• Preludio, voci

    Gabriel: Ci sono molte cose che ricordo di quegli anni. Perlopiù impressioni: il vento nelle sere d’estate, i risvegli nelle mattine d’autunno con Rick che si preparava a coricarsi dopo aver vegliato tutta la notte. E storie, storie raccontate in un pomeriggio in riva al mare, raccolte in una primavera come tante passata a rincorrere il sole oppure trovate sulla nostra via, entrate nelle nostre vite senza che ci accorgessimo che poi, a distanza di molto tempo, ci saremmo trovati ancora a narrarle. Ci sono molte cose che ricordo di quegli anni. Justine, nella sua età in fiore, che mi raccontava la vita di Kavafis in un cinema di periferia, mentre guardavamo per la dodicesima volta Casablanca. Quel viaggio ad Alessandria, sulle orme del Poeta, poco prima di allontanarmi da lei, sbattuto altrove dal vento dell’Ovest che rende folli. Frammenti. Li riorganizzo solo ora, poco prima di vederla di nuovo, per la prima volta dopo tre anni. Forse non sarei dovuto andare. Preservare una memoria incorrotta di ciò che è stato, circonfusa dall’indistinta malinconia dei sogni. Ma dovevo salutare un compagno di viaggio e mi sono messo in cammino, un cammino verso i miei diciott’anni, verso un’età che ho perduto in un mattino di settembre su un aereo in volo per l’Europa. (altro…)

  • Settembre 2015

    Come dice il poeta, sous la pluit fine l’automne est là. E con l’autunno tornano a spegnersi i sogni gloriosi dell’estate, a infrangersi di fronte alla scoperta dolorosa della loro vanità. C’è stato un tempo in cui ci dicevano che l’estate sarebbe durata in eterno, anno dopo anno, ci spingevano a immaginare il futuro come una lunga strada che ci avrebbe permesso di realizzarci al meglio, come nessuna generazione aveva fatto prima. Poi venne l’autunno con la rivelazione che Fukuyama era fondamentalmente un coglione e che la storia non prevede happy ending come una commedia romantica hollywoodiana. Avevamo creduto di andare su una strada dritta verso l’infinito, come Peter Fonda in Easy Rider sulle sconfinate praterie americane, e invece era soltanto il breve rettilineo di un sentiero di montagna.

    Forse ci avevano fregato oppure forse ci avevano creduto sinceramente. Non lo so. Ma le piogge d’autunno spazzarono via le immagini gloriose e ci lasciarono i nostri sogni di banlieue da inventare per scacciare via la tristezza. Di tutto quello che ci avevano promesso, rimase il desiderio di una vita tranquilla. Di una vita normale.

    Oggi è ancora autunno e camminando sotto la prima pioggia con una lieve incazzatura legata al fatto che ho lasciato l’ombrello a casa (sono un inguaribile ottimista), mi viene in mente quel personaggio di Gozzano che

    Sognò per anni l’Amore che non venne,
    sognò pel suo martirio attrici e principesse,
    ed oggi ha per amante la cuoca diciottenne.

    Anche a lui erano rimasti solo i sogni di banlieue per affrontare quella realtà inquieta che sarebbe andata a schiantarsi nella carneficina della guerra.

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  • Novembre 2015

    La tomba di Gardel si trova nel Cementerio de la Chacarita, a Buenos Aires, che per molti versi è un po’ il Père Lachaise del tango. Qui sono sepolti, tra gli altri, Enrique Discépolo, tra i più grandi autori di tanghi, “El Polaco” Roberto Goyeneche e il bandoneonista Anibal Troilo, nella cui orchestra suonò anche Piazzolla agli inizi della sua carriera. Ci è anche sepolto colui che, con i suoi scritti, mi ha fatto scoprire il tango, Osvaldo Soriano.

    Nel cimitero, c’è una statua di Gardel. Gli argentini vanno ad accendere la sigaretta alla statua, dicono che porti fortuna. Forse è così, quando riuscirò ad andare a Buenos Aires verificherò di persona.

