• E l’autunno arrivò anche quell’anno e aveva la voce di Gianmaria Testa – l’avevo incontrato tra le pagine di un libro di Izzo e lo ritrovavo alla fine di ogni estate, con la voce che delineava quella sottile malinconia così simile alla mia, quella percezione che in fondo la vita, i rapporti, l’amore non fossero che lievi imprecisioni di un flusso che ci allontanava costantemente dalla felicità. Ci saremmo seduti sulla soglia di casa e avremmo raccolto i frammenti dei nostri ricordi, di quei brevi istanti in cui avevamo creduto di intravedere qualcosa di diverso rispetto allo scorrere prevedibile dei nostri giorni, alle scadenze che sapevamo di avere e ai compleanni che ci definivano con la pretesa di una responsabilità non desiderata – in fondo hai ventisette anni, dovresti iniziare a sentirti adulto e a convincerti infine della perdita della libertà dell’adolescenza, sembravano dichiarare. Li avremmo lasciati scivolare sotto la pioggia di ottobre e avremmo provato a raccontare a noi stessi la nostra storia, a illuderci che la tristezza sarebbe passata, ancora una volta, al termine dell’inverno.

    E l’autunno arrivò anche quell’anno e io ripensavo a una donna – veniva da Córdoba, in Argentina, le avevo scritto poesie nei pomeriggi di un altro settembre; lei le leggeva con una voce tranquilla che si confondeva con le prime ombre della precoce notte di ottobre e poi mi diceva che sì, le erano piaciute e mi recitava le sue. Mi parlava della necessità della fine dell’estate, dell’importanza di avere un momento in cui lasciar cadere le foglie secche delle nostre illusioni agostane, dell’eccessivo desiderio di abbracciare la vita e le persone che ci conduceva a volere troppo, ad intrecciare più rapporti di quanto fossimo pronti a mantenere, a promettere sogni che sarebbero svaniti al risveglio delle piogge d’ottobre. In fondo, mi diceva, l’autunno ci permetteva di comprendere quali, tra i volti che avevamo raccolto negli inganni di un’estate che avevamo creduto infinita, avremmo voluto ancora accanto a noi per affrontare la durezza del gelo e quali invece avremmo lasciato svanire per poi rimpiangerli, forse, nelle pieghe di dicembre.

    Scivolavo nel rumore tenue del centro che si svuota dai turisti – in via della Spada venivo sorpassato da una vecchia macchina con due suore a bordo, avevano la “P” di chi sta facendo pratica per la patente e l’espressione convinta di chi ha una missione da compiere (verosimilmente, uccidere due o tre americani biondi che passeggiavano con aria noncurante al centro esatto della strada) e Oltrarno, in Costa San Giorgio, mi fermai ad ascoltare un gruppo di messicani che improvvisavano “Guantanamera” sui gradini che conducono al fiume. Rimasi là a pensare alle illusioni, a come il mondo immaginato talora ci allontani e ci porti a rifiutare la realtà. Ulisse era rimasto sette anni con Calipso, sull’isola di Ogigia; la conosceva, probabilmente era arrivato quasi ad amarla, eppure alla fine volle tornare da Penelope, da una donna che non vedeva da vent’anni e di cui non sapeva niente – di lei per lui non esistevano che pochi ricordi e molti sogni, non restava che un volto di ragazza ormai svanito dietro ad una maturità raggiunta da tempo, non restava che un’immagine da costruire nella fantasia con le voci e i volti delle donne che aveva incontrato nel suo viaggio. E ripartì, se ne andò da Ogigia per inseguire quella che ormai era unicamente una sua invenzione, abbandonando gli occhi che vedeva ogni mattina e che forse ormai erano scoloriti dall’abitudine dei troppi anni passati, privi della novità della conquista o dell’idealizzazione del sogno che ci permette di illuderci che gli altri siano esattamente come li immaginiamo.

    Salendo verso San Leonardo in Arcetri incontrai le voci di due signore bolognesi che indicavano le decorazioni incise su un muro di pietra – “Sai che non le avevo mai notate?” “Bastava guardare” “Non basta guardare, bisogna saper vedere”. Introdussi le loro conversazioni nel mio pensiero – molte volte ero stato incapace di guardare, di vedere, in passato, troppe volte ero partito come Ulisse lasciando ciò che mi sembrava ormai troppo usato per potermi comunicare alcunché e avevo cercato nuovi amici, nuovi volti, nuove storie, senza chiedermi se scrutando meglio nelle pieghe degli sguardi di ieri avrei potuto trovare qualcosa di ignoto e se in fondo la familiarità e la conoscenza profonda non potessero darmi un piacere equivalente alla ricerca superficiale di voci sempre nuove. Una ragazza di vent’anni camminava rasente il marciapiede; accanto a lei, una donna di mezza età mi scrutò brevemente e credetti improvvisamente di aver già visto i suoi capelli grigi – mi resi conto più tardi, quando ormai mi aveva superato da tempo, che si trattava della mia maestra delle elementari. Forse avrei imparato a smettere di fuggire dagli occhi azzurri di Calipso, mi dissi, forse con il tempo avrei infine appreso che Penelope non esiste, che nessuno corrisponde perfettamente all’immagine ideale che ce ne facciamo e che in fondo è meglio così. Il vento degli ultimi giorni di settembre accompagnava i miei passi verso piazzale Michelangelo e pensai che forse la fine dell’estate mi avrebbe aiutato a ricercare la familiarità dei volti antichi, ad abbandonare il desiderio di scoperta per abbracciare la fatica della costruzione dei rapporti, della conoscenza profonda, senza fuggire alla ricerca di sogni irraggiungibili dopo le prime difficoltà. Forse la mia amica di Córdoba aveva ragione, in effetti. Avevo bisogno dell’autunno.

  • Lasciamo che Settembre muoia
    che il fumo entro cui svaniscono le tue poesie
    – raccontavi e distruggevi mille volti di uomini
    cancellati dal rumore delle navi in partenza
    nelle sere di gennaio al porto di Ogigia –
    si faccia nebbia sottile nel vento del mattino.

    Lo so, ti ho promesso molto.
    L’estate mi aveva avvolto con le sue illusioni
    e avevo creduto che obbedendo a un fallace dover-essere
    avrei costruito la mia Morgana
    perduta nella bruma di un futuro adolescente.
    Ti ho promesso molto
    ma nelle notti in riva al mare sognavo Penelope
    sola nella penombra di stanze sempre uguali
    Penelope senza volto, senza voce
    senza alcun ricordo per colmare vent’anni di silenzio
    se non la fantasia.
    E l’ho immaginata nelle notti di luglio
    – sai, aveva gli occhi come i tuoi
    e raccontava le stesse tue storie
    di marinai traditi dalle sirene
    di monaci silenziosi che annotavano i nomi su vecchi libri
    per dare un volto ai granelli di sabbia
    che costruiscono l’eternità.
    Aveva la tua voce nei pomeriggi Oltrarno
    quando la vita sembrava cedere alle lusinghe del caso
    e le suore facevano scuola-guida su auto a noleggio
    e negli occhi inconsapevoli di una passante
    incontravo il bambino che ero stato
    sulla via che porta a Arcetri.

