• L’inverno non terminava. La pioggia sottile bagnava i sogni, le speranze di fuga e d’estate. Tanto tempo prima avevo letto Kerouac su una panchina, davanti al prato della scuola di musica, e richiudendo il libro avevo immaginato il giorno della partenza, in una mattina di luglio. Non c’era futuro, allora, e non nell’accezione nichilista che alla frase dava il caro vecchio Johnny Rotten nel 1977, ma perché il futuro si poteva ancora immaginare e l’immaginazione poteva avere, se non il potere, secondo quel vecchio slogan del Maggio francese, perlomeno il controllo di una vita che si poteva inventare senza regole. Ora bagnavo le pagine del davanzale con frammenti di versi che non avrebbero mai trovato una collocazione, con la mia passione per lo spleen, per un Weltschmerz forse più supposto che reale. Pensavo all’odore d’inverno dei monasteri, avvertito a marzo durante un concerto alla Certosa di Firenze, ai troppi scritti iniziati e mai finiti da lasciar ingiallire nel faldone sul comodino.

    Pensavo a Cechov, ai suoi personaggi che al termine della vita si rendono conto di aver sprecato tutto. Che in fondo l’esistenza non è stata altro che inseguire un sogno che non ha fatto altro che renderli più insoddisfatti e più consapevoli del loro fallimento. Avevano sperato in una qualche grandezza, si erano visti a Mosca o a Pietroburgo come le figure sullo sfondo di un libro di Tolstoj, persi in qualche ricevimento in cui si sarebbero innamorati di una ballerina di seconda fila che avrebbero poi tradito per noia quando le primavere sarebbero diventate troppe. Avevano sperato, ma eccoli lì, a sfiorire nella vastità della campagna russa, a vegliare la morte silenziosa dei loro sogni nutriti da troppi libri, a rendersi conto di aver visto passare la propria vita senza prendervi parte. E quindi Vanja si accorge che il professore per cui si è sacrificato, per cui ha speso i soldi che avrebbero potuto permettergli di condurre un’esistenza agiata, non è che un mediocre. Treplev, ancora giovane, deve prendere atto del suo fallimento come autore e perfino Trigorin, che un po’ di successo l’ha avuto, scherza dicendo che la sua lapide reciterà: “Qui giace Trigorin. Era un bravo scrittore, ma non all’altezza di un Turgenev” (Il gabbiano, Atto II). Sono personaggi che, per citare Masha all’inizio del Gabbiano, indossano “il lutto per la [propria] vita”, nutrono l’infelicità data dalla distanza tra i loro sogni giovanili e la realtà di una provincia che inghiotte ogni speranza nell’eterno ripetersi dei giorni sempre uguali.

    Alla periferia di un Impero le cui vette sono inaccessibili come le stanze interne del Castello di Kafka, che fin da bambini nutre le nostre aspirazioni e ci illude di poter recitare la parte del protagonista nelle commedie delle nostre esistenze, guardai le pagine del libro aperto sul tavolo e pensai che in fondo tutti, come Nina, ci rendiamo conto troppo tardi di recitare male e ci troviamo lì, in mezzo al palco, con la consapevolezza di non sapere dove mettere le mani, di non conoscere il testo da recitare, di non avere alcun potere sui personaggi che entrano ed escono dal palcoscenico senza alcuna ragione. Di non controllare la voce. Nina dice alla fine del Gabbiano: “Non potete capire la condizione di chi sente che sta recitando in modo orrendo”. Invece, forse, possiamo capirlo. Perché improvvisiamo il nostro ruolo su un palco spoglio e progressivamente ci accorgiamo che ci hanno dato il copione sbagliato.

    Chiusi il libro – aveva ragione Trigorin, in fondo nessuno può sapere prima di mettersi a scrivere se ripeterà i soliti cliché o se diventerà Turgenev, pensai. Mi misi al tavolo e, alla periferia dell’Impero, ricominciai a stendere il copione della mia esistenza.

  • Flussi di maggio

    La sera il vento cala e la stanchezza del sole sulle pareti delle case che un tempo mi sembravano appartenere a una California in minore fa presagire l’estate. De Gregori canta di bambini al secondo piano, mamma cucina e la vita è cambiata, per uno di quei cambiamenti insensibili di cui ti accorgi solo quando torna maggio e non sei più quello di un anno prima e quasi non sai perché. C’erano anni in cui mi lasciavo esistere, in cui l’immobilità mi sembrava l’unico modo per sopravvivere alla fine di un’adolescenza mai sufficientemente rimpianta, ora tutto scorre così velocemente che quasi non riesco ad identificarmi con il volto di ciò che divento con il passare delle stagioni. A maggio, due anni fa, ritrovavo i miei diciassette anni nelle strade del centro di Prato – ed erano i giorni della scoperta, tutto era di nuovo incorrotto come era stato tanto tempo prima, in cui alla vita si poteva dare un nome ogni giorno e anche la noia e la ripetizione avevano un loro senso quasi bohémien e non erano l’inevitabile destino di chi ha imparato, come canta Guccini, a sopravvivere a se stesso. A maggio, un anno fa, suonavo la Settima di Beethoven e l’amore sembrava così vicino e l’estate una di quelle estati interminabili dei giorni della scuola, in cui l’unico obiettivo era leggere Dostoevskij e correre dietro agli occhi di una donna che non ci avrebbe mai guardato, ma che avremmo immaginato a lungo.

    Oggi ascolto De Gregori che canta di bambini al secondo piano, porto mio padre a teatro e ascolto le vite degli altri, cercando di dare loro un senso. Nella sera di maggio, mentre l’estate fiorentina sembra assorbita dal gelo di un novembre tardivo, mi affaccio alla finestra e canto sottovoce. Non riesco a dare un significato a questa primavera dei miei ventott’anni. Eppure, per la prima volta nella mia vita, non è poi così importante.

  • Infine tornò la nebbia.
    Ti cercavo nelle stanze degli hotel ai confini del mondo
    tra il vento malinconico dell’ultimo autunno
    e l’aria nuova della primavera
    ancora colma di sogni da perdere.
    Un tempo, nelle vie di Milano
    Dicembre ci aveva atteso in piedi con il tuo cappotto grigio
    – gli uomini con la sciarpa scivolavano quieti verso un altro Natale
    e tu avevi lasciato sul tavolo un foglio, una penna
    una cartella nera in pelle
    perché potessi narrare al silenzio
    l’enigma dei tuoi occhi nei pomeriggi di gennaio.
    Ora il prete passa alle sei e non ha risposta
    mi sussurra un “perché?” nella penombra della stanza
    e Dio non esiste
    oppure non sa.