    Di certo c’è che in questo inizio di inverno, quando l’anticiclone che ci aveva protetto dal gelo inizia a fuggire verso est (o verso ovest? Non ho mai capito molto di metereologia), ancora vado a cercare su YouTube “Volver”. Mi fa sorridere ricordare come l’ho conosciuta, sentita per caso in un film di Almodovar che andai a vedere in uno di quei cinema estivi che per tre euro ridanno tutto quello che è uscito l’inverno precedente. Eppure, benché l’abbia conosciuta per caso, questa canzone per molti versi rappresenta un desiderio che ho avuto spesso, quello di tornare.

    Tornare dove? In un luogo della memoria, in un luogo dove, come quella poesia di Baudelaire tutto è ordine, calma, voluttà. Ai miei sedici anni, forse, quando sapevo poco e quel poco mi bastava, o forse ai miei diciotto, a quella voglia di vivere, di conoscere, di andare avanti. Di crescere.

    Eppure, oggi, riascoltandola, mi rendo conto che non voglio tornare. Non ho nostalgia del passato, nonostante l’inverno alle porte e la pioggia che ieri mi ha inzuppato fino alle ossa ritornando dal centro (se a questo giro evito la broncopolmonite vuol dire che il mio sistema immunitario si è dopato, non c’è altra spiegazione). Voglio andare avanti, ora, e ritrovare con la voglia di vivere la mia giovinezza, che credevo di aver perduto.

    E quindi ascolto questa canzone con un sorriso, con il sorriso del marinaio che lascia la terra per riabbracciare, finalmente, l’oceano.

  • Estate 2017

    La mia camera, avvolta dal caldo fiorentino e perfusa da quell’ansia sottile e leggera che solo la sessione d’esami sa dare, decide di risputare fuori una poesia di Ginsberg che avevo stampato un po’ di tempo fa e che avevo lasciato a morire tra un libro di biochimica in attesa di essere venduto da circa cinque anni e il Greatest Hits dei Queen. Non è un periodo in cui ho molto tempo per leggere, come testimoniano i richiami marini del Breviario Mediterraneo di Matvejevic che giacciono sul comodino insieme alle buone intenzioni con cui li avevo riesumati più o meno due settimane fa dicendomi che sì, questa volta sarei arrivato almeno a metà. Non amo nemmeno in modo particolare la letteratura americana; ho un rapporto complesso con Roth (i 20 euro spesi per Pastorale Americana rimangono tra i rimpianti della mia vita insieme ai 500 euro che il me stesso quattordicenne decise proficuamente di impegnare per acquistare un basso elettrico che non avrebbe utilizzato mai), non sono mai andato oltre pagina 5 di un qualsiasi libro di Faulkner e sono riuscito a leggere Sulla strada solo dopo tre tentativi infruttuosi.

    Eppure, Ginsberg è diverso. Lo è sempre stato. Nella sua poesia newyorkese, nella sua voce che legge quei versi nelle registrazioni di un tempo, mi sembra di ritrovare qualcosa delle estati che sognavo da adolescente, bagnate dalla musica dei Doors e inondate da quella sensazione di libertà che mi evocavano i viaggi in moto raffigurati da Easy Rider.

    Il testo che ho tra le mani è quello di America. La scoprii per caso; su Emule – ai tempi in cui esisteva ancora – circolava un audio in cui qualcuno l’aveva sovrapposta a una canzone di Tom Waits e me ne innamorai allora, più o meno all’epoca in cui dicevo che, se fossi potuto rinascere, avrei voluto essere Virginia Woolf. Sono passati quasi dieci anni eppure ancora, scorrendo quei versi, vi ritrovo dentro un frammento di me.

    “Non fa che parlarmi di responsabilità. Gli industriali sono seri. I produttori di cinema sono seri. Tutti sono seri tranne me.”

    A diciannove anni volevo scrivere, volevo viaggiare; mi dissero di essere serio e in qualche modo credevo anch’io che fosse necessario. Con il tempo ho imparato a gestire la mia serietà. A metterci dentro un po’ di musica, un po’ di quella strana follia che forse è l’ultimo retaggio della mia adolescenza. Adesso, da un anno o poco più, sono di nuovo in viaggio e di nuovo quella poesia, che suonava così vicina al me stesso diciassettenne e che si era poi progressivamente allontanata dal mio modo di essere è di nuovo la “mia” poesia.

    E la rileggo, buttato sul letto, come un tempo.

