• L’ultimo inverno

    Dell’ultimo inverno ricordo
    le gocce di sonno sugli occhi delle donne
    la voce dei vecchi attori nei teatri di provincia
    il silenzio dei poeti nelle torri d’avorio.
    All’ombra delle prime piogge
    Irene era diciassettenne
    mi scrutava nel segreto
    delle sere precoci di gennaio
    bionda passante sull’ultimo autobus
    – gli acrobati, allora
    stavano in equilibrio sul gelo della vita
    e l’estate era solo
    uno scherzo della memoria, un incidente del tempo
    sulla via dei nostri progetti di serietà.

    Scese alla fermata di fretta
    – nella luce fioca delle pozzanghere
    il suo cappotto grigio raccontava
    di un pomeriggio d’autunno con le gambe fradice in Costa San Giorgio
    ferma in attesa di un altro miracolo.

    Nel buio
    la notte polverosa di gennaio
    spazzava i bottoni del suo vestito nuovo
    e lei smarriva la sua innocenza
    sognando Bologna, dimenticando Firenze
    deludendo i pianoforti del quarto piano
    con le solite storie di poeti perduti
    nella brina dell’alba.

    Ci ascoltammo svanire.
    Lasciavamo le vite di ieri
    sotto i libri delle nostre rinunce
    e non avevamo rimpianti
    in quell’ultimo inverno.

  • Ti ho visto, Walt Whitman, senza figli, vecchio mangione solitario, a frugare fra le carni nel frigorifero e occhieggiare i garzoni del droghiere./Ti ho udito fare domande a ciascuno: Chi ha ucciso le cotolette di porco? Quanto costano le banane? Sei tu il mio Angelo?

    (A.Ginsberg, “Un supermarket in California”)

    A diciannove anni, la libertà aveva la barba e la voce frantumata che leggeva Howl in una registrazione degli anni Cinquanta. A diciannove anni, ascoltavo Ginsberg che raccontava il mondo, il suo mondo, a metà tra le visioni rimbaldiane mescolate con il sapore americano della mescalina e il duro realismo degli esclusi, dei reietti della grande potenza che vagavano per le strade di New York, che scappavano a Denver, che raggiungevano San Francisco all’inizio dell’autunno.

    Ginsberg è stato la mia adolescenza ed è forse per questo che nei miei autunnali vent’anni lo lasciai partire per Laredo senza grandi rimpianti. In quegli anni scrivevo incipit, storie che iniziavano e non arrivavano mai alla fine e lasciavano i loro personaggi – Rick Blaine, Meinhart e donne dai nomi francesi – perdersi nella foschia delle infinite sere d’estate in cui cercavo di recuperare un brandello delle mie estati diciassettenni, in cui ancora potevo mettere su i Doors e sentirmi libero. Quasi lo rivedo, quel ragazzo che scriveva incipit nelle notti di un agosto dimenticato ai confini del mare; il rumore della folla sulle strade – i discorsi consueti, dove andare, dove mangiare, e come sta suo figlio? – e il vuoto dentro, i racconti che non terminavano perché in fondo la sua vita era immobile e non si può raccontare l’immobilità dei giorni sempre uguali. Ti ripenso stasera, ragazzo di allora, ragazzo che scriveva incipit senza sapere di stare vivendo lui stesso l’incipit della propria vita, quel momento di stasi che precede lo sviluppo dell’azione in qualunque libro. Ti ripenso dalle pagine centrali del libro di questa fase di esistenza, penso al tuo disperato sforzo di sognare una vita diversa, al tuo desiderio di fuga. Ai tuoi libri di viaggio, meditati nelle sere d’inverno – Kapuscinski raccontava l’Africa, Mutis lo splendore dell’estate caraibica. Alle tue poesie d’amore.

    Ti ripenso stasera che incontro di nuovo Allen, nella luce fioca dell’ingenua purezza del nuovo anno, nelle casse Ornette Coleman che racconta di strade che si perdono in una visione allucinata della libertà. Apro Urlo e di nuovo sento gli anni bui svanire in lontananza e l’immagine del ragazzo che scriveva incipit sbiadire nel tramonto, sostituita da nuovi sogni di rivoluzione.

  • Con le scarpe affondate
    nel tepore di un altro Natale
    mi rivedo
    ragazzo che scriveva incipit
    e raccontava storie interrotte alle solitudini di passaggio
    nella sala d’attesa dei suoi ventidue anni.
    Gli uomini a cavallo erano partiti presto, allora
    e io ero rimasto là, ad attendere un treno di mezzanotte
    che era svanito lontano
    disperso tra le curve di sonno
    che velavano la notte spagnola.

    Nell’oscurità della mia vita immobile
    creavo volti di fumo che scomparivano all’alba
    – Meinhart, Rick, Jeanne, non saprò mai dirvi come finivano le vostre esistenze
    dove giungevano le strade che avevo creato per voi
    io, demiurgo ubriaco in cerca dell’ombra
    di un’adolescenza di vetro
    fuggita a Parigi con un mago gentile
    per non scordare mai l’odore del mare.
    Le donne di luce non si possono baciare
    e le vibrazioni dell’anima
    interferiscono con la trasmissione delle telemetrie
    – mi dissero mentre vegliavo la mia giovinezza morente
    al terzo piano di un ospedale di provincia
    terapia intensiva, stanza 221.

