Novembre 2018
Metto su Tom Waits ed è tornato Novembre. Martha parla delle vite che smarriamo, della sottile demarcazione tra la felicità e il dolore e di come dopo quarant’anni si possa rimpiangere un amore di giovinezza, quando non c’erano domani e si nascondevano le sofferenze per i giorni di pioggia. Penso agli anni dei miei rimpianti – la vita era sempre altrove, in un passato idealizzato dove ero riuscito ad essere pienamente l’uomo che desideravo o nelle possibilità inespresse dello sguardo di una passante incrociato una domenica pomeriggio e poi subito smarrito nell’incostanza della folla – e, specchiandomi nella pioggia di questi giorni umidi, mi rendo conto di non riconoscere il volto che avevo allora nelle mie fattezze attuali.
Ieri al gabinetto Viesseux parlavano di Musil, autore da me ingiustamente trascurato nei giorni ormai lontani della mia formazione. Del resto a diciott’anni leggevo i russi e Stendhal e il tentativo fallito di affrontare La montagna magica di Mann mi aveva allontanato definitivamente dalla letteratura di lingua tedesca, fatta eccezione per Kafka. Solo molti anni dopo sarei sceso a patti con quella sensazione sgradevole: scoprii Werfel e Zweig, la loro nostalgia dell’Austria felix così simile al mio desiderio di tornare ad un’età d’oro probabilmente mai esistita, e mi sentii quasi a casa nei loro romanzi, nei loro personaggi costantemente sospesi tra una realtà insoddisfacente e il rimpianto di un passato in cui tutto era intero e incorrotto, in cui gli uomini lavoravano per godere della propria vita e non per accumulare, a differenza del modello capitalistico inglese, e in cui potevano abitare figure come Theodor Billroth,chirurgo svogliato e musicista di talento, amico di Brahms nella Vienna di fine Ottocento, o come Alfred Schnitzler, che lavorò come medico fino alla morte del padre, per poi dedicarsi unicamente alla carriera di drammaturgo. Werfel e Zweig cantavano un mondo in cui non si limitava la propria esistenza, in cui gli uomini sapevano che non vi erano verità assolute e che il tempo che ci è dato è poco e dunque tanto valeva utilizzarlo per ricercare la bellezza nell’arte e nella musica, pur non abbandonando la propria serenità borghese. Parlavano di quel mondo e io mi sentivo a casa, senza rendermi conto che era solo un’idealizzazione, era la malinconia dei figli della guerra catapultati in un’Europa senza centro che scivolava rapidamente verso il totalitarismo che cercavano un equilibrio nel ricordo, nel rimpianto, nella certezza che in altri tempi si era stati bene in modo assoluto, senza ombre, che in altri tempi era stato possibile vivere.
Musil aveva anch’egli, forse, come osserva Magris in Danubio, un qualche rimpianto per quell’Impero asburgico che soprannominava Cacania, dalle iniziali K.U.K. (kaiserlich und königlich) che indicavano le istituzioni pubbliche comuni austriache e ungheresi durante il regno di Francesco Giuseppe, ma manteneva sempre una certa ironia dissacrante nei confronti del mondo del tempo. Forse, riusciva a non farsi imprigionare dalla trappola dell’idealizzazione e sapeva che in fondo gli anni che passano non ci separano da un Eden perduto e che pensarlo è solo la ricerca di un facile rifugio dalle difficoltà della quotidianità. O forse aveva un’idea semplice dell’Impero, quell’idea che Magris stesso esprime, di un luogo senza assoluti,di un luogo in cui non vi era un’adesione totale a un modello e il rigetto di tutto ciò che non vi rientrava, ma dominava una necessaria visione di apertura,di disponibilità, una necessaria capacità di ascoltare gli uomini e le loro storie, prima che l’incedere inumano delle idee. Ed è forse quasi ovvio che la memoria, mi riconduca al discorso di Tsipras prima del referendum del 2015. Parlava della democrazia come una festa, del popolo greco che si stava ribellando, del governo di sinistra che era diverso dagli altri perché non si piegava alla Troika. È quasi agghiacciante ascoltarlo oggi, oggi che sappiamo. Oggi che sappiamo che quella folla in piazza vinse il referendum, oggi che sappiamo che nonostante questo la Troika impose le proprie condizioni e fece continuare senza grossi problemi il programma di austerity. Oggi che sappiamo che la democrazia non aveva vinto in Grecia, ma avevano vinto i burocrati che avevano imposto i loro assoluti al di sopra del benessere di un popolo i cui pensionati si suicidavano nelle piazze, in cui i malati smettevano di curarsi perché non potevano pagarsi le cure. I burocrati che non avevano saputo ascoltare le storie, perché in fondo aderivano alla visione britannica criticata da Werfel per cui lavorare non serviva per vivere, ma per far funzionare la divinità invisibile del Capitalismo, quasi che essa richiedesse,come certi idoli condannati dal Dio della Bibbia, il sangue umano per potersi alimentare.
Ma non è questo che mi colpisce, di quanto ho ascoltato sull’autore dell’“Uomo senza qualità”. Musil, dicevano ieri, non credeva nella permanenza dell’io. La persona che sono oggi non coincide con quella che ero ieri, diceva, e solo l’apparenza che mi rende agli occhi degli altri continuo con l’uomo che ero un giorno o un mese fa permette a ciascuno di dire che ero effettivamente io ad essermi comportato in un certo modo in altri tempi, a porre in connessione i volti che ho avuto per tracciare una storia comune. Musil si spingeva anche più in là, chiedendosi se un uomo potesse essere ritenuto responsabile per ciò che aveva compiuto tempo prima. Era un altro io ad aver commesso tali atti, era un’altra persona, un altro insieme di sentimenti caotici sul palcoscenico del pensiero e niente lasciava supporre che l’ammasso confuso di emozioni di oggi potesse in qualche modo essere correlato a quello di ieri.
Sicuramente il pensiero di Musil era radicale, troppo radicale, eppure mi spinge a guardarmi nelle pozzanghere di questo novembre piovoso e a non riconoscermi. A leggere la mia storia e a stupirmi di non vedere più il mio volto in quell’insieme di rappresentazioni che in altri tempi ritenevo fossero inscindibili dal mio io. Lo sguardo nello specchio ha il calore dei giorni di esplorazione della mia adolescenza e la consapevolezza di un’età adulta ormai accettata e ha perso la disillusione della senilità precoce degli anni bui, in cui tutto svaniva senza lasciare traccia. Un anno fa scrivevo di non riconoscermi nelle cicatrici di ieri. Oggi quel sentimento è ancora più forte.
Lascia un commento