In memoria di Franco Basaglia, a quarantacinque anni dalla sua scomparsa
La frase che mi solleva dalla stanchezza di un pomeriggio estivo arriva alla fine della lettura de L’istituzione negata. Franco Basaglia riflette sull’esperienza dello psichiatra martinicano Frantz Fanon. Questi, dopo una lunga riflessione sui rapporti di potere in un contesto coloniale e sul proprio ruolo, in quanto psichiatra, in tale sistema, si dimise dall’ospedale algerino in cui lavorava e si unì al Fronte di Liberazione Nazionale algerino. Scelse, scrive Basaglia, la rivoluzione. Basaglia ragiona poi sul proprio ruolo all’interno del sistema manicomiale italiano: alla fine degli anni Sessanta, quando esce L’istituzione negata, il medico veneziano è già passato dall’umanizzazione del manicomio di Gorizia basata sulle porte aperte e sull’applicazione del metodo della comunità terapeutica di Maxwell Jones a una più ampia messa in discussione del ruolo dello psichiatra come figura tecnica cui il sistema di potere e la classe dominante delegano il controllo su una parte deviante della popolazione. Pertanto, si è reso conto che anche la comunità terapeutica e i sistemi umani di gestione del manicomio rischiano di diventare una modalità per mantenere il controllo normativo che il potere impone sui pazienti, in modo forse anche più insidioso in quanto meno apertamente violento e ancorato a una pretesa scientificità. La contraddizione della comunità terapeutica e il rischio di autoritarismo soft in essa insito sono ben descritti ne L’istituzione negata e tale contraddizione porta Basaglia a chiedersi come sia possibile rimanere come psichiatra in un’istituzione a cui viene chiesto dalla società di attuare un potere di segregazione e di normalizzazione una volta assunta la consapevolezza di ciò e alla luce della propria personale contrarietà a ciò. Basaglia, dopo aver portato l’esempio di Fanon, rifiuta con garbo la soluzione rivoluzionaria, ossia l’uscita attraverso la lotta armata dalla dialettica interiore tra il ruolo assegnato dalla società, ossia il controllo della devianza, e la messa in discussione di tale ruolo attraverso la volontà, nel contrasto tra oppressi e oppressori, di stare con gli oppressi. Bisogna stare nella contraddizione, scrive Basaglia. E questo mi illumina.
L’istituzione negata è piena di appelli a non rifiutare la dialettica e a non fantasticare di un sistema adialettico, in cui il rapporto tra oppressi e oppressori sia risolto una volta per tutte. Basaglia lo ricorderà anche ne La maggioranza deviante e subito dopo la legge 180: il rischio è che al sistema manicomiale, la cui funzione di controllo era esplicita, si sostituisca un sistema medico o sociosanitario che attui comunque una funzione di controllo e normalizzazione dei comportamenti devianti in modo apparentemente adialettico, perché coperto dal paradigma della scientificità. Per Basaglia, bisogna smettere di illudersi che sia possibile superare, magari attraverso un metodo di cura supposto estraneo alle dinamiche di classe, la dialettica sempre esistente tra i tentativi di controllo da parte del potere e i tentativi di ribellione da parte di chi vi è sottoposto.
Gli anni in cui viene pubblicata L’istituzione negata e in cui avviene il processo che porta alla legge 180 sono quelli del lungo Sessantotto italiano. Anni in cui vi è una riduzione della fiducia nei partiti parlamentari e in cui emergono spinte che la politica tradizionale fatica a incanalare. La tradizionale visione marxista, basata sulla centralità della dialettica di classe, inizia a mostrarsi inadeguata per comprendere i cambiamenti in atto e dare risposte: se la politica si è fino a quel momento orientata sulla base di una lettura della società che vede come attori principali i proprietari dei mezzi di produzione e la classe subalterna salariata, improvvisamente irrompono sulla scena altre lotte molto diverse da quelle operaie e gli studenti, le donne, gli omosessuali, lo stesso movimento antistituzionale in psichiatria impongono nuovi bisogni e nuovi desideri. Lo stesso modello organizzativo partitico entra in crisi e lo psicoanalista Elvio Fachinelli, nel suo articolo Il desiderio dissidente, teorizza un’azione politica attuata da un movimento orizzontale e privo di un organigramma cristallizzato, che si basi sul desiderio che si autoalimenta e che sostituisca ad ogni obiettivo raggiunto un nuovo obiettivo, senza gerarchizzarsi sotto una leadership. Sullo sfondo, comunque, è sempre presente l’ipotesi rivoluzionaria, che porta anche alla lotta armata, con l’ipotesi di una soluzione che annulli definitivamente le dialettiche in una prospettiva di liberazione.