    Ci siamo incontrati sulla via dell’agave
    sulle strade che conducevano al ricordo
    dei nostri diciassette anni venuti troppo presto
    – gli atomi che cadevano non si incontrarono allora
    e Democrito sorrise delle nostre illusioni
    delle fantasie al tramonto sul mare di Liguria
    – “Se ci fossimo conosciuti in quella piega del tempo
    avremmo avuto il mondo nel palmo della mano
    quando l’estate era infinita e ci avrebbe inghiottito
    per condurci lontano.”

    Ti cerco e non ti trovo sulle scale di ieri
    svanita nel tuo esilio bohémien
    nei tuoi cabaret berlinesi in bianco e nero
    avvolta dal fumo come l’ombra di Marlene
    nei miei cliché stantii da inventore di mondi.
    Nella stanza rimangono come sempre
    i frammenti dei sogni che mi hai lasciato
    un libro, una penna, una cartella in pelle.
    Attendo che la porta si dischiuda di nuovo
    e che Ulisse torni dal suo eterno vagare
    con nuovi racconti, una valigia di tela
    e in una piega del mantello scolorito dal tempo
    le pagine azzurre
    della grammatica della felicità.

  • E forse era già novembre quando Nausicaa si innamorò di Ulisse. Lo ascoltava parlare, seduto vicino alla finestra rivolta verso il mare lontano e fissandolo negli occhi scuri scopriva il riflesso del proprio volto silenzioso, il proprio sguardo spalancato sulle spiagge costruite dai suoi racconti, sui capelli delle donne da cui era fuggito nell’inquieto errare dei suoi anni di esilio. Si innamorò di lui, ma non volle dirglielo. In fondo, pensava rientrando nella sua stanza sopra la scalinata, piena di vecchi manifesti di film dimenticati, visti nella nostalgia della sua prima adolescenza, non si doveva rischiare di infrangere con la forza dei sentimenti la perfezione di quelle sere in cui lei stava al suo fianco e lui disegnava terre lontane in cui era stato o forse no, era tutto un’invenzione, questo lei non lo poteva dire. E dunque si limitava a fissarlo, credendo forse nella trasparenza del suo sguardo, nella possibilità che i frammenti di luce che si posavano sul suo corpo provenienti dalle candele quasi spente dal vento d’autunno potessero sottrarle il suo segreto e farlo penetrare lentamente nel suo interlocutore, rendendo l’amore un dato di fatto, una necessità anche per lui senza il rischio che i loro dialoghi notturni si disgregassero per l’impossibilità di un sentimento non ricambiato.

    Lei all’epoca cantava al “Rick’s bar”, il locale di un comunista cinefilo in cui campeggiavano pressoché ovunque immagini di Bogart. Lui stava al porto e guardava le navi partire; ne salpavano molte, ogni giorno, ma nessuna era la sua. Non sapeva se la sua nave sarebbe mai partita; forse non sapeva nemmeno che aspetto avesse. Non era necessario che andasse a Itaca – molte imbarcazioni dirette a Itaca erano salpate dal porto negli anni in cui lo straniero venuto da est era rimasto a scrutare il mare, ma lui non le aveva mai prese. “Non è il tempo di tornare a casa.” aveva detto e così attendeva la destinazione inattesa, che gli facesse nuovamente desiderare la partenza. Nel frattempo si incontrava con lei – entrava nel bar di Ghiannis prima che facesse buio e rimaneva là a bere e a guardare le donne. Diceva che gli piaceva immaginare le storie delle sconosciute che apparivano e svanivano, pensare che avrebbero potuto sedersi al suo tavolo e poi uscire con lui per intraprendere il viaggio che attendeva da tempo e si sarebbero persi nella folla di San Giorgio di Maggio a Saintes-Maries-de-la-Mer o avrebbero guardato stupiti la notte scendere sulla Piazza Grande di Montepulciano. In fondo, però, era quasi sollevato quando le vedeva svanire, quando la possibilità del loro incontro, della necessità di confermare le sue fantasie, veniva meno e preferiva cullare il rimpianto della rinuncia alla disillusione della realtà.

    Nausicaa cantava. Le avevano detto un tempo che aveva la voce matura di Maria Dimitriadi; di certo ne condivideva la fede anarchica e una certa quota del repertorio e quando cantava “Aftoús tous écho varetheí”, adattamento di Mikroutsikos di un testo di Wolf Biermann, ad alcuni tornava in mente piazza Syntagma che cantava “Bella ciao” per il No al Referendum, quando ancora speravano in un cambiamento possibile. I vecchi attendevano il giorno ascoltandola e poi andavano a dormire, perché in fondo odiavano il levarsi del sole sulle rovine del mondo di ieri, sul mondo che avevano costruito dopo la fine della dittatura e che era crollato dopo l’inizio della crisi. Ulisse taceva e la guardava, poi a fine serata uscivano insieme e le parlava dei suoi viaggi. A volte, mentre fissava per ore quegli occhi azzurri che non riusciva a capire, che non riusciva a spiegare, quegli occhi azzurri che aveva inseguito in un’estate di fronte al mare sperando di trovarvi una ragione, un frammento di verità o di amore, quegli occhi azzurri che guardavano sempre un po’ più lontano, nella malinconia di un passato perduto, riusciva a non sentirla vicina, a immaginarla come le altre passanti, nella lontananza che permette di inventare, e gli sembrava desiderabile come quando gli era apparsa per la prima volta, nell’alba dopo il naufragio, quando le aveva detto che sembrava un bocciolo di palma e lei l’aveva preso per mano per condurlo alla dimora di suo padre, l’orologiaio che si diceva che fosse stato un re, negli anni in cui ancora il tempo scorreva e le macerie della vecchia piazza ospitavano le assemblee e dal porto si partiva e si arrivava con gioia e non con la quieta rassegnazione del fallimento. Ora gli uomini per strada non avevano espressione, trascinavano i piedi in un passato che sbiadiva sempre di più nel grigiore di un presente moribondo e non si raccontavano più, non ascoltavano più, e le storie di ciascuno rimanevano chiuse nella sua solitudine, perché ognuno aveva il suo dolore e non poteva contaminarsi con la sofferenza degli altri.