  • Dicembre 2016

    Una conversazione con un amico sull’hard rock mi ha riportato alla mente Tangerine dei Led Zeppelin, un’altra delle canzoni dei miei quattordici anni. A quei tempi, d’estate si andava a suonare in montagna e le notti passavano ascoltando dischi, bevendo e parlando in un modo che diventava sempre più profondo con il passare delle ore. Non si dormiva, in quei frammenti di luglio, e tutto questo portava poi a delle gradevoli sinusiti che duravano una decina di giorni dopo il ritorno dalla trasferta. Non si dormiva, in quei frammenti di luglio, ma si parlava molto, ci si imparava a conoscere, nella primavera delle nostre vite, in quella fase in cui non eravamo più bambini ma non avevamo ancora dovuto accettare le responsabilità degli adulti. E a volte nascevano amori, in quelle notti, a volte la vicinanza portava ad amicizie profonde che duravano lo spazio di una settimana, per poi spegnersi con il ritorno a casa. Ho imparato molto su me stesso e sugli altri, in quelle notti; ricordo che quella è stata la prima volta nella mia vita in cui ho percepito con orgoglio di essere diventato grande. Di essere trattato da chi mi circondava non più come un bambino – più o meno maturo, ma comunque da prendere con il giusto distacco, senza dargli troppo peso – ma come una persona che poteva avere idee interessanti, degne di nota o di discussione.

    Quasi tutte le persone che conoscevo allora si sono disperse per le vie dell’Europa. Alcuni li incontro ancora e, quando ci riconosciamo, dopo tanti anni, nei nostri abbracci c’è ancora la percezione di aver condiviso qualcosa di importante, forse di centrale nelle nostre vite. Un rito di passaggio, il rito di tanti ragazzi che nelle notti dell’estate dei loro quattordici anni giocavano per la prima volta a fare gli adulti, cercavano per la prima volta di conoscersi, si sentivano per la prima volta qualcosa di diverso dai bambini che erano stati fino a poco tempo primo.

    Di quei tempi, rimangono le canzoni, che ogni tanto tornano alla memoria. “Tangerine” è una di queste.

  • Nachtmusik II

    Dicembre 2016

    Le casse, in camera, rimandano la musica dell’inverno. La “Settima” di Mahler, con le sue atmosfere notturne. A volte, quando la ascolto nelle rare sere di dicembre in cui la vita non mi invia ad essere parte di altre armonie da creare dal silenzio, mi sembra quasi di potermici raggomitolare dentro, di poter trovare un mio spazio tra le pieghe della notte descritta in quei cinque tempi e di poter rimanere là, immobile in un’eternità sospesa. Sembra esserci tutto, dentro la Settima: le strade di Vienna invase dalla neve del primo movimento, le rare luci di poche case illuminate nell’oscurità e il calore di un caffè aperto fino a tardi, dove un uomo con il violino suona una melodia gitana.

    Caro, vecchio, Gustav. Dicono che dirigesse con un gesto ampio, non metronomico. Dicono che, per ironia di una sorte che vide la nipote del compositore Alma Rosé morire ad Auschwitz nel 1944, il giovane Hitler si fosse innamorato di Wagner assistendo a un Tristan diretto proprio da Mahler e che da lì derivasse la preferenza che egli espresse in seguito per lo ieratico Furtwaengler.

    Fuori, la città è avvolta dalla nebbia. Si risveglia lentamente in questo 26 di dicembre, quasi disorientata dall’atmosfera lattiginosa che invade le strade. L’orchestra suona la Nachtmusik II, una spettrale litania da banda di paese. Per molto tempo, la mia vita è stata scandita dalla musica, tra dicembre e gennaio. Per Natale suonavamo Corelli o forse Bach, ci immergevamo nei cori barocchi per illuminare chiese fredde con il nostro contrappunto intirizzito. A Capodanno arrivava la famiglia Strauss al completo, arrivavano i teatri, il riscaldamento, la possibilità di indossare l’abito da concerto senza trecento strati di maglioni sotto.

    Mentre la sinfonia arriva al termine, ripenso a quei giorni, che in fondo non sono poi lontani. E penso che sono in cammino, ancora. E che in fondo sono felice.