    Lo so
    abbiamo ascoltato i turisti spagnoli
    cantare sulle scale in Costa San Giorgio
    ma erano i giorni della nostra illusione
    quando ancora il tuo volto era colorato dalle mie storie
    ed eri tu e non eri e riuscivo ancora a inventarti.
    Ora mi parli della necessità dell’infelicità
    di accettare la realtà del tuo seno
    della mia mano che lo sfiora nell’estate morente
    la realtà dei tuoi silenzi, così diversi da come li avevo sognati
    la realtà dell’inutilità dei miei versi per descriverti.

    Mi siederò sulla spiaggia come un tempo
    quando disegnavo foglie blu sulle auto alla deriva
    e immaginavo il mare nelle vie di Firenze.
    Guarderò gli alberi invecchiare aspettando l’inverno
    e ti dirò di stare bene mentre osservo l’orizzonte.
    E forse
    quando mi volterò di nuovo
    verso la tua grazia assopita nelle mattine di settembre
    saprò infine che Penelope non è mai esistita
    e abbandonando i miei frammenti di illusione
    i miei biglietti di viaggio
    non avrò più una nave da attendere.
    Mi addormenterò insieme a te
    e non sarò più straniero
    nell’autunno di Ogigia.

  • Gli alberi blu

    “Stanotte è venuta l’ombra
    l’ombra che mi fa il verso
    le ho mostrato il coltello
    e la mia maschera di gelso”

    F.De André, I.Fossati “Ho visto Nina volare”

    Ricordo le estati della mia infanzia come un periodo di stasi. Il tempo rimaneva immobile, come le navi quando si addentrano in certe insenature della costa per ripararsi dalle correnti, e improvvisamente avevi la percezione che nulla sarebbe mai cambiato, che il tuo volto non avrebbe mai raggiunto lo specchio sopra il lavabo e che avresti sempre continuato a credere che gli adulti avessero tutte le risposte e non ti saresti mai reso conto che in fondo erano solo bambini che giocavano alla vita senza conoscerne le regole. Nelle sere di agosto ti spingevi fino in piazza in compagnia di amici che avresti dimenticato all’inizio dell’autunno e rimanevi là a lasciare il primo sonno svanire nell’oscurità, in un silenzio che iniziava a riempirsi delle storie da raccontare al ritorno. Più tardi l’estate avrebbe portato altro. Notti insonni sulle montagne sopra Torino ad aspettare l’alba in compagnia di una donna e a sentirsi, per la prima volta, adulti. Pagine e pagine di illusioni e disillusioni abbandonate nelle secche di un’esistenza che procedeva a strappi, per brevi slanci, tra le letture necessarie del liceo – Tolstoj, Joyce, l’indispensabile Dostoevskij – i sogni d’amore e, tempo dopo, i libri universitari ad attendere sul tavolo. L’Italia che vince il Mondiale, nel 2006 – allora, nel paese in Abruzzo dove passavo le vacanze, requisirono un’autocisterna e la utilizzarono per andare su e giù nella via principale per i festeggiamenti. Ma a poco a poco i colori si spensero e l’estate non rimase che una questione atmosferica, con pochi effetti sulla mia anima di viaggiatore solitario in anni difficili.

    Quando avevo sette anni a scuola mi dissero che non esistevano alberi blu. Allora la realtà aveva ancora i contorni dei sogni vividi di certe notti di primavera, in cui tutto segue regole inaspettate e imprevedibili e dunque cerchi di trovare, prima che il mattino ti restituisca ai tuoi giorni uguali e duri, un senso che ti permetta di dare una forma alle macchie di colore sulla tela, di definire un’immagine a partire dal caos delle linee che si intersecano senza ragione nelle pieghe delle tue peregrinazioni oniriche. Allora tutto era nuovo e doveva essere spiegato e si poteva dunque anche credere che altrove potessero esistere alberi blu e rappresentare tale convinzione sulla carta. “Non esistono alberi blu”, mi dissero a scuola e ancora non sapevo che si trattava di una delle tante convinzioni dei grandi che derivano dall’abitudine e dalla rassegnazione, piuttosto che dalla consapevolezza di aver infine compreso qualcosa del flusso caotico di percezioni e interpretazioni che a volte amiamo chiamare vita. Credetti che fosse vero e lo riferii a mia madre e a una sua amica e quest’ultima osservò con una certa tristezza che avevano iniziato a rubarmi i colori. E altri colori mi furono rubati negli inverni di altri anni. Il mondo sbiadì, mentre mi insegnavano che era necessario accettare l’infelicità, ammettere che forse fino a vent’anni si può sognare, poi è necessario smettere e prendere coscienza della necessaria immobilità della maturità, rinunciare all’amore perché non serve a niente, è altro che regola i rapporti, l’abitudine, l’interesse, la paura della solitudine. Il mondo scolorì e avevo vent’anni, poi ventuno, poi ventidue. Le estati passavano e mi restituivano al mio grigiore di sempre; all’inizio di maggio immaginavo che la bella stagione avrebbe portato un cambiamento, che avrebbe infine riportato i colori che avevo perso, ma mi ritrovavo poi alle porte di settembre a chinare la testa al ritorno del freddo senza nuove storie da raccontare. E mi dicevo che in fondo era il destino di tutti, rassegnarsi a perdere i colori dell’infanzia e a sfiorire, ogni giorno, nella tristezza connaturata all’età adulta che elimina ogni possibilità alternativa per fissarci in un volto che avremo fino al termine dell’esistenza.

    E invece infine i colori tornarono. Da tempo li attendevo inutilmente, chiuso nella solitudine di una stanza di periferia dove tutto parlava dell’uomo che ero stato, tempo prima, e ben poco di ciò che ero o di ciò che sarei diventato. Aprii la porta dopo molti anni ad aspettare i passi sulle scale di una donna che non sarebbe mai giunta, dopo molti anni a inventare telefonate che non avrei mai ricevuto. Uscii. Erano quei giorni di marzo in cui Firenze sembra sognare l’estate abbracciando una primavera senza pioggia, prima dell’inevitabile arrivo dei temporali d’aprile. Credo che l’ombra fosse rimasta lì da anni, a sbiadire nei pomeriggi d’estate sulla panchina accanto alla statua di Folon al giardino delle rose; forse era in quel luogo dal giorno di sette anni prima in cui le dissi addio perché avevo deciso di non scrivere e sognare più fino a quando non mi fossi innamorato di nuovo. Mi salutò con la diffidenza di chi è stato a lungo abbandonato, mi prese per mano; mi condusse accanto alla chiesa di San Miniato e iniziò a raccontare l’uomo che sarei stato, ciò che avrei visto ora che avevo infine deciso di smettere di attendere e avevo aperto la porta di casa. Mi portò al termine del bosco e mi mostrò il cancello oltre il quale avevo rinchiuso la mia giovinezza, nella dura consapevolezza dei miei diciannove anni. E improvvisamente, mentre gli alberi si oscuravano al passaggio delle ultime nuvole dell’inverno, ritrovai il mio sguardo di bambino e i colori che avevo smarrito e compresi che sarei potuto tornare a giocare con la realtà, a sperare, a immaginare.