Oggi, molto è cambiato. La rivoluzione non è più un orizzonte possibile, anche per l’osservazione della creazione, nei luoghi in cui si è effettivamente realizzata, di nuove dialettiche non di rado più oppressive di quelle di classe. Deleuze e Guattari ne L’anti-Edipo suggerivano la vicinanza tra i regimi comunisti e il sistema di significazione presente nei sistemi dispotici precapitalistici e in effetti si può osservare come tali regimi, ben lontani dal perseguire una rottura dei rapporti di potere basata sull’autogestione dei mezzi di produzione da parte dei lavoratori, si strutturassero come autocrazie in cui i vertici del Partito attuavano uno stretto controllo sui vari aspetti della vita pubblica e privata dei cittadini, come degli stati-Leviatano in cui alla deterritorializzazione capitalistica si sostituiva una rigida codificazione di ogni aspetto della vita. Tuttavia, se l’uscita dalla dialettica attraverso la rivoluzione non è più attuabile, al tempo stesso non è nemmeno più accettata l’illusione capitalistica della fine della storia, l’ipotesi di un mondo dove, grazie al benessere e alla libertà creati dal Capitale e dal sistema economico neoliberista, ogni tensione infine si esaurirà. Viviamo invece in un contesto sociale profondamente dialettico, in cui alle rivendicazioni economiche e sociali di chi si riconosce subalterno perché precario, perché disoccupato, perché soffocato da dinamiche lavorative basate sullo sfruttamento di sé da parte del soggetto stesso si affiancano le rivendicazioni di chi si riconosce in un’identità oppressa, ad esempio legata al genere, all’orientamento sessuale o alla perdita di futuro legata alla crisi climatica. Sono lotte spesso pulviscolari, che non hanno un aggregatore partitico, né si manifestano nei presidi permanenti delle piazze degli anni Settanta. Eppure, esistono, sono vitali, generano identità dissidenti che non di rado vengono diffuse attraverso i social e che portano molte persone a identificarvisi (basti pensare, ad esempio, alla diffusa rappresentazione del lavoratore stanco, poco retribuito, costantemente animato dalla fantasia delle “grandi dimissioni” e dal recupero del proprio tempo libero per affermare se stesso). Fanno circolare temi che vengono ripresi e diventano oggetto di conversazione nei gruppi di amici, nei luoghi di lavoro, nelle dinamiche di relazione. Quale può essere l’obiettivo di queste lotte? La perdita dell’orizzonte rivoluzionario può essere in questo destabilizzante; manca il grande obiettivo di trasformare completamente la società caro ai nostri padri, il sogno della palingenesi è assente e questo può demotivare.
E qui si torna a Basaglia, a questa giornata estiva in cui leggo la fine de L’istituzione negata e improvvisamente tutto sembra avere un possibile senso, seppur provvisorio. Bisogna accettare la dialettica, stare nella contraddizione, consapevoli che quanto si vuole descrivere come adialettico in realtà utilizza ideologie di ricambio per mascherare lo sfruttamento. Bisogna riconoscere in sé lo sfruttato e lo sfruttatore, in quanto ognuno porta in sé aspetti di potere (è ad esempio un uomo etero cisgender in una società in cui tuttora le differenze di genere pesano sugli stipendi e sulle possibilità di carriera e in cui l’omotransfobia è ancora presente) ed elementi che lo avvicinano alla classe subalterna (ad esempio, legati ad aspetti lavorativi o alla crisi climatica). La riscoperta di questa dialettica interna e l’accettazione di avere in sé sia aspetti di potere, sia aspetti di subalternità può da un lato permettere di prendere una posizione chiara a favore di chi potrebbe subire il potere che agiamo, dall’altro di unirsi alle altre identità che lottano per ciò in cui siamo subalterni. Non possiamo scegliere la rivoluzione come Fanon. Possiamo però stare nella contraddizione e nella contraddizione lottare come Basaglia.
Franco Basaglia è morto il 29 agosto del 1980, quarantacinque anni fa. Eppure, ha lasciato parole che possono accompagnare il cammino e le lotte non solo dello psichiatra e dell’operatore di salute mentale di oggi, ma di ogni cittadino.
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