbe stato necessario forse soffermarsi per mesi. Di conseguenza, il medico esce dal suo percorso formativo ignaro di molti temi – dei meccanismi psicologici dell’attaccamento che emergono nelle situazioni di cura, delle teorie sull’alleanza terapeutica, delle modalità possibili in cui la malattia può incidere sulle narrative esistenziali che sottendono l’identità – e si trova poi a dover reagire a molte situazioni secondo buonsenso, strumento che a volte può condurre fuori strada. Si diventa medici con pochi strumenti per affrontare i dilemmi etici posti dalla professione, con una scarsa o inesistente preparazione epistemologica per soppesare la validità delle teorie scientifiche che vengono studiate e applicate, con una ridotta formazione al lavoro d’équipe, che pure sarà per molti la modalità prevalente di operare nel corso della professione. Si trascurano le questioni di genere, la sessualità spesso è poco trattata (l’Università di Firenze organizzava comunque un corso specifico per affrontare tale tema al di fuori delle ore curricolari) e si potrebbe procedere a lungo su quanto viene tenuto fuori da un processo formativo che sembra avvenire al riparo dall’urto della realtà. Si forma il medico come se dovesse avere esclusivamente competenze tecniche, come se dovesse riparare apparecchi elettronici, senza preoccuparsi che si troverà ad affrontare una società complessa, sfaccettata, non di rado conflittuale e ci si aspetta poi che trovi naturalmente le modalità per adattarvisi. Fortunatamente, vi è poi un apprendistato “di bottega”, che si svolge seguendo tanti colleghi e docenti di esperienza che si soffermano a raccontare le difficoltà della professione, i loro errori, i loro dubbi e che trasmettono la dimensione umana e la complessità del lavoro; penso di aver avuto, in questo, degli insegnanti validi, che hanno avuto la disponibilità di condividere con me i passaggi di un’esistenza dedicata a un mestiere d’aiuto e le loro storie. Eppure, chiaramente questo non è sufficiente, perché demanda molto al caso e alla disponibilità dei singoli.
Penso che il punto di passaggio, per incoraggiare un progressivo arricchimento dei percorsi formativi che dia uno spazio adeguato perlomeno ad alcuni dei temi sopra sollevati, sia una riconsiderazione globale del racconto che la società fa del mestiere di medico. Il medico viene descritto attualmente come un professionista che propone degli strumenti diagnostici e terapeutici mutuati dalla scienza; dalla scienza trae la propria credibilità e la propria autorevolezza e dunque la padronanza del sapere tecnico ne determina l’efficacia con i pazienti. Tuttavia, nel momento in cui si pone in una funzione di cura, agisce su fantasmi molto antichi: egli ha, secondo una modalità di lettura etnopsichiatrica che mutuo da Coppo, una funzione di mediazione con l’invisibile. È infatti invisibile il processo fisiopatologico in atto, è invisibile il modo in cui agiscono le terapie. Tale funzione non è poi diversa da quella del guaritore tradizionale di alcune popolazioni dell’Africa settentrionale, per cui l’invisibile è rappresentato dagli spiriti che tormentano il soggetto determinando la patologia. Il medico svolge dunque un ruolo basato su archetipi arcaici in una società complessa e le sue funzioni vanno di conseguenza ben al di là della formulazione di una diagnosi e della proposta di una cura sulla base della letteratura scientifica: ascolta, tenta di restituire un significato al dolore provato, ricostruisce gli elementi, nel contesto di vita della persona, che potrebbero aver contribuito e contribuire alla patologia, accompagna nella sofferenza, valuta la qualità della vita del soggetto malato, tenta di inserire la proposta di cura in un orizzonte di senso che sia coerente con il mondo del paziente. L’elenco potrebbe continuare a lungo. Il medico, mediando con l’invisibile, attua una ricucitura rispetto alla frattura avvenuta nella vita della persona sofferente con l’irruzione del dolore: unendo i racconti del malato, i molteplici racconti sociali entro cui la cura si inserisce e la possibilità di aiuto che la scienza consente, cerca di giungere con la persona sofferente a un significato del dolore che sia compatibile con la speranza e con il futuro e di negoziare la possibilità di un cambiamento, pur minimo, in almeno un punto dell’esistenza attuale del paziente. Tutto questo, che al singolo professionista è ben presente per le contingenze della propria esperienza dell’incontro con i malati, dovrebbe far parte del racconto sociale del lavoro del medico, in modo da orientare la formazione in modo coerente con tale molteplicità di significati.
Se questo cambiamento avverrà, forse, in futuro, il medesimo appello a leggere la letteratura che mi fu rivolto al primo anno di Medicina, sarà fatto agli studenti dando a quel termine il significato che gli attribuiva il me stesso diciottenne; sarà quindi consigliato, per apprendere l’ascolto e abituarsi alle narrative esistenziali, di affiancare ogni anno ai necessari testi specialistici almeno un romanzo, in modo da recuperare, accanto al sapere tecnico, una costante comunicazione con l’umano e con la sua complessità.
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