    L’ombra mi accompagnò giù, fino all’ingresso della chiesa. Mi volsi indietro. Gli alberi, nella sera che calava, sembravano quasi blu.

  • Credo che fosse la fine di marzo. La incontrai per caso, in una di quelle sere finite troppo presto in Santo Spirito in cui l’alcol rende più sinceri e la stanchezza permette di ignorare le conseguenze che la cessione di ogni frammento della nostra storia può comportare. Mi disse di amare Dalla – “Ma so poco di musica, sai” aggiunse quando le comunicai di essere contrabbassista – di ascoltare la lirica e di avere una certa predilezione per Maria Callas. E alla Callas, per certi versi, assomigliava, con i suoi tratti mediterranei affilati, con i capelli scuri che le ricadevano sulle spalle, con il suo definirsi diva e vestirsi di conseguenza, in una curiosa teoria di abiti floreali, di occhiali troppo grandi e di cappelli vistosi. Aveva paura di essere abbandonata e questo fu il motivo, probabilmente, per cui la persi, tempo dopo – iniziammo a sentirci meno a causa dei miei concerti, del suo lavoro e di quella mia tendenza a dimenticare, di quella tendenza all’inquietudine che mi porta costantemente ad andare oltre, a ricercare altri volti e a lasciar sbiadire progressivamente i rapporti verso cui non avverto più lo slancio di un tempo e lei interruppe ogni comunicazione e ci smarrimmo senza rimpianti se non quello di non aver mai avuto il coraggio di conoscerci fino in fondo.

    B. – il nome riporta alla luce le poche conversazioni che avemmo, “Tra qualche giorno parto, vado a casa, al Sud, poiché appartengo al Mediterraneo” mi comunicò mentre il consueto suonatore di bonghi aveva preso posizione al centro della piazza verso l’una di notte – mi raccontò di scrivere molto, poesie, racconti, ricordi, ma di bruciare sempre tutto subito dopo averlo redatto in una forma definitiva. “Non voglio che qualcuno legga ciò che ho scritto. Quando scrivo un racconto o una poesia, ci metto dentro qualcosa che appartiene solo a me, al mio punto di vista. Ci metto dentro i miei ricordi, le mie sofferenze, il mio modo di vedere la realtà ed è impossibile che qualcun altro, leggendo, possa ritrovare nei miei scritti esattamente ciò che io avevo desiderato inserirvi. Inevitabilmente, tradirà. Inevitabilmente tenderà a rispecchiare nelle mie parole la propria storia, volti che non ho mai conosciuto, dolori che non ho mai sofferto e quindi deformerà ciò che ho scritto per renderlo suo. E questo non posso sopportarlo. Non posso sopportare di perdere la purezza delle mie parole. E dunque brucio tutto prima che qualcuno possa leggerlo. Credo che sia necessario.”

    Le dissi che non ero d’accordo, che a me piaceva l’idea che ciò che avevo realizzato, una volta messo a disposizione della sensibilità altrui, smettesse di appartenermi per diventare parte del vissuto di altri, a cui avrebbe comunicato qualcosa di diverso da ciò che io avevo desiderato dire. Amavo che le osservazioni di un lettore attento mi mostrassero significati delle mie parole che io non avevo mai immaginato, che evocassero, a partire dai miei scritti, ricordi che non mi appartenevano. E pensai a Svevo, agli abbozzi che realizzò per un seguito della Coscienza di Zeno che non vide mai la luce; in quelle pagine, egli auspicava un futuro in cui tutti scrivessero e in cui scrivere non fosse altro che un “esercizio di pulizia”, un modo per riflettere sulla propria vita e darle un senso – forse, in un futuro del genere, gli uomini avrebbero dovuto prendere una decisione simile a quella che mi divideva da B., avrebbero dovuto stabilire se l’estrema sincerità che avevano mostrato nel raffigurarsi dovesse essere condivisa con altri e dunque travisata, modificata, utilizzata per giudicarli negativamente o per ferirli o se l’assunzione di senso che avevano fatto mettendo nero su bianco la loro vita dovesse rimanere una questione privata. In quest’ultimo caso avrebbero bruciato gli scritti e i racconti come faceva B. o avrebbero composto versi su sassi che poi avrebbero gettato in mare a imitazione di Emilio Villa, che annegò nel Tevere molte pietre su cui aveva vergato le sue poesie.

    Non riuscii a convincere B. della mia idea e non lessi mai nessuno degli scritti che, con cadenza regolare, distruggeva. Per molto tempo il ricordo della conversazione di quella notte svanì nella nebbia di una primavera di sogni infranti e di occasioni perdute. Eppure, stasera mi trovo a pensare a lei, stasera che un’altra viandante mi racconta la sua storia e mi dice che dobbiamo necessariamente viaggiare, perché viaggiare ci permette di raccogliere sensazioni e di arricchire di luoghi, voci e volti il nostro vissuto e il nostro vissuto è l’unica cosa che realmente ci appartenga. Mi trovo a pensare a lei mentre lascio che le poesie che ho letto, le vicende che ho immaginato o sognato tra le pagine di un altro libro si confondano con le parole della mia compagna di un giorno d’estate e mi rendo conto di stare facendo esattamente ciò che B. mi aveva detto, sto sovrapponendo la mia esistenza a quella di chi mi sta raccontando e forse sto tradendo e deformando la storia che ascolto. E penso che no, B., ancora non sono d’accordo con te. Forse raccontare è rassegnarsi ad essere in parte traditi, ma non veniamo mai traditi completamente. Semplicemente, chi ci ascolta utilizza ciò che proviene dalla propria esperienza e che dunque conosce per dare forma a ciò che gli viene narrato e che non conosce. E con i suoi ricordi reali costruisce un ricordo fittizio, il ricordo di quello che non ha vissuto e che gli è stato raccontato, e questo ascoltare accostando le immagini della propria esistenza per cercare di rendere concreta e comprensibile l’altrui narrazione non è tradire. È, in qualche modo, creare.

    La donna che bruciava poesie è una persona che ho realmente incontrato e che, verso marzo, mi ha raccontato la sua storia. Questa storia è stata poi raccontata a Lucia, che con le sue riflessioni mi ha aiutato a comprendere che ascoltare non è tradire, ma creare. L’idea del vissuto e della sua narrazione come le uniche cose che realmente ci appartengano, invece, è di una persona che in questo periodo mi è molto vicina e con cui sto conversando molto.

    Per maggiori informazioni su Emilio Villa, il poeta che amava sabotarsi e che diceva di sé “Sono il solo che ha buttato via il meglio che ha fatto”, potete leggere questo articolo di Internazionale di qualche anno fa.

  • “Quando ho finito l’università, il momento che sono uscito nel mondo, ho avuto un momento come di mancanza di gravità che non sapevo com’ero girato. […] Non sapevo niente. […] Non c’era nessuno, fuori, che mi dava dei voti mi diceva Sei andato bene, sei andato male. Nessuno, non c’era.”

