La campagna in novembre si ingrigisce. Le colline, quando appaiono, hanno un colore bruno in primo piano, più chiaro andando indietro. La terra più vicina appare nera. Le montagne, lontano, sono smarrite dietro la vaghezza del cielo chiaro del mattino. Ho trentaquattro anni e faccio questa strada da tre. Sono in quell’età sospesa in cui niente appare più da costruire e tutto è da proseguire. Non è più tempo di darsi un ruolo, di individuare il proprio posto nel mondo. Quella era l’adolescenza, quelli erano i vent’anni. Ora c’è una casa, uno stipendio – e devi sentirti fortunato ad averne uno, dicono e hanno ragione – e il tempo futuro non è che una infinita riproduzione del presente. Sarà sempre così, giorno dopo giorno. Ci saranno sempre le colline brune alla fine di novembre, il freddo lungo il percorso per raggiungere la macchina, i giorni fissi per il lavaggio delle strade e l’odore delle stufe per strada nelle sere di dicembre. Eterno ritorno, mi viene da pensare. L’eterno ritorno dell’uguale. Quando me lo spiegarono, al liceo, lo trovai strano. Allora, tutto era da costruire, dunque niente si ripeteva. Ora lo comprendo bene, anche se non credo che Nietzsche avesse un lavoro statale o qualcosa del genere.
Non è noia, quella che provo mentre le colline mi arrivano in faccia mentre vado loro incontro con l’automobile. La noia è di chi sa di poter trovare altro, di chi cerca altrove il senso di una grandezza latente. Forse, è nostalgia. Nostalgia di un entusiasmo perduto, nostalgia di giorni in cui tutto era nuovo. In fondo, dopo la Genesi vi è solo un ripetersi di giorni e ogni giorno porta una storia, ma è lievemente simile al giorno precedente. I nostri racconti si somigliano tutti e somigliano a quelli di altre persone che si smarriscono verso le colline brune e che in un giorno di novembre notano che il cielo vela le montagne. Come in un quadro di Leonardo, avrebbe detto la mia professoressa di arte al liceo. Non pensavo a lei da tempo.
Ho trentaquattro anni. Un’età inutile. Troppo tardi per cambiare rotta, troppo presto per cercare una riva su cui riposare. Per il mondo sono giovane, così dicono, sei giovane, puoi tutto, ma sulle spalle ho tutta la stanchezza di un futuro perduto. Dicono che viviamo nell’era del narcisismo, ebbene, la cosa terribile del narcisismo è quando ti accorgi che la grandezza che hai sognato è solo una strada di campagna, una via che si inerpica sulla collina. Non c’era niente di grandioso nel futuro e, del resto, non lo immaginavi neanche. C’era solo l’idea vaga che a un certo punto sarebbe successo qualcosa, il giro che cambia il senso dell’esistenza di cui parlano i film. Niente è accaduto ed hai continuato a costruire perdendo ogni illusione.
Se fossi Odisseo, questa sarebbe l’isola di Calipso, che ti trattiene in eterno impedendoti di ripartire, oppure Itaca, la patria calda che ti accoglierà per sempre. E ti senti un po’ Odisseo, in questa mattina di novembre, mentre risali la collina bruna e le montagne sono sparite, il tempo per pensare si riduce e la meta è vicina. In fondo anche per Odisseo il futuro era finito. Tornava, ecco tutto. I sogni eroici erano rimasti nella carneficina di una città in Asia Minore. Il tempo di costruire era finito e rimaneva un viaggio, poi, a Itaca, avrebbe trovato le sue colline brune, la sua strada da percorrere ogni giorno, il suo senso di abitudine. Forse per questo era naufragato.
Parcheggio sempre allo stesso posto per non dimenticare dove ho lasciato l’auto. Poi, la giornata inizia.
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