    Solo la figlia dell’antico re estraeva racconti dal dolore dei pomeriggi immobili, li estraeva e li conduceva con sé – taluni divenivano canzoni, altri venivano narrati agli occhi scuri di Ulisse, altri ancora si trasformavano nel nero di cui dipingeva le mura della città in certe notti di luna, perché l’isola rimanesse in lutto finché ogni sofferenza non fosse stata lenita. La pioggia portava via il colore e lei dipingeva di nuovo, perché ognuno guardando le pietre macchiate si sentisse meno solo. Il dolore di ciascuno era il dolore della città, dicevano le nere figure che coprivano le mura e ognuno vi ritrovava la propria storia e pensava che dipingendo Nausicaa avesse pensato proprio a lui.

    E forse era già novembre quando Nausicaa e Ulisse uscirono dalla città che si addormentava all’alba e andarono a immergersi nella visione del mare d’inverno. Un tempo, quel mare era familiare; ella era bambina e le onde nelle mattine d’estate si infrangevano contro un eterno presente in cui era possibile giocare alla vita senza farsi male, in cui il futuro non esisteva e l’infanzia non sarebbe mai finita. Allora sapeva che gli adulti non erano mai stati bambini e solo per questo non sapevano sognare e non immaginava il lento svanire dei mostri marini visti in lontananza nei giorni di un’adolescenza in cui ogni frammento di un’infanzia ancora prossima doveva essere rigettato e distrutto. Allora suo padre era re e lei sarebbe stata regina, un giorno, e alla sera sulla spiaggia si suonava jazz e così sarebbe stato per sempre. Ora il vecchio orologiaio non poteva più regnare sulla città di morti ed era stato condannato a occuparsi del tempo, di quel tempo che ognuno entro le mura tinte di nero voleva riportare indietro e che invece egli misurava perché andasse avanti, sempre più avanti, verso la fine, verso un futuro che non esisteva più. Nausicaa sapeva che non sarebbe mai stata regina e il mare non era più familiare; non voleva più tornare ad esso, specchiarvisi nei giorni d’estate, voleva semplicemente prendere una nave per andare via, verso il Nord o verso le isole a Sud, e tornare a quelle acque solo per rimpiangere il suo volto di bambina sempre più deformato dai giorni e dalla lontananza.

    “Sai – le disse Ulisse – oggi mi sono guardato allo specchio e non mi sono riconosciuto. Per molti anni, vagando da un’isola all’altra, da un porto all’altro, credevo di essere sempre lo stesso uomo. Ero l’eroe che tornava in patria e sognavo Penelope e il giorno in cui l’avrei riabbracciata. Mi trovavo al confine tra il passato e il futuro, tra la felicità del ricordo dei giorni in cui ancora la guerra era lontana e ancora riuscivo a ricordare la voce di Penelope nei brevi momenti in cui non potevo camminarle al fianco e la speranza del mattino in cui avrei fatto ritorno e di nuovo avrei recuperato la vita che avevo smarrito a vent’anni, quando mi finsi pazzo e fui ingannato da Palamede per partire per una guerra inutile. Ero sospeso tra un passato perduto e un futuro in cui avrei recuperato l’uomo che ero stato e il presente non aveva senso se non per il tentativo di tornare agli ultimi giorni della mia giovinezza, come se fosse possibile far tornare indietro il tempo e cancellare questi anni di dolore, di morte, di sofferenza. Ora sono qui. Potrei tornare a casa, il traghetto per Itaca parte ogni giorno alle dieci, ma perché dovrei farlo? Penelope, probabilmente, non mi ha aspettato; si sarà sposata e al mio ritorno dovrei ascoltare le solite giustificazioni confuse. “La ragion di Stato – diranno – credevamo che fossi morto.”

    Quando vivevo a Ogigia, da Calipso, andavo ogni mattina sulla spiaggia che dà a est, che profumava di nostalgia proprio come questa. Un tempo il mare mi parlava, mi raccontava storie di luoghi lontani, mi spingeva a partire. In quei giorni anche l’antica inquietudine sembrava spenta. Calipso non parlava molto; aveva gli occhi scuri delusi da troppi marinai, arrivavano là, le promettevano di rimanere, lei forse si innamorava di loro, ma poi ripartivano sempre e rimaneva sola senza sapere bene se sarebbero mai tornati. Avevamo deciso di farci compagnia con le nostre solitudini, non ci amavamo, ma in fondo cosa importava? Sarebbe importato se l’amore avesse un ruolo, se funzionasse come nei libri che leggevo da ragazzo in cui lui si innamorava di lei e tutto alla fine andava come doveva andare, ma la vita ci insegna altro, ci insegna che si sta insieme per noia, per paura della solitudine, perché è troppo difficile lasciarsi e ci si può forse anche odiare e non volersi separare. Noi, in fondo, avevamo un legame più profondo di molti altri. Eravamo due persone ferite. Eravamo due persone a cui era stato promesso e non mantenuto. Lei aveva avuto le sue delusioni, i suoi marinai da rimpiangere in mille sere giù al porto, io una giovinezza perduta per l’illusione della gloria, per l’inganno che mi fu teso in un pomeriggio d’agosto. Dicevano che la guerra sarebbe durata poco. “Aspetta, Menelao – dicevo io – Passeranno gli anni ed Elena sfiorirà. Paride si stancherà di lei, la rimanderà a casa. Oppure sarà lei a voler tornare, stufa delle troppe mattine passate a svegliarsi accanto a lui e a temere un tradimento con la cameriera diciottenne.” Ma Menelao era un idealista. Credeva che l’amore durasse per sempre, forse, e che quindi solo l’esercito avrebbe potuto ricondurre sua moglie a Sparta. A vent’anni, quando partii, forse avrei potuto anche pensarla come lui.

    Non rimasi con Calipso. Gli Dei mi imposero di ripartire. Ora sono qui, sono qui con te e non voglio tornare a Itaca. Voglio trovare una nave su cui condurre i tuoi occhi azzurri, su cui permettere alla mia inquietudine di unirsi alla tua per cercare altrove altre storie da raccontare. Sorridi – probabilmente pensi al vecchio soldato divenuto sensibile ai sentimenti, ma vedi, alla fine che senso avrebbe ripartire per recuperare una vita che non mi appartiene più? Ci siamo raccontati le nostre esistenze, abbiamo condiviso le sere d’autunno, forse ci siamo innamorati – non so cosa significhi questa parola, è passato tanto tempo – e dunque è forse tempo che rinunci al passato per il presente e all’illusione di una donna di cui non ricordo più la voce per i tuoi silenzi quando mi ascolti sulle rive del mare.”