    P.Nori, “Siam poi gente delicata – Bologna Parma, novanta chilometri”

    Le sere d’estate sull’Adriatico producono una curiosa sospensione del tempo, come se improvvisamente mi potessi distaccare dalla mia vita e guardarla da fuori, come se in realtà queste ore non stessero davvero scorrendo e io fossi in un luogo in cui posso semplicemente aspettare, guardare, capire ciò che è accaduto in questo ultimo anno e cercare di immaginare cosa avverrà dopo settembre, a cosa penserò ad agosto, tra dodici mesi, di fronte a questo stesso mare. Ed è strano osservare come improvvisamente la mia esistenza abbia iniziato a svolgersi ad una velocità che mai avrei immaginato, nelle estati dei miei ventitré anni in cui leggevo Mutis e sognavo di andare lontano per sfuggire ai giorni che mi sembravano ormai sempre uguali, senza alcuna evoluzione possibile. È strano osservare come i volti a cui penso in queste sere in riva al mare, le voci che ricordo, le donne che desidero non coincidano affatto con quelli che intravedevo nelle acque di un agosto lontano solo dodici mesi e come in poco tempo io abbia perso ancora una volta tutto ciò che avevo e ricostruito di nuovo amicizie, amori, sicurezze. Un anno fa attendevo risposte diverse dalle passeggiate pomeridiane, da quelle passeggiate in cui la velocità con cui calava la notte misurava la distanza che mi separava dal ritorno dell’autunno, e mi sorprendo a pensare che forse tra un anno di nuovo tutto sarà cambiato, di nuovo la mia naturale inquietudine che porta alla precarietà mi avrà sopraffatto e i volti di oggi non saranno che ricordi sbiaditi nella nebbia di quei mesi di passaggio che hanno separato la mia laurea dall’inizio del lavoro in specializzazione.

    In valigia ho messo un libro di Modiano. Due anni fa ero sedotto dalle situazioni che rappresenta, da quell’incontrarsi brevemente e poi perdersi che forse è l’unico modo per non essere delusi dalle relazioni, per non farle uscire dall’alone di sogno di cui il nostro naturale bovarismo le riveste. Oggi no. Oggi non sono interessato ad avere rapporti avvolti da un’illusione di perfezione o che rispondano ai rigidi canoni che la mia razionalità impone. Oggi voglio essere deluso, perché in fondo solo l’immaginazione non delude e non so più cosa farmene dell’immaginazione. Oggi voglio vedere che in fondo sì, le persone che mi circondano non sono come vorrei, ma è proprio per questo che voglio che camminino con me. Oggi voglio fermarmi a dire agli occhi azzurri di una donna in un pomeriggio d’estate che le voglio bene, semplicemente perché è la verità, senza pensare alle implicazioni che questo potrebbe avere, senza pensare se lei risponda ai criteri razionali che spesso ho sovrapposto alle relazioni. Oggi voglio dire alle persone che mi camminano al fianco che sto bene con loro e sapere che mi basta questo, questa sospensione della ragione che avverto quando sono in loro compagnia, questo istintivo abbandono, per desiderare che continuino ad esserci per me, senza fare ulteriori domande o preoccuparmi del futuro.

    No, decisamente non capisco più Modiano. E nella sera che scende, guardando le acque calme dell’Adriatico perdersi verso l’orizzonte – al di là, mi diceva mio padre nelle primavere della mia infanzia, c’è la Croazia; c’era la guerra, allora, e lui era triste, perché non sapeva se quei luoghi in cui era più volte tornato negli anni Ottanta sarebbero sopravvissuti, se gli uomini che aveva incontrato mi avrebbero potuto raccontare, in un altro viaggio, l’estate di Dubrovnik – mi dico che in fondo mi piacerebbe, nel mare del prossimo agosto, immergere l’attesa per gli stessi volti che attendo oggi, le speranze per le stesse persone che camminano al mio fianco oggi e non mi era mai capitato, avevo sempre nutrito il desiderio di qualcosa di cui avvertivo la mancanza, di altre persone che ancora non conoscevo, di altre storie che ancora non avevo udito, di altri volti. E, anche se non ho risposte sul futuro e anche se forse l’anno che incombe cambierà di nuovo tutto, mi dico che va bene anche così, mi basta osservare che ho imparato la stabilità nei rapporti e che non ho più paura della felicità.

    Questa sorta di resoconto sullo stato della mia vita a metà dei miei ventisette anni deve ovviamente molto alle persone che hanno deciso di affrontare con me, istintivamente e senza troppe domande, questi mesi di transizione, chi facendomi tornare a casa alle cinque del mattino con una frequenza che non avevo sperimentato neanche a diciannove anni, chi scrivendomi lettere bellissime e interpretando le mie canzoni come nessuno aveva mai fatto, chi affascinandomi in sere infinite con la sua vita e le sue storie e avendo l’incoscienza di innamorarsi di me. Spero che chi si riconoscerà nelle mie parole non se ne abbia a male e che finalmente i miei rapporti possano superare la soglia psicologica dell’anno per darmi una stabilità di cui da troppo tempo ho bisogno. È vero, come scrive Nori, che è destabilizzante a volte che nella vita nessuno ti dica se stai agendo in modo corretto o meno, se tutto durerà oppure svanirà nel nulla come al solito. Ma ora, forse, sono un po’ felice. E mi basta questo.

  • Ritorno a Itaca

    E se infine prenderemo il mare in un’altra estate
    – in questa sera di giugno carica del silenzio del nostro segreto
    ancora non riesco a lasciarti svanire
    ad abbandonare la malinconia dei tuoi occhi azzurri
    al nulla del sonno che tutto inghiotte –
    saremo ancora due bambini che hanno giocato all’amore
    e che si salutano alle porte di Settembre
    per tornare ai volti usurati dal tempo
    da consuetudini che abbiamo scelto e in cui ci riconosciamo
    e di cui in fondo sappiamo
    la dura ineluttabilità.
    Forse allora avremo compreso che non si deve bere l’acqua senza chiedere
    se il momento è giusto, se ci è concesso
    produrre una frattura nell’ordine dell’universo
    lasciare che i desideri cambino le regole del gioco antico
    e nella fragilità inquieta del primo calore di giugno
    sottrarre a Dio un frammento di eternità.

    E se infine prenderemo il mare
    – perché talora si prende il mare –
    lasceremo le nostre promesse addormentate
    nell’alba appiccicosa dei bar del porto
    e ci illuderemo forse di aver sognato
    nell’infanzia tardiva delle nostre sere di maggio
    – erano sogni di bambini, ci diremo
    e i sogni di bambini svaniscono nel riflesso opaco degli specchi
    che ci restituiscono un volto che non riconosciamo
    nei giorni polverosi della prima adolescenza.
    Porteremo con noi le domande sospese dei nostri incontri
    le esistenze che non siamo riusciti a raccontarci
    e un frammento di notte nelle vie del centro
    in cui infine accettammo
    l’inevitabile silenzio dei sentimenti.