  • Questo scritto spiega la genesi della poesia “Il porto di Santos”, che potete leggere qui

    Ottobre 2016

    Avevo bisogno di chiudere i conti con un mio amour d’étè. Uno dei tanti amori che la bella stagione culla e che le piogge d’ottobre fanno morire pietose, ben sapendo che breve è il corso dei sentimenti. Più che altro, avevo bisogno di trovare un senso, quel senso che solo la parola scritta sa dare, solo il racconto e che consente di derubricare quel caotico ammasso di esperienze che chiamiamo vita in un insieme ordinato che tende verso un fine ben preciso.

    A Firenze, ora, fa caldo. L’ultimo caldo di ottobre, probabilmente, visto che ieri notte ha piovuto e che ancora pioverà domani, forse, quando di nuovo mi metterò in cammino e riprenderò la mia quotidianità di stanze di ospedale, sale prove e spiegazioni tecniche di come la vita inizi e finisca fatte da uomini in camice bianco dall’aspetto professionale.

    C’è stato un tempo in cui volevo viaggiare per mare, vedere il mondo. Partire all’alba con il treno delle sette e mezzo da Santa Maria Novella e andare a nord, verso Parigi – ricordo mio padre e una mattina di marzo: mi portò alla stazione a vedere i treni in partenza, “Guarda lì, G., quello va a Parigi, un giorno ci andremo”. Conoscere Le Havre, la brumosa Le Havre vista attraverso lo sguardo rassegnato e il francese smorzato di Jean Gabin. Incontrare le donne, là, e immaginare di dire, come nel film: “T’as des beaux yeux, tu sais?”

    E in fondo un po’ il marinaio l’ho fatto, con la mia vita fatta di partenze, di persone conosciute e lasciate con un sorriso o con un rimpianto. E, ogni volta, con un racconto.

  • Lezioni di volo

    Luglio 2016

    Breve resoconto della situazione attuale: esami, esami, esami e ancora esami. E dire che Giugno sembrava averlo capito che non era aria di vacanza, con quelle sue piogge torrenziali e quelle temperature da inverno tardivo. Luglio ci ha sorpreso, arrivando torrido sulle rive del fiume. Mi ha trovato impreparato.
    Ho sempre avuto una certa immagine poetica dell’estate, come il momento della vita, della creatività, dell’entusiasmo. Dei sensi che si risvegliavano dopo il lungo inverno, delle canzoni che scorrevano lungo le porte della notte. Ai tempi del liceo, ogni estate scrivevo qualcosa, prima poesie, poi anche libri e racconti. Ho continuato anche nei primi anni di Università, quando ancora le cose sembravano semplici e la vita appariva come il lungo fiume tranquillo che ancora non sapeva di stare per incontrare la cascata.
    Questa volta, l’estate mi ha colto impreparato. Non è stata altro che un’increspatura del tempo, un rumore di fondo e io mi ritrovo in pieno luglio senza avere la mia canzone per l’estate, il mio amore biondo e ventenne, le mie speranze.

    Mi sento un po’ come in quella canzone di De André che dice

    Com’è che non riesci più
    a volare?

    Perché non riesco più a volare, mia cara estate? Eppure ho visto scorrere la vita dalle feritoie dei corpi nei pomeriggi stanchi dei giorni di marzo. Ho creduto di perdermi nel silenzio della solitudine, affogato nelle mattine troppo fredde di due anni fa. Ho imparato a leggere il libro della sofferenza, di trovarvi un senso, una diagnosi, talora una cura. Sono diventato una persona diversa.

    Sarà per questo che non riesco più a volare?

    O forse no, sono solo stanco. Forse è come se fossi tornato alla luce dopo una notte durata anni. Come se fossi uscito dalla mia gabbia di sogni dopo un lungo sonno e dovessi sgranchirmi le ali prima di spiegarle. Questo, forse, è il mio mattino, quello che ho atteso per anni vicino al fuoco della notte. O forse è l’ennesima lucciola che mi si posa sul naso mentre cerco di dormire.