    “Mio padre non dorme mai – rispose Nausicaa – utilizza ogni momento per cercare di riparare il tempo, quel tempo che si è irrimediabilmente danneggiato in quel giorno lontano in cui finì il suo regno e qualcosa si bloccò e ci privò del futuro. Ha ricreato un piccolo universo con gli ingranaggi degli orologi e cerca di capire come tutto possa tornare come prima, come tutto possa tornare a scorrere. Ma io non voglio che tutto torni come prima. In quegli anni vivevo chiusa nella grande casa nella Piazza Grande, senza mai uscire a vedere il mondo. Gli uomini erano figure lontane che intravedevo oltre le tende nei giorni di festa, le storie che leggevo erano solo quelle dei libri, dei rari libri che erano ritenuti utili per la mia formazione culturale. Quando tutto finì, abbandonammo quella casa e io iniziai a conoscere la città. Passavo le mie giornate a cercare di scoprire nuove vie; entravo nei negozi e rimanevo stupita nello scrutare i volti, tutti così diversi da quelle poche facce che potevo vedere nei giorni in cui vivevo a palazzo. Chiedevo a ognuno la sua storia e ognuno mi raccontava il suo dolore. Scoprii che era molto più interessante di ciò che potevo leggere nei libri. Poi ho conosciuto te, venuto dal mare in un giorno lontano, e avevi tante storie da raccontare, tanti luoghi che mi sembrava quasi di vedere dalle tue descrizioni, tante esistenze che avevi incrociato e che mi sapevi ricostruire, da Filottete, con la sua ferita putrefatta, a Achille, che preferì la gloria ad una vita lunga e se ne pentì. Quando ti sentii parlare, capii che volevo avere i tuoi occhi vicini nella mia scoperta del mondo e che non mi interessava l’imperfezione di ciò che mi circondava, perché nel mondo perfetto immaginato da mio padre non avrei potuto vedere ciò che desideravo, mentre ora posso scrutare, posso ascoltare, posso scoprire. Ho comprato due biglietti per il primo traghetto del mattino. Partiremo insieme, se vorrai”.

    Si allontanarono nell’alba. Il porto era poco lontano. Nella sua bottega al piano terra, l’orologiaio cercava l’ingranaggio che avrebbe reso il mondo di nuovo perfetto. La vernice che Nausicaa aveva gettato sulle vecchie mura stava sbiadendo. Quando scomparve definitivamente, due mesi dopo, nessuno si ricordò più della figlia del re, né delle prime pagine dei giornali del mattino che, in un giorno freddo non molto lontano, ne avevano denunciato la fuga.

  • Novembre 2018

    Metto su Tom Waits ed è tornato Novembre. Martha parla delle vite che smarriamo, della sottile demarcazione tra la felicità e il dolore e di come dopo quarant’anni si possa rimpiangere un amore di giovinezza, quando non c’erano domani e si nascondevano le sofferenze per i giorni di pioggia. Penso agli anni dei miei rimpianti – la vita era sempre altrove, in un passato idealizzato dove ero riuscito ad essere pienamente l’uomo che desideravo o nelle possibilità inespresse dello sguardo di una passante incrociato una domenica pomeriggio e poi subito smarrito nell’incostanza della folla – e, specchiandomi nella pioggia di questi giorni umidi, mi rendo conto di non riconoscere il volto che avevo allora nelle mie fattezze attuali.

    Ieri al gabinetto Viesseux parlavano di Musil, autore da me ingiustamente trascurato nei giorni ormai lontani della mia formazione. Del resto a diciott’anni leggevo i russi e Stendhal e il tentativo fallito di affrontare La montagna magica di Mann mi aveva allontanato definitivamente dalla letteratura di lingua tedesca, fatta eccezione per Kafka. Solo molti anni dopo sarei sceso a patti con quella sensazione sgradevole: scoprii Werfel e Zweig, la loro nostalgia dell’Austria felix così simile al mio desiderio di tornare ad un’età d’oro probabilmente mai esistita, e mi sentii quasi a casa nei loro romanzi, nei loro personaggi costantemente sospesi tra una realtà insoddisfacente e il rimpianto di un passato in cui tutto era intero e incorrotto, in cui gli uomini lavoravano per godere della propria vita e non per accumulare, a differenza del modello capitalistico inglese, e in cui potevano abitare figure come Theodor Billroth,chirurgo svogliato e musicista di talento, amico di Brahms nella Vienna di fine Ottocento, o come Alfred Schnitzler, che lavorò come medico fino alla morte del padre, per poi dedicarsi unicamente alla carriera di drammaturgo. Werfel e Zweig cantavano un mondo in cui non si limitava la propria esistenza, in cui gli uomini sapevano che non vi erano verità assolute e che il tempo che ci è dato è poco e dunque tanto valeva utilizzarlo per ricercare la bellezza nell’arte e nella musica, pur non abbandonando la propria serenità borghese. Parlavano di quel mondo e io mi sentivo a casa, senza rendermi conto che era solo un’idealizzazione, era la malinconia dei figli della guerra catapultati in un’Europa senza centro che scivolava rapidamente verso il totalitarismo che cercavano un equilibrio nel ricordo, nel rimpianto, nella certezza che in altri tempi si era stati bene in modo assoluto, senza ombre, che in altri tempi era stato possibile vivere.