    E forse in un altro inverno
    quando di nuovo avvertirò il dolore dei giorni esclusi
    dalla fissità sterile della mia maturità
    un’altra voce di donna mi sorprenderà
    a pensare ai tuoi occhi azzurri di bambina
    in cui credevo di leggere la vita
    ai tuoi silenzi che sembravano dirmi
    la profondità di dolori che non avrei mai saputo
    il calore del tuo corpo che non avrei mai conosciuto.
    Ma sarà solo un momento, un’interferenza dell’anima
    – tra canti da osteria l’esistenza scorrerà ancora
    e gli uomini mi lasceranno sorridere
    delle mie lettere d’amore, della mia giovinezza
    e della nebbia del tempo che scolora il rimpianto.

  • Mi sono spiato illudermi e fallire
    abortire i figli come i sogni
    mi sono guardato piangere in uno specchio di neve
    mi sono visto che ridevo
    mi sono visto di spalle che partivo

    F.De André, I. Fossati, Anime Salve

    I marinai infine tornarono, a inizio giugno. Quando scese dalla nave, Ulisse aveva il mio sguardo di bambina e le mie speranze di un tempo. Aveva i sogni che mi aveva rubato in quella sera di ottobre in cui era fuggito lontano con gli occhi scuri della mia giovinezza e il suo desiderio di libertà – diceva che lo avevano obbligato a partire per la guerra, parlava di un luogo lontano di cui non ricordo il nome. Nelle notti d’inverno avevo atteso il suo amore – le lettere che mi mandava erano sempre più stanche e a poco a poco lo dimenticavo, dimenticavo il rumore dei suoi passi sulla spiaggia di Itaca, in quella notte silenziosa a diciassette anni, dimenticavo i suoi racconti in riva al mare, dimenticavo la sua voce che chiamava Telemaco quando andava a rubare i fichi nell’orto del vicino, nei pomeriggi d’estate in cui mi stendevo sotto l’ombra del vecchio olivo davanti casa per immaginare la vita. Infine non scrisse più e credetti che fosse morto – nel palazzo, gli uomini passavano e lasciavano uno sguardo, un rimpianto, un libro di poesie; io li compiacevo in notti in cui per breve tempo credevo di poter fermare nuovamente un frammento dell’ingenuità della mia adolescenza, ma poi si rivestivano e uscivano e portavano con sé i loro cappotti militari, i loro abiti di marinai, i loro biglietti per navi che li avrebbero condotti altrove, dove non mi avrebbero potuto più insegnare ad addormentarmi al sole nella primavera di Itaca o a riconoscere la direzione dei venti sul Mediterraneo. In fondo andava bene così. A volte sentivo di rimpiangerli, ma non li fermavo mai, aspettavo che la porta si chiudesse e iniziavo a fantasticare sul prossimo viandante che si sarebbe fermato per raccontarmi la sua storia e che sarebbe ripartito, ancora, senza lasciare traccia.

    Avevo incontrato Thanos all’inizio dell’estate. Cantava le canzoni di quella guerra lontana di cui tutti parlavano e nessuno sapeva niente, di quella guerra alla quale – dicevano – anche gli Dei stavano partecipando – la loro invidia per gli uomini, per la loro vita breve colma di felicità e di disperazione, del disperato anelito all’infinito e ad un senso che forse non esisteva, li aveva fatti uscire dalla loro immobilità eterna, in cui tutto era già scritto e stabilito, per cogliere un frammento di quel destino mortale che era loro precluso per sempre. Thanos cantava di Patroclo, ucciso da Ettore nell’assalto alle trincee a fine Novembre. Aveva indossato le medaglie del sergente Achille ed era caduto nel fango ucciso da un colpo di baionetta, il volto assorto nella visione della sua ultima notte d’amore – mentre l’immagine del corpo di Achille nudo nell’oscurità in una locanda dimenticata dalla notte turca veniva lavata via dai suoi occhi dall’eterna immobilità degli Dei, Ettore gli tolse le medaglie, le indossò e a sera nella città assediata dietro un boccale di birra sedusse le donne con il racconto del suo eroismo inutile, della sua crudeltà. Ascoltavo Thanos nel bar Thessaloníki, dietro alla piazza principale. Entravo a tarda sera, mi sedevo in fondo, a volte da sola, a volte con un uomo incontrato per caso durante le mie peregrinazioni al porto e mi perdevo nei suoi sogni inventati per dare un senso alla vita, nella sua follia di bambino che cercava di donare alla morte un frammento di bellezza per renderla meno inutile, meno ininfluente nello scorrere infinito dei giorni e delle stagioni. Una sera lo attesi all’uscita. Finiva di suonare tardi e spesso era ubriaco; se ne andava di fretta, a inventare ancora le vite che non conoscevamo, a creare le parole che ancora ci avrebbero illuso che in fondo altrove avremmo potuto essere felici e che semplicemente sarebbe bastato prendere la prima nave, incontrare un uomo dagli occhi tristi, ascoltare a sera i racconti del mare. Volevo chiedergli se credesse davvero in ciò che diceva, se realmente pensava che in tutto ci fosse bellezza, che tutto avesse un significato.

    Chiuse la porta del bar e si incamminò nella notte zoppicando leggermente – il suo vestito grigio sotto la luce dei lampioni sembrava sbiadirsi, la sua cetra, che ondeggiava lievemente sulle sue spalle, sembrava conoscere a memoria la strada di casa e lui forse si iniziava già ad assopire senza più fermarsi a guardare stupito le grandi ville sul viale che conduceva al mare come aveva fatto quel giorno al suo arrivo a Itaca – erano passati vari mesi da allora – e come aveva fatto per molto tempo fino a che non era riuscito a collocare ogni angolo in un ricordo e associarlo a un incontro fugace con un volto di donna, a una rissa di ubriachi, a una serata di stanchezza in cui si era messo a suonare ai margini della strada finché non era intervenuta la polizia per farlo smettere. Lo seguii. Abitava al terzo piano nella pensione del vecchio tebano cieco – diceva di essere stato un re, un tempo, diceva di aver sposato sua madre e ucciso suo padre, nessuno gli credeva, tranne forse Thanos, che, si mormorava, stava scrivendo un canto sui suoi racconti folli. Entrò e si sedette nel piccolo salotto – Edipo, il proprietario, sonnecchiava dietro il banco della reception, il televisore acceso sulla replica di una partita dei Mondiali; sopra lo scaffale delle chiavi c’era una bandiera della Grecia e una foto autografata della squadra che aveva vinto gli Europei nel 2004. Vicino alla sua poltrona, due giornali – il governo Tsipras annunciava nuovi tagli, la Troika prometteva di avere a cuore il bene dei cittadini greci, la solita storia da dieci anni, da quando Ulisse era partito per quella guerra lontana. Edipo russava, la testa reclinata in avanti – era un uomo corpulento e non doveva essere stato particolarmente bello neanche in gioventù. Aveva perso una gamba – lui sosteneva che gliel’avevano dovuta amputare per via di una pallottola dei comunisti durante la Guerra Civile, l’opinione comune è che non fosse sufficientemente vecchio per aver combattuto negli anni Quaranta e quindi ritenevano molto più probabile che si trattasse dell’esito di qualche regolamento di conti nella notte tebana. Cercai di non svegliarlo, di non lasciarmi avviluppare dalla coltre di storie palesemente inventate che raccontava a ogni individuo che si avvicinasse a lui e fissai gli occhi di Thanos, che si era voltato verso di me appena ero entrata, il suo sguardo più stanco che curioso, il suo corpo abbandonato sul divano in attesa della risposta alla domanda silenziosa della mia presenza.