    Sullo scaffale, vicino ai libri dell’Università, ci sono le poesie di Eliot. Ho sempre amato il Canto d’amore di J.Alfred Prufrock. Lo rileggo:

    Ho udito le sirene cantare l’una all’altra.
    Non credo che canteranno per me.
    Le ho viste al largo cavalcare l’onde
    Pettinare la candida chioma dell’onde risospinte:
    Quando il vento rigonfia l’acqua bianca e nera.
    Ci siamo troppo attardati nelle camere del mare
    Con le figlie del mare incoronate d’alghe rosse e brune
    Finché le voci umane ci svegliano, e anneghiamo.

    Prufrock era un po’ Amleto. Io non lo sono.

    (No! I am not Prince Hamlet, nor was meant to be;
    Am an attendant lord, one that will do
    To swell a progress, start a scene or two,
    Advise the prince; no doubt, an easy tool,
    Deferential, glad to be of use,
    Politic, cautious, and meticulous;
    Full of high sentence, but a bit obtuse;
    At times, indeed, almost ridiculous–
    Almost, at times, the Fool.)

    Non lo sono perché ho imparato a decidere. A prendere parte. A entrare in conflitto.
    Chissà se ricorderò ancora come si vola.

  • Maggio 2016

    I cambi di stagione mi sorprendono. Sono cambi di vestito, di musica. Quando torna il caldo, rimetto in soffitta i cantanti francesi, compagni delle notti di gelo, della malinconia dell’anno che muore. E dimentico di aver sognato di perdermi in un Hotel des Voyageurs come quello della canzone, di abbandonare per un attimo il peso dei giorni di dicembre per rifugiarmi in un luogo in cui l’unico suono sia M.Machin che suona la sua Polonaise.

    Le vibrazioni imprecise dei primi caldi di maggio (qui ha fatto freddo fino all’altroieri, sembrava autunno) portano con sé nuovi ritmi. Quell’album dei Clash che volevo risentire, i Deep Purple di “Made in Japan”, i vecchi Modena City Ramblers che ci stanno sempre bene. Ma alla fine ascolto Helno. Helno si chiamava Noel e cantava in uno dei gruppi migliori a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta, Les Negresses Vertes. Mescolavano un’attitudine punk con una forte coloratura etnica e con un po’ di poesia. Manu Chao e i suoi l’avrebbero chiamata “patchanka”. Helno morì a gennaio, nel 1993, senza veder tornare l’estate. Una dose di troppo, come accade. Parigi lo divorò come aveva fatto con altri e come talora il mondo fa con i suoi emarginati. Quando penso a lui penso sempre a come finisce quella canzone di Bruno Lauzi

    Ora dicono, fosse un poeta
    e che sapesse parlare d’amore
    Cosa importa se in fondo uno muore
    e non può più parlare di te

    E metto su Mlah

  • Settembre ’90

    Un giorno tu mi dicesti: “Sai, la mia massima aspirazione sarebbe quella di essere immortale!”.

    Alcuni su questa terra ci hanno provato a loro modo, amo Picasso; e penso che anch’egli possa rientrare fra quei pochi grandi destinati a rimanere immortali, per ciò che fecero e dissero:

    “Il pittore subisce stati di pienezza e di restituzione. E’ questo il segreto dell’arte. Vado a passeggiare nella foresta di Fontainebleau, faccio indigestione di verde. Devo pur liberarmi da questa sensazione in un quadro. Il verde è il colore in esso dominante. Il pittore dipinge per un bisogno di liberarsi da sensazioni e visioni. Gli altri se ne impadroniscono per coprire un po’ della loro nudità, prendono ciò che possono e come possono.”

    Silvia

    Trovo queste righe nel primo pomeriggio pratese. Il cielo minaccia pioggia, come spesso accade in questo novembre toscano, ma ormai credo di avere fatto l’abitudine all’autunno. Ho superato quella fase adolescenziale dell’anno in cui non si accetta di essere passati dall’infanzia dell’estate all’età adulta invernale e mi crogiolo nel tepore di questi giorni di gelo in cui la mente, libera dalle eccessive speranze della bella stagione, riesce a guardare con incanto alla realtà e fermare quei brevi momenti di infinito che si celano nella foschia del mattino. Ora ritrovo la gioia sottile del fermarsi a guardare, rallentando il ciclo di questa vita che, come dice il poeta, passa accanto e con la mano ti saluta e fa bye bye. La gioia di ascoltare, dopo la logorrea edonistica estiva. La gioia di raccontare. Di cantare. Di scrivere.

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