    Musil aveva anch’egli, forse, come osserva Magris in Danubio, un qualche rimpianto per quell’Impero asburgico che soprannominava Cacania, dalle iniziali K.U.K. (kaiserlich und königlich) che indicavano le istituzioni pubbliche comuni austriache e ungheresi durante il regno di Francesco Giuseppe, ma manteneva sempre una certa ironia dissacrante nei confronti del mondo del tempo. Forse, riusciva a non farsi imprigionare dalla trappola dell’idealizzazione e sapeva che in fondo gli anni che passano non ci separano da un Eden perduto e che pensarlo è solo la ricerca di un facile rifugio dalle difficoltà della quotidianità. O forse aveva un’idea semplice dell’Impero, quell’idea che Magris stesso esprime, di un luogo senza assoluti,di un luogo in cui non vi era un’adesione totale a un modello e il rigetto di tutto ciò che non vi rientrava, ma dominava una necessaria visione di apertura,di disponibilità, una necessaria capacità di ascoltare gli uomini e le loro storie, prima che l’incedere inumano delle idee. Ed è forse quasi ovvio che la memoria, mi riconduca al discorso di Tsipras prima del referendum del 2015. Parlava della democrazia come una festa, del popolo greco che si stava ribellando, del governo di sinistra che era diverso dagli altri perché non si piegava alla Troika. È quasi agghiacciante ascoltarlo oggi, oggi che sappiamo. Oggi che sappiamo che quella folla in piazza vinse il referendum, oggi che sappiamo che nonostante questo la Troika impose le proprie condizioni e fece continuare senza grossi problemi il programma di austerity. Oggi che sappiamo che la democrazia non aveva vinto in Grecia, ma avevano vinto i burocrati che avevano imposto i loro assoluti al di sopra del benessere di un popolo i cui pensionati si suicidavano nelle piazze, in cui i malati smettevano di curarsi perché non potevano pagarsi le cure. I burocrati che non avevano saputo ascoltare le storie, perché in fondo aderivano alla visione britannica criticata da Werfel per cui lavorare non serviva per vivere, ma per far funzionare la divinità invisibile del Capitalismo, quasi che essa richiedesse,come certi idoli condannati dal Dio della Bibbia, il sangue umano per potersi alimentare.

    Ma non è questo che mi colpisce, di quanto ho ascoltato sull’autore dell’“Uomo senza qualità”. Musil, dicevano ieri, non credeva nella permanenza dell’io. La persona che sono oggi non coincide con quella che ero ieri, diceva, e solo l’apparenza che mi rende agli occhi degli altri continuo con l’uomo che ero un giorno o un mese fa permette a ciascuno di dire che ero effettivamente io ad essermi comportato in un certo modo in altri tempi, a porre in connessione i volti che ho avuto per tracciare una storia comune. Musil si spingeva anche più in là, chiedendosi se un uomo potesse essere ritenuto responsabile per ciò che aveva compiuto tempo prima. Era un altro io ad aver commesso tali atti, era un’altra persona, un altro insieme di sentimenti caotici sul palcoscenico del pensiero e niente lasciava supporre che l’ammasso confuso di emozioni di oggi potesse in qualche modo essere correlato a quello di ieri.

    Sicuramente il pensiero di Musil era radicale, troppo radicale, eppure mi spinge a guardarmi nelle pozzanghere di questo novembre piovoso e a non riconoscermi. A leggere la mia storia e a stupirmi di non vedere più il mio volto in quell’insieme di rappresentazioni che in altri tempi ritenevo fossero inscindibili dal mio io. Lo sguardo nello specchio ha il calore dei giorni di esplorazione della mia adolescenza e la consapevolezza di un’età adulta ormai accettata e ha perso la disillusione della senilità precoce degli anni bui, in cui tutto svaniva senza lasciare traccia. Un anno fa scrivevo di non riconoscermi nelle cicatrici di ieri. Oggi quel sentimento è ancora più forte.

  • Indossando il suo cappotto grigio salutò cerimoniosamente
    – fuori, la pioggia usata di dicembre
    disegnava nei rivoli grigiastri del marciapiede
    il labile confine tra la felicità
    e un dolore da custodire nel gelo dell’inverno
    quando sul margine delle sue possibilità sprecate
    avrebbe sognato le vite smarrite nella sua esistenza di spettatore
    della lenta discesa delle donne al binario 2 del tram nei pomeriggi d’estate.
    E i libri lo avevano illuso
    – aveva creduto forse
    di poter inseguire un frammento di bellezza
    nell’ovatta dei giorni di una giovinezza sfiorita
    ma i poeti ingannano e le mattine rarefatte di novembre
    hanno la concretezza greve della tristezza
    e gli occhi delle passanti fissavano altri silenzi
    senza lasciare che un’increspatura
    nella trama elettrica della fantasia.

    Nelle vestigia del giorno camminò piano come un tempo
    quando vegliava i cadaveri di dieci anni di guerra
    e il cavallo non era stato ingegno ma stanchezza
    l’infinita stanchezza di inseguire
    la giovinezza di Elena svanita dietro le mura antiche
    l’orgoglio inutile di Menelao riflesso negli occhi vuoti dei soldati
    per sempre fissi nel tramonto sul Bosforo.

    Quella notte Nausicaa gli apparve di cristallo
    – il suo amore in trasparenza
    sui cuscini rossi della sua stanza al primo piano
    piena di manifesti e di racconti di viaggi
    aveva la compiuta gioia dei sogni dell’alba
    quando torni ad assopirti e ignori ogni timore
    e la felicità è un gioco semplice e l’esistenza un inganno.
    La guardò negli occhi
    in quella sera di stanze infrante contro la disillusione del gelo
    – la figlia dell’orologiaio usciva dalla porta dei suoi ventitrè anni
    e colorava le mura della città con la sofferenza degli uomini
    imprigionati tra le rovine di un futuro smarrito.
    Era stata regina, dicevano, un tempo
    quando le voci lontane nelle sere di festa
    dipingevano i giorni ancora da esplorare
    e la strada perduta in fondo alla pianura
    riconduceva agli inganni di un’infanzia incompiuta
    ai sogni di vetro ricolmi di luce
    con cui proteggersi dal gelo di gennaio
    quando fosse tornato di nuovo l’inverno.

    Ora solo l’orologiaio contava i minuti
    nel silenzio beffardo di una bottega di periferia
    e nessuno entrava più per chiedergli
    di misurare la distanza che lo separava dagli anni
    in cui avrebbe preso la via del Sud
    per incrociare l’assenza che aveva desiderato essere
    sotto la luce dei lampioni all’inizio della primavera.
    E forse voleva riparare il tempo
    l’orologiaio con i grandi baffi che era stato re
    il tempo distrutto in quel mattino d’estate
    in cui i giorni da vivere erano stati rubati
    da un commerciante di ombre venuto dal nord.
    E forse voleva riparare il tempo
    nel suo presente di molle e viti unte
    di ingranaggi che riproducevano l’esattezza dell’universo
    senza saper inventare il caos di Dio.
    Gli uomini oltre il vetro sapevano già le sue storie
    e passavano senza fermarsi toccandosi il cappello
    – lui ascoltava il passato nei vecchi dischi
    e immaginava lo straniero inventore di isole
    sbattuto sulla spiaggia da una guerra lontana
    e Nausicaa, i suoi vent’anni novembrini,
    il suo sorriso sul volto sbiadito dal vento.