    Parlaste molto, quella notte; di cosa, Thanos non me lo disse mai. Al mattino prese di nuovo il mare – forse di nuovo aveva bisogno di vedere luoghi che non erano consumati dall’odore usuale dei ricordi, forse semplicemente aveva deciso da tempo la data della partenza. Tu apristi le finestre sul mare della camera di Ulisse, ti facesti portare un telaio e nella solitudine di un’altra estate disegnasti sul tessuto le vite che non avevi potuto avere, i volti e le storie che avresti conosciuto se la tua giovinezza non fosse fuggita con lui in quel giorno di vento giù al porto, gli uomini che si sarebbero fermati, invece di svanire nel silenzio dei letti rifatti dalla domestica al mattino senza fare domande. Dissero – forse fu Thanos a inventarlo – che di notte disfacevi la tela perché nessuno ti potesse sposare, ma in realtà essa si allungava, giorno dopo giorno, si allungava il racconto delle esistenze non vissute, dei rimpianti e a volte ti dicevi che era andata meglio così, che in fondo la maturità consiste nell’accettare un ruolo – la moglie, la vedova, la donna che fila – che elimini tutte le potenzialità che avevamo immaginato nella nostra infanzia. A volte forse invece guardavi il mare e pensavi alla partenza che ti avrebbe sottratto all’eutanasia dei sogni, pensavi che sarebbe tornato il giorno in cui avresti potuto ricominciare a giocare con la realtà, a inventarla, come facevi quando eri bambina con la vecchia nutrice che ti raccontava storie di fantasmi o, ancora immersa nello splendore vano dei tuoi vent’anni, quando cantavi a Telemaco per farlo assopire di dolori che non avevi mai conosciuto e di amori che non avresti avuto mai.

    Quando Ulisse tornò, gli consegnasti la tua tela e i tuoi sogni. Nella notte di Itaca, ubriaco delle finzioni di cui aveva rivestito le sue stagioni di pellegrinaggio, nei bar del porto parlò di Nausicaa, dei suoi sedici anni che lo scrutavano in silenzio mentre raccontava i suoi viaggi a sera nel palazzo di suo padre (si era innamorata di lui? gli chiesero, lui non lo sapeva o forse non voleva rispondere), parlò del cieco Polifemo, dei suoi massi scagliati contro il silenzio degli Dei e di Calipso, che per qualche tempo lo aveva fatto sperare nella possibilità dell’amore.

    Quando tornò a casa ti cercò, ma tu eri partita. Avevi preso l’ultima nave della sera, per andare a vivere le vite che non avevi vissuto e che ti eri stancata di immaginare.

  • Prime pagine stampate da tre-quattro anni. Hanno un bell’aspetto. Forse è l’inizio di qualcosa, forse mi stuferò di tutto fra due giorni. In ogni caso, sono contento. E visto che stamattina mi sono ricordato che è da un po’ di tempo che non metto la firma su qualcosa, chiudo con data e firma.

    In calce ci sono la data del 3 aprile 2013 e una firma, la mia. Ritrovo questo appunto in questo giugno febbrile fatto di studio, di concerti, dell’impressione di non riuscire a fermarmi per fissare su carta lo scorrere rapido della mia esistenza. In fondo, non mi dispiace; ieri mattina cercavo di esorcizzare la stanchezza con l’ascolto della riduzione teatrale di Tigre en papier di Oliver Rolin e là si diceva che si scrive con ciò che uccide, con ciò che ferisce. Forse, adesso è esattamente questo che sta avvenendo, mi sto facendo attraversare dalla vita, dai sentimenti, da ciò che può uccidere o ferirmi; verrà poi il tempo in cui le emozioni si sedimenteranno e forse potrò scriverne, ma probabilmente questo momento di pura esistenza senza racconto, questo momento in cui riesco a percepire ciò che mi circonda senza bisogno di dovergli dare un senso, è un passaggio necessario. Quando avevo quattro anni, mio padre mi leggeva sempre un libro; parlava di un gruppo di topi che d’estate raccoglievano provviste per l’inverno. Uno di loro non lavorava e, quando gli chiedevano cosa stesse facendo, dichiarava di star prendendo il sole per le giornate d’inverno, i colori per il grigiore di dicembre, i profumi dell’estate per il gelo di febbraio. Quando l’autunno era ormai terminato da tempo, i topi si nutrivano, ma erano tristi, avvertivano la nostalgia dell’estate e allora si rivolsero al loro compagno che aveva raccolto le sensazioni della bella stagione e questi iniziò a raccontare. Raccontò del sole di giugno, del suo calore, raccontò del rumore delle cicale nelle pinete vicino al mare in quei pomeriggi d’agosto in cui tutto appare perfettamente immobile (in altre estati, in pomeriggi come quelli, a diciott’anni lessi Montale, al piano terra della casa di mio nonno vicino alle sponde dell’Adriatico – fuori, la vita sembrava attendere i miei sogni, le mie speranze e non sapevo ancora che presto avrei conosciuto per la prima volta il sapore amaro della disillusione). Raccontò delle loro esistenze, dei loro amori nei pomeriggi di luglio, di ciò che aveva dato loro la stagione estiva e improvvisamente gli altri topi furono felici, felici di aver vissuto, felici di potersi riscaldare nelle giornate d’inverno al tepore tenue del ricordo e forse del rimpianto. Forse è quello che mi sta avvenendo ora. Sto raccogliendo emozioni, come il topo della storia, senza maturarle, senza razionalizzarle, senza avere bisogno di assegnare nomi, descrizioni, etichette al magma indistinto dell’esistenza. Verranno i giorni d’inverno, in cui la quiete e forse la tristezza mi porteranno a narrare di questa primavera, ma adesso è probabilmente il momento in cui il mio sguardo di bambino può farsi permeare dalla vastità dell’universo senza farsi domande, in cui mi posso ancora illudere di ritrovare l’infinito presente della mia infanzia in cui passato e futuro non esistevano, vi era solo il fluire dei giorni sempre uguali e l’età adulta sembrava una follia – non saremmo mai cresciuti, non noi, e pensare agli uomini che saremmo stati era in fondo un gioco, un sogno che non credevamo sarebbe potuto mai divenire reale.

    E dunque mi ritrovo a parlare d’altro, a raccontare d’altro. Mi ritrovo a pensare all’uomo che ero a ventidue anni, che si compiaceva dei suoi tentativi di scrittura e che in fondo non aveva un’esistenza da raccontare perché ciò che si muoveva intorno a lui poteva essere sintetizzato da quel verso di Dalla, “poca vita, sempre quella”. A volte vorrei incontrare ciò che ero allora, sapere se in fondo fossi felice in quell’immobilità in fondo tranquillizzante, dove niente avrebbe potuto destabilizzarmi. A volte vorrei incontrarlo per vedere se davvero io sia cambiato da allora, se davvero la percezione di mutamento che avverto rispetto agli anni in cui la giovinezza mi sembrava finita da tempo, avvolta nelle spire di un’età adulta che sembrava cristallizzarmi in una fissità che eliminava qualsiasi possibilità di evoluzione e di fuga, sia corretta. Probabilmente, mi renderei conto della verità di quanto diceva Tabucchi, che cioè vivere è raccontarsi e che io in realtà non conosco ciò che ero a ventidue anni, conosco il racconto che della mia esistenza facevo allora, la percezione letteraria che avevo di essa e che non necessariamente coincideva con una realtà che certo non era riducibile alla semplificazione necessaria per poterla narrare e per poterle dare senso. Ci raccontiamo e ci inganniamo, mi dico, isoliamo dallo scorrere indistinto dei giorni pochi momenti e crediamo che siano ciò che può spiegare tutta la nostra esistenza, mentre forse il senso a cui aneliamo è nel fluire, in quel fluire che non potrà mai essere colto dalla letteratura, che in fondo risponde all’esigenza della nostra razionalità di rendere l’uomo misura di tutte le cose e di rimpicciolire, come il fanciullino pascoliano, ciò che è troppo grande, come la vita, l’amore, le interazioni confuse che occupano il nostro presente, per poterlo ammirare.

    Forse, mi dico, adesso mi sto abbandonando a quello scorrere indistinto. Domani tornerà il momento di isolare dei momenti da quel fluire, di cercare di ridurlo alla categoria della felicità, della disillusione, del sogno infranto, così da fissare qualcosa che potrà tornare utile nei momenti di solitudine per sapere di aver vissuto, forse, un tempo. Ma ora, forse, è il momento di farsi permeare dall’esistenza. È il momento di fare le scorte per l’inverno.

    E invece scrivo, pur dicendo di non voler scrivere e l’unica giustificazione che ho è in quel verso ormai abusato di Whitman: “Do I contradict myself?/Very well, then I contradict myself,/ (I am large, I contain multitudes)”. Ma del resto, se vivere è raccontarsi, forse anche la scelta di non raccontare e fermarsi per raccogliere sensazioni che potranno poi divenire racconti, poesie, frammenti deve essere in qualche modo narrata. In ogni caso, il libro dell’infanzia cui si fa riferimento nel testo, benché ne abbia riportato la trama in modo talora infedele, è “Federico” di Leo Lionni. L’intervista a Tabucchi sulla vita come narrazione continua di se stessi è reperibile su Youtube a questo indirizzo e le parole esatte che egli usa sono queste:

    “Dobbiamo raccontarcelo, anche, il nostro tempo. Noi in fondo non facciamo altro che, anche senza scrivere, anche chi non scrive, raccontarci a noi stessi, in silenzio, altrimenti tutto quello che viviamo non avrebbe senso, se noi non ce lo raccontassimo anche mentalmente. Ognuno ha il suo modo, se lo deve raccontare.”

    Mi permetto semplicemente di aggiungere che talora per raccontarci abbiamo bisogno di essere raccontati, di vederci raccontati attraverso lo sguardo degli altri. In questa fase della mia vita, spesso ho modo di ascoltarmi raccontato da altri e dunque ringrazio chi mi permette, attraverso la sua narrazione di me, di comprendere quanto sia illusoria talora la pretesa oggettività con cui credo di guardarmi e come, isolando dal mio presente e dal mio passato elementi diversi da quelli a cui abitualmente do peso io, la mia storia possa assumere dei tratti diversi da quelli che sono abituato ad assegnarle.

  • Do I dare
    disturb the universe?

    (T.S.Eliot, The Love Song of J.Alfred Prufrock)

    Sulle sponde della giovinezza venne Aprile
    i treni partivano all’alba dalla stazione di periferia
    e tu ti alzavi tardi, aprivi la finestra
    e lasciavi che il profumo dimenticato dei sogni
    svanisse nel primo calore del mattino
    come l’illusione dell’amore nelle conversazioni della sera
    quando scoprivi l’indifferenza negli occhi delle donne
    che non chiedevano più a quale fermata saresti sceso
    dove avresti viaggiato per beffare la morte
    – dietro lo schermo verdeazzurro di una bottiglia di birra
    bianca prora erano allora i tuoi occhi
    che solcavano il mare alla ricerca
    della parola che avrebbe aperto all’invenzione
    di un amour fou da sacrificare ai giorni degli uomini.

    Gli alberi che oscillavano sulla facciata della stazione
    spazzando il mezzogiorno, la sua gioia timida dopo tanto gelo
    sapevano che la bellezza non avrebbe salvato il mondo
    e che Dio – cravatta azzurra e occhi tristi
    salpato a Ottobre con una valigia di stelle
    non avrebbe più fatto ritorno.
    Spesso nella primavera dei secoli
    aveva indossato il volto infranto dell’esule
    e in sere di carta nel rumore dei treni
    sulle sponde lontane di altri universi
    aveva scordato l’orrore dell’uomo
    scrivendo nuovi sogni di giustizia sociale.
    Eppure quel giorno chi lo vide partire
    lo sentì infine sconfitto, desideroso soltanto
    di annegare il libro delle sue illusioni
    nella vastità inutile della biblioteca di Babele
    in un mattino di vento sulle rive del mare.

    Gli alberi sapevano e tacevano
    pigri custodi del vano vagare umano
    e nei pomeriggi d’Aprile, quando un’estate precoce avvolse Firenze
    ti specchiasti nel loro splendore inutile
    – nelle gemme di Marzo di altre giovinezze
    in notti in cui ancora tacevano le voci dei morti
    i loro canti di Spagna, di altre guerre civili
    avevi creduto di poter solo vivere
    senza produrre, senza morire
    senza sprecare gli anni a ricercare
    un senso del dolore nell’ultimo tramonto
    e uno sguardo di donna nel vento del mattino.
    Ma i sogni in technicolor si spensero a sera
    e chi li aveva creati non abitava più là
    nella vecchia casa vicino alla ferrovia
    – era andato lontano in un giorno di sole
    a inventare nemici per l’impero in declino.

    Lei viveva al terzo piano e nelle sere d’inverno
    piangeva un padre scomparso alle soglie dell’adolescenza
    e un altro Ulisse partito in un mattino di Settembre
    per non fare ritorno alla fioritura del ciliegio.
    Quando ti incontrò, dopo l’ultimo temporale di Maggio,
    coltivavi un’altra assenza da tacere ai suoi occhi azzurri
    – gli uomini andavano e venivano nella stazione di periferia
    e non si fermavano mai a chiedere se in fondo
    vi fosse un senso diverso da quell’eterno errare
    da quell’eterno fuggire dal tuo sguardo di bambino alle finestre del tempo
    che reclamava soltanto
    un frammento di umanità.