    Lo straniero e la figlia dell’orologiaio
    si sedettero infine sulla riva del mare
    e osservarono il punto in cui la realtà si fa ricordo
    e la familiarità dei luoghi consumati dai passi
    un rimpianto scolorito nelle sere di abbandono.
    Forse Ulisse le disse di amarla
    o forse le prese soltanto la mano
    e le sfiorò la guancia con il segreto dei suoi racconti
    di viaggiatori inquieti che salivano in fretta sull’ultimo traghetto
    senza mai affacciarsi sul ponte
    nella luce rosata del tramonto
    per salutare un’ultima volta.

    Dicono che all’alba fossero già lontani
    – l’orizzonte mostrava il profilo di isole perdute
    di cui nessuno conosceva il nome –
    e la loro nave non fu vista mai più
    persa ad inseguire il loro sogno d’Oceano.
    La vernice sbiadì e tutti dimenticarono
    quelle sere d’inverno in cui negli occhi azzurri di Nausicaa
    avevano ascoltato il riflesso delle loro vite
    e forse
    avevano sperato ancora
    che tornasse l’estate.

  • Rimaniamo qui
    sul ponte della nave, sotto il vento della sera
    di questa estate senescente
    in cui i nostri desideri sembrano emergere
    dall’indistinta caligine dei sogni.
    Rimaniamo qui.
    Un altro respiro e poi il tempo svanirà nella notte
    rimarrà immobile ad ascoltare le storie inquiete dei tuoi capelli scuri
    ad avvolgerci nel vestito di silenzio dei tuoi occhi azzurri.

    Un altro respiro e poi guardami, guardami ancora.
    Guardami come mi scrutavi al risveglio
    in quel mattino di Ottobre
    in cui le immagini velate dell’ultimo sonno
    sostarono curiose sulla terrazza rivolta a Sud
    per carezzare i nostri volti nella sorpresa dell’alba
    prima di fuggire lontano verso il golfo all’orizzonte.
    Mi osservasti
    come si scrutano le isole al largo dall’ultimo traghetto
    come si guardano le vite in trasparenza
    oltre le tende delle finestre illuminate.
    Mi osservasti per inventarmi, per immaginarmi
    per amare la strana concretezza delle mie mani
    abbandonate al segreto della tua realtà.
    Guardami come allora, nella luce fioca del mio canto per la tua schiena assorta
    in questo presente di letti disfatti nella notte estenuata
    – io inseguirò il bagliore che nascondi ai viaggiatori distratti
    l’angolo della tua bellezza in cui, in un pomeriggio di dicembre
    nelle pieghe del tuo essere riconoscerò i sussurri
    che mi donasti il giorno in cui tornarono le piogge
    perché non mi spaventassero le minacce del vento.

    Non temere l’arrivo,
    il porto che ci inghiottirà con la malinconia degli addii
    – i giorni evaporeranno, i minuti si smarriranno in questa risacca dell’universo
    e ci abbandoneranno qui, alla deriva, in un vuoto di senso
    a raccontare il mare nascosto nell’oscurità.
    Non avere paura.
    Ti narrerò di tempi lontani
    in cui dell’esistenza non rimanevano
    che vetri infranti da rimpiangere nel rumore delle onde
    alla finestra della mia adolescenza, in una casa sul mare.
    Allora, l’increspatura delle labbra di una passante mi sembrava un sorriso
    e la felicità era l’ombra di un sogno smarrito
    perduto nei passi sfuggenti di un’altra illusione.
    Ti narrerò delle sere delle tue partenze
    quando svanivi nel buio lasciandomi in pegno
    il tuo melograno di ricordi, di parole rimandate
    di immagini riposte vicino al tavolo del soggiorno
    per essere custodite per il mistero del tuo ritorno.

    Attraverseremo i confini di questa notte polverosa
    intravista oltre i finestrini appannati delle nostre indecisioni
    del sonno di cui rivestiamo le prime storie del mattino
    del nostro ondeggiare frenetico di bambini
    ai bordi dell’oceano dei nostri sentimenti
    fino all’inevitabile istinto del tuffo.
    Ci immergeremo nel turchese di questo mare, in un altro maggio
    e laveremo via l’oscurità dai nostri corpi autunnali.
    Racconteremo il nostro amore alle nubi del meriggio
    e rimarremo qui, nell’abito chiaro dei nostri vent’anni
    a cullare la malinconia del nostro desiderio di partenza
    in una fuga al tramonto al di là della scogliera.

    E infine
    fissando gli occhi nei nostri occhi di viandanti
    che immaginano il porto nell’infanzia della sera
    conteremo gli eterni chicchi di riso dei giorni
    in cui ci abbandoneremo al respiro delle correnti
    e in cui potremo inventare
    il gioco luminoso della nostra libertà.

  • E l’autunno arrivò anche quell’anno e aveva la voce di Gianmaria Testa – l’avevo incontrato tra le pagine di un libro di Izzo e lo ritrovavo alla fine di ogni estate, con la voce che delineava quella sottile malinconia così simile alla mia, quella percezione che in fondo la vita, i rapporti, l’amore non fossero che lievi imprecisioni di un flusso che ci allontanava costantemente dalla felicità. Ci saremmo seduti sulla soglia di casa e avremmo raccolto i frammenti dei nostri ricordi, di quei brevi istanti in cui avevamo creduto di intravedere qualcosa di diverso rispetto allo scorrere prevedibile dei nostri giorni, alle scadenze che sapevamo di avere e ai compleanni che ci definivano con la pretesa di una responsabilità non desiderata – in fondo hai ventisette anni, dovresti iniziare a sentirti adulto e a convincerti infine della perdita della libertà dell’adolescenza, sembravano dichiarare. Li avremmo lasciati scivolare sotto la pioggia di ottobre e avremmo provato a raccontare a noi stessi la nostra storia, a illuderci che la tristezza sarebbe passata, ancora una volta, al termine dell’inverno.

    E l’autunno arrivò anche quell’anno e io ripensavo a una donna – veniva da Córdoba, in Argentina, le avevo scritto poesie nei pomeriggi di un altro settembre; lei le leggeva con una voce tranquilla che si confondeva con le prime ombre della precoce notte di ottobre e poi mi diceva che sì, le erano piaciute e mi recitava le sue. Mi parlava della necessità della fine dell’estate, dell’importanza di avere un momento in cui lasciar cadere le foglie secche delle nostre illusioni agostane, dell’eccessivo desiderio di abbracciare la vita e le persone che ci conduceva a volere troppo, ad intrecciare più rapporti di quanto fossimo pronti a mantenere, a promettere sogni che sarebbero svaniti al risveglio delle piogge d’ottobre. In fondo, mi diceva, l’autunno ci permetteva di comprendere quali, tra i volti che avevamo raccolto negli inganni di un’estate che avevamo creduto infinita, avremmo voluto ancora accanto a noi per affrontare la durezza del gelo e quali invece avremmo lasciato svanire per poi rimpiangerli, forse, nelle pieghe di dicembre.

    Scivolavo nel rumore tenue del centro che si svuota dai turisti – in via della Spada venivo sorpassato da una vecchia macchina con due suore a bordo, avevano la “P” di chi sta facendo pratica per la patente e l’espressione convinta di chi ha una missione da compiere (verosimilmente, uccidere due o tre americani biondi che passeggiavano con aria noncurante al centro esatto della strada) e Oltrarno, in Costa San Giorgio, mi fermai ad ascoltare un gruppo di messicani che improvvisavano “Guantanamera” sui gradini che conducono al fiume. Rimasi là a pensare alle illusioni, a come il mondo immaginato talora ci allontani e ci porti a rifiutare la realtà. Ulisse era rimasto sette anni con Calipso, sull’isola di Ogigia; la conosceva, probabilmente era arrivato quasi ad amarla, eppure alla fine volle tornare da Penelope, da una donna che non vedeva da vent’anni e di cui non sapeva niente – di lei per lui non esistevano che pochi ricordi e molti sogni, non restava che un volto di ragazza ormai svanito dietro ad una maturità raggiunta da tempo, non restava che un’immagine da costruire nella fantasia con le voci e i volti delle donne che aveva incontrato nel suo viaggio. E ripartì, se ne andò da Ogigia per inseguire quella che ormai era unicamente una sua invenzione, abbandonando gli occhi che vedeva ogni mattina e che forse ormai erano scoloriti dall’abitudine dei troppi anni passati, privi della novità della conquista o dell’idealizzazione del sogno che ci permette di illuderci che gli altri siano esattamente come li immaginiamo.

    Salendo verso San Leonardo in Arcetri incontrai le voci di due signore bolognesi che indicavano le decorazioni incise su un muro di pietra – “Sai che non le avevo mai notate?” “Bastava guardare” “Non basta guardare, bisogna saper vedere”. Introdussi le loro conversazioni nel mio pensiero – molte volte ero stato incapace di guardare, di vedere, in passato, troppe volte ero partito come Ulisse lasciando ciò che mi sembrava ormai troppo usato per potermi comunicare alcunché e avevo cercato nuovi amici, nuovi volti, nuove storie, senza chiedermi se scrutando meglio nelle pieghe degli sguardi di ieri avrei potuto trovare qualcosa di ignoto e se in fondo la familiarità e la conoscenza profonda non potessero darmi un piacere equivalente alla ricerca superficiale di voci sempre nuove. Una ragazza di vent’anni camminava rasente il marciapiede; accanto a lei, una donna di mezza età mi scrutò brevemente e credetti improvvisamente di aver già visto i suoi capelli grigi – mi resi conto più tardi, quando ormai mi aveva superato da tempo, che si trattava della mia maestra delle elementari. Forse avrei imparato a smettere di fuggire dagli occhi azzurri di Calipso, mi dissi, forse con il tempo avrei infine appreso che Penelope non esiste, che nessuno corrisponde perfettamente all’immagine ideale che ce ne facciamo e che in fondo è meglio così. Il vento degli ultimi giorni di settembre accompagnava i miei passi verso piazzale Michelangelo e pensai che forse la fine dell’estate mi avrebbe aiutato a ricercare la familiarità dei volti antichi, ad abbandonare il desiderio di scoperta per abbracciare la fatica della costruzione dei rapporti, della conoscenza profonda, senza fuggire alla ricerca di sogni irraggiungibili dopo le prime difficoltà. Forse la mia amica di Córdoba aveva ragione, in effetti. Avevo bisogno dell’autunno.

  • Lasciamo che Settembre muoia
    che il fumo entro cui svaniscono le tue poesie
    – raccontavi e distruggevi mille volti di uomini
    cancellati dal rumore delle navi in partenza
    nelle sere di gennaio al porto di Ogigia –
    si faccia nebbia sottile nel vento del mattino.

    Lo so, ti ho promesso molto.
    L’estate mi aveva avvolto con le sue illusioni
    e avevo creduto che obbedendo a un fallace dover-essere
    avrei costruito la mia Morgana
    perduta nella bruma di un futuro adolescente.
    Ti ho promesso molto
    ma nelle notti in riva al mare sognavo Penelope
    sola nella penombra di stanze sempre uguali
    Penelope senza volto, senza voce
    senza alcun ricordo per colmare vent’anni di silenzio
    se non la fantasia.
    E l’ho immaginata nelle notti di luglio
    – sai, aveva gli occhi come i tuoi
    e raccontava le stesse tue storie
    di marinai traditi dalle sirene
    di monaci silenziosi che annotavano i nomi su vecchi libri
    per dare un volto ai granelli di sabbia
    che costruiscono l’eternità.
    Aveva la tua voce nei pomeriggi Oltrarno
    quando la vita sembrava cedere alle lusinghe del caso
    e le suore facevano scuola-guida su auto a noleggio
    e negli occhi inconsapevoli di una passante
    incontravo il bambino che ero stato
    sulla via che porta a Arcetri.

    Lo so
    abbiamo ascoltato i turisti spagnoli
    cantare sulle scale in Costa San Giorgio
    ma erano i giorni della nostra illusione
    quando ancora il tuo volto era colorato dalle mie storie
    ed eri tu e non eri e riuscivo ancora a inventarti.
    Ora mi parli della necessità dell’infelicità
    di accettare la realtà del tuo seno
    della mia mano che lo sfiora nell’estate morente
    la realtà dei tuoi silenzi, così diversi da come li avevo sognati
    la realtà dell’inutilità dei miei versi per descriverti.