    Con la sua grazia discreta
    portata senza rimpianti per le primavere perdute
    lei ti parlava dei suoi giorni felici
    – ascoltasti la sua storia perdersi nell’inganno delle sere
    in cui credeste di poter camminare insieme verso le radici della notte
    là dove il vento sussurra ancora le fantasie dell’infanzia
    e dove i sogni non scompaiono nella banalità dell’alba.

    Ma poi partì anche lei, quando il vento di Ottobre
    si levò a cancellare il ricordo dell’estate morente.
    Qualcuno la vide salire sul treno di mezzanotte
    con uno zaino blu, sotto il braccio
    un volume di pagine bianche su cui immaginare
    le storie dell’uomo con i baffi nello scompartimento 22
    il fumo della pipa dei suoi vecchi nel dopoguerra.
    Qualcuno la vide rimanere là
    ormai nient’altro che una passante
    nascondere il suo silenzio settembrino nel rumore delle rotaie
    diretta verso altre oscurità
    dove ancora gli uomini ricordavano
    il sapore dell’infinito.

    In una sera inquieta in salotti bo-bo in piazzale Michelangelo
    un volto di donna ti parlò di lei
    – ai confini del mondo
    aveva fermato i suoi passi nella casa sul mare
    da cui Ade il pescatore partiva al mattino
    per abbandonare le vittime dell’universo all’abbraccio dei flutti.
    La andasti a cercare, la tua cetra
    accordata al suono di altre primavere
    sotto le tue braccia sottili di anziano
    ma lei non volle tornare
    e nel sapore aspro dell’ultimo melograno
    le dicesti addio come si salutano i sogni
    come si saluta la speranza alla fine dell’adolescenza.

    Al mattino ti alzasti tardi, apristi le finestre.
    Fuori, la vita appariva e svaniva
    sulle sponde della giovinezza nella stazione di periferia.

    Aprile-maggio 2018

    Come al solito, dietro a un lavoro complesso (e ancora non so quanto riuscito) come questo vi sono molte conversazioni, molti volti, molte persone che hanno deciso di regalarmi un frammento delle loro storie e di confrontarsi con me e arricchirmi. I ringraziamenti per questo scritto vanno a due persone soprattutto: a Lucia, che mi legge e che dovrebbe imparare a farsi leggere, poiché il suo punto di vista sul mondo non può essere celato quando è espresso con tanta bellezza, e a Francesca, che non mi legge e che dunque non saprà mai quanto siano state importanti per me nella redazione della parte centrale di questo scritto la sua intelligenza e le sue osservazioni sulla precarietà dei rapporti.

  • Aprile 2018

    Irene aveva occhi verdi, quella sera dopo l’ultima prova prima del concerto. Avevamo suonato l’Incompiuta di Schubert per l’ennesima volta, celebrando l’impossibilità di vivere sotto il peso della storia, e rimettendo a posto il flauto mi invitò a prendere qualcosa con lei. Veniva da un piccolo paese vicino ad Atene, ma quella notte in piazza Santo Spirito sui gradini della chiesa con una bottiglia di birra non aveva voglia di dare ascolto alle mie elucubrazioni di antico studente di liceo classico sui frammenti di Saffo o sull’Antigone. Parlava della sua terra, della sua lenta morte.

    “Oggi è il 4 aprile – mi disse – Nel 2012, in questo giorno, Dimitris Christoulas si è sparato in piazza Syntagma, lasciando un biglietto in cui accusava il governo collaborazionista per la sua connivenza con la Troika, con i tedeschi. Per molti anni dall’inizio della crisi in Grecia abbiamo vissuto nel rischio della morte improvvisa – la morte improvvisa, così chiamavano la chiusura rapida di interi pezzi dell’apparato pubblico che gettava sulla strada centinaia di persone come se fosse una sorta di malattia che colpisce senza  un motivo e non un progetto cosciente appoggiato dalle nostre classi dirigenti. Abbiamo visto il fumo delle stufe a carbone invadere le strade di Atene – troppo costoso era diventato accendere i riscaldamenti per affrontare l’inverno – eppure ancora sembra che non abbiamo sofferto abbastanza, quasi che tutto questo, i tagli salariali, la necessità di fuggire, il tasso di suicidi raddoppiato dall’inizio della crisi, non sia che una pena per qualche colpa oscura commessa dal popolo.”

    Rimasi in silenzio, Irene. Forse sapevo cosa risponderti, che in fondo tutti, non solo i Greci, eravamo stati traditi dai cantori del progresso che negli anni Novanta garantivano che il futuro avrebbe portato tutto ciò che desideravamo e che non c’era da preoccuparsi. Ma tu non volevi essere consolata, compatita – avevi accettato il tuo destino, mi dicesti il giorno seguente – guardavamo la valle che si stendeva sotto Montepulciano e di nuovo sembrava possibile comprendere il gioco di Dio, sapere se realmente ci avesse abbandonato.

    “Stando qui sembra che tutto svanisca – dicesti – Il passato, il futuro. Qui tutto si confonde, tutto vive di un presente in cui puoi ritrovare i tuoi sogni di bambino e le disillusioni della giovinezza, in cui tutto sembra avere infine un senso nella contemplazione, nel silenzio.”

    Ti ascoltavo e pensavo alle mie illusioni. Clément Rosset era morto a marzo parlando del velo di fantasia di cui ricopriamo la nostra vita per non vederne l’orrore, la tragedia, predicando la gioia nell’accettazione del proprio destino. Per troppo tempo ero corso dietro a illusioni che dicevano che in fondo gli altri si sarebbero comportati esattamente come prevedevo e che potevo aspettarmi qualcosa da loro, dal mondo, dalla vita. Avevo seppellito quelle aspettative, Irene, avevo imparato a sorprendermi dell’irrazionalità del reale, dagli eventi che non rientravano nella mia capacità di previsione ed ero stato infine felice.

    Ed ero felice con te, in quel mattino in cui Montepulciano brillava come due anni prima, quando affrontando le sue salite con un contrabbasso da trascinare faticosamente avevo incontrato gli occhi di un’altra donna e mi ero scoperto di nuovo capace di innamorarmi. Ero felice con te, ma parlavo d’altro – “Ciò che mi colpisce, della cultura greca – dicevo – è la capacità di usare la tradizione, il mito, per raccontare il presente” – e ti guardavo scuotere la testa affermando che no, non mi seguivi e probabilmente nessuno avrebbe avuto la capacità di tenere dietro alle mie associazioni di idee. Ero felice con te, ma trovai inutile metterti al corrente di ciò – forse per paura di farmi male, ancora, forse perché non era poi una questione così importante.

    Alla sera, dopo il concerto, ci separammo con il sorriso che si riserva a chi presto diventerà l’ennesimo passante da dimenticare per non rimpiangerlo. Ma io avevo imparato ad amare le passanti cordiali e le buone storie e tu avevi saputo raccontare.