    Mi siederò sulla spiaggia come un tempo
    quando disegnavo foglie blu sulle auto alla deriva
    e immaginavo il mare nelle vie di Firenze.
    Guarderò gli alberi invecchiare aspettando l’inverno
    e ti dirò di stare bene mentre osservo l’orizzonte.
    E forse
    quando mi volterò di nuovo
    verso la tua grazia assopita nelle mattine di settembre
    saprò infine che Penelope non è mai esistita
    e abbandonando i miei frammenti di illusione
    i miei biglietti di viaggio
    non avrò più una nave da attendere.
    Mi addormenterò insieme a te
    e non sarò più straniero
    nell’autunno di Ogigia.

  • Gli alberi blu

    “Stanotte è venuta l’ombra
    l’ombra che mi fa il verso
    le ho mostrato il coltello
    e la mia maschera di gelso”

    F.De André, I.Fossati “Ho visto Nina volare”

    Ricordo le estati della mia infanzia come un periodo di stasi. Il tempo rimaneva immobile, come le navi quando si addentrano in certe insenature della costa per ripararsi dalle correnti, e improvvisamente avevi la percezione che nulla sarebbe mai cambiato, che il tuo volto non avrebbe mai raggiunto lo specchio sopra il lavabo e che avresti sempre continuato a credere che gli adulti avessero tutte le risposte e non ti saresti mai reso conto che in fondo erano solo bambini che giocavano alla vita senza conoscerne le regole. Nelle sere di agosto ti spingevi fino in piazza in compagnia di amici che avresti dimenticato all’inizio dell’autunno e rimanevi là a lasciare il primo sonno svanire nell’oscurità, in un silenzio che iniziava a riempirsi delle storie da raccontare al ritorno. Più tardi l’estate avrebbe portato altro. Notti insonni sulle montagne sopra Torino ad aspettare l’alba in compagnia di una donna e a sentirsi, per la prima volta, adulti. Pagine e pagine di illusioni e disillusioni abbandonate nelle secche di un’esistenza che procedeva a strappi, per brevi slanci, tra le letture necessarie del liceo – Tolstoj, Joyce, l’indispensabile Dostoevskij – i sogni d’amore e, tempo dopo, i libri universitari ad attendere sul tavolo. L’Italia che vince il Mondiale, nel 2006 – allora, nel paese in Abruzzo dove passavo le vacanze, requisirono un’autocisterna e la utilizzarono per andare su e giù nella via principale per i festeggiamenti. Ma a poco a poco i colori si spensero e l’estate non rimase che una questione atmosferica, con pochi effetti sulla mia anima di viaggiatore solitario in anni difficili.

    Quando avevo sette anni a scuola mi dissero che non esistevano alberi blu. Allora la realtà aveva ancora i contorni dei sogni vividi di certe notti di primavera, in cui tutto segue regole inaspettate e imprevedibili e dunque cerchi di trovare, prima che il mattino ti restituisca ai tuoi giorni uguali e duri, un senso che ti permetta di dare una forma alle macchie di colore sulla tela, di definire un’immagine a partire dal caos delle linee che si intersecano senza ragione nelle pieghe delle tue peregrinazioni oniriche. Allora tutto era nuovo e doveva essere spiegato e si poteva dunque anche credere che altrove potessero esistere alberi blu e rappresentare tale convinzione sulla carta. “Non esistono alberi blu”, mi dissero a scuola e ancora non sapevo che si trattava di una delle tante convinzioni dei grandi che derivano dall’abitudine e dalla rassegnazione, piuttosto che dalla consapevolezza di aver infine compreso qualcosa del flusso caotico di percezioni e interpretazioni che a volte amiamo chiamare vita. Credetti che fosse vero e lo riferii a mia madre e a una sua amica e quest’ultima osservò con una certa tristezza che avevano iniziato a rubarmi i colori. E altri colori mi furono rubati negli inverni di altri anni. Il mondo sbiadì, mentre mi insegnavano che era necessario accettare l’infelicità, ammettere che forse fino a vent’anni si può sognare, poi è necessario smettere e prendere coscienza della necessaria immobilità della maturità, rinunciare all’amore perché non serve a niente, è altro che regola i rapporti, l’abitudine, l’interesse, la paura della solitudine. Il mondo scolorì e avevo vent’anni, poi ventuno, poi ventidue. Le estati passavano e mi restituivano al mio grigiore di sempre; all’inizio di maggio immaginavo che la bella stagione avrebbe portato un cambiamento, che avrebbe infine riportato i colori che avevo perso, ma mi ritrovavo poi alle porte di settembre a chinare la testa al ritorno del freddo senza nuove storie da raccontare. E mi dicevo che in fondo era il destino di tutti, rassegnarsi a perdere i colori dell’infanzia e a sfiorire, ogni giorno, nella tristezza connaturata all’età adulta che elimina ogni possibilità alternativa per fissarci in un volto che avremo fino al termine dell’esistenza.

    E invece infine i colori tornarono. Da tempo li attendevo inutilmente, chiuso nella solitudine di una stanza di periferia dove tutto parlava dell’uomo che ero stato, tempo prima, e ben poco di ciò che ero o di ciò che sarei diventato. Aprii la porta dopo molti anni ad aspettare i passi sulle scale di una donna che non sarebbe mai giunta, dopo molti anni a inventare telefonate che non avrei mai ricevuto. Uscii. Erano quei giorni di marzo in cui Firenze sembra sognare l’estate abbracciando una primavera senza pioggia, prima dell’inevitabile arrivo dei temporali d’aprile. Credo che l’ombra fosse rimasta lì da anni, a sbiadire nei pomeriggi d’estate sulla panchina accanto alla statua di Folon al giardino delle rose; forse era in quel luogo dal giorno di sette anni prima in cui le dissi addio perché avevo deciso di non scrivere e sognare più fino a quando non mi fossi innamorato di nuovo. Mi salutò con la diffidenza di chi è stato a lungo abbandonato, mi prese per mano; mi condusse accanto alla chiesa di San Miniato e iniziò a raccontare l’uomo che sarei stato, ciò che avrei visto ora che avevo infine deciso di smettere di attendere e avevo aperto la porta di casa. Mi portò al termine del bosco e mi mostrò il cancello oltre il quale avevo rinchiuso la mia giovinezza, nella dura consapevolezza dei miei diciannove anni. E improvvisamente, mentre gli alberi si oscuravano al passaggio delle ultime nuvole dell’inverno, ritrovai il mio sguardo di bambino e i colori che avevo smarrito e compresi che sarei potuto tornare a giocare con la realtà, a sperare, a immaginare.

    L’ombra mi accompagnò giù, fino all’ingresso della chiesa. Mi volsi indietro. Gli alberi, nella sera che calava, sembravano quasi blu.