    Ammetto di aver sognato l’Africa
    sul ciglio di un’alba suburbana
    come il vecchio Arthur alla fine di tutto
    delle poesie delle storie delle canzoni.
    Ammetto di aver guardato lascivo
    le navi di Amburgo
    – portatemi via da questo silenzio infinito
    da questo eterno inizio di una vita in attesa!
    – Ma i marinai distratti mi rubarono i sogni
    e mi lasciarono in lacrime ai confini di Agosto.

    Nel pomeriggio d’inverno
    – dicembre congela gli amori serali
    della mia bionda compagna di un altro venerdì
    – le sue mani interrogano il mistero del mio corpo di uomo
    la mia bocca la insegue nel suo racconto di carne e sesso –
    ritrovo i frammenti degli anni perduti
    del ragazzo di vetro che sognò una vita
    di storie interrotte
    svanite all’alba nel profumo dei sogni
    e nello specchio noto di non riconoscere
    l’uomo di oggi nelle cicatrici di ieri.

  • I brandelli d’inverno mi riportano al passato. Metto su Charlie Parker e guardo le vecchie foto. Avevo quindici anni – cazzo, quindici anni – le promesse delle estati in cui non c’era niente da fare e ci si perdeva tra Dostoevskij e gli occhi di donne troppo spesso sognate, quindici anni ad attendere la notte per ricercare una bohème alcolica in Piazza S.Croce, quindici anni – non sapere niente del mondo e scrivere poesie. Avevo quindici anni, un volto di bambino e già un contrabbasso; nessun dolore dietro le spalle a parte le consuete delusioni amorose di cui ora non ricordo neanche il nome.

    Domenica pomeriggio a teatro parlavano di Dalì. Dicevano che l’immaginazione nasce dalla composizione dei ricordi e allora, in questa sera fiorentina in compagnia di un dizionario di inglese e delle domande da studiare per l’ennesimo esame, uso i ricordi per sognare l’uomo che sarò. Come da bambino, quando immaginavo il giorno in cui sarei arrivato a vedere il mio volto nello specchio del bagno – allora accessibile per me solo tramite un pratico sgabello – ricompongo gli uomini che sono stato per vedere l’uomo che sarò. L’aria della sera sospende il tempo, ora come allora, ed eccomi, come un Dio agostiniano emerso dall’ennesimo inverno, nel punto in cui il passato e il futuro si uniscono e tutto ha senso. Bevo il silenzio dei giorni che verranno, dei giorni che ancora mi voltano le spalle. E improvvisamente non ho paura, non ho nostalgia. Posso rimettermi in cammino.

  • A Chiara, per i suoi ventun anni

    Il venditore di vento aveva cinque anni
    gli occhi perduti in centinaia di storie raccontate alla tenerezza delle sue prime sere
    si addormentò sulla spiaggia delle sue poesie folli
    dedicate all’ultimo frammento delle notti d’infanzia
    quando ancora la realtà era un gioco
    da inventare ridendo nei pomeriggi d’ottobre.

    Sulla spiaggia dei suoi amori sconosciuti
    ascoltando il rumore di mari lontani
    dove un giorno i sognatori di navi gli avrebbero insegnato la vita
    il venditore di vento chiuse i suoi occhi di bambino
    e incontrò la donna che saresti stata
    musicista di vaudeville dagli occhi tristi
    nelle stanze fredde di un teatro di periferia
    o, in una sera d’autunno,
    violinista perduta sui palchi delle grandi città
    splendente del fascino antico del rock.

    Ti vide uscire dalle tenebre degli anni perduti
    passati a nascondere un dolore nei giorni d’inverno
    e brillare della gioia ingenua
    della tua giovinezza acerba
    delle tue labbra che mi chiedevano un senso
    che non sapevo dare.

    Sulle soglie del sonno
    il venditore di vento confuse la fantasia
    con una verità ancora incastrata nei brandelli dell’alba
    aprì le porte del sogno e ti trovò là
    pronta
    per iniziare il cammino.

  • Quindici anni

    Vieni
    beviamo questo inizio d’inverno che non ci appartiene
    che non ci è appartenuto mai
    – i sognatori d’estate muoiono nelle loro visioni oniriche d’agosto
    affogate dal the della sera e dalle voci di donna nelle notti di luglio –
    là abbiamo desiderato di annullarci in una luminescente storia narrata all’alba
    – il vecchio egiziano aveva occhi scuri e la voce di chi sa ancora cantare

    Beviamo questo vento gelato che spazza via le nostre illusioni, i nostri libri di Stendhal, le nostre fototessere strappate in un mattino genovese
    Beviamo i sogni infranti del nostro ultimo Apocalisse – A quanto pare il regno dei cieli non ci ha accolto neanche stavolta
    E nella pioggia di dicembre beviamo la nascita lenta dei volti che saremo, specchiandoci nelle pozzanghere come facevamo da bambini quando immaginavamo l’uomo che saremmo diventati.

    Immaginiamo.
    Una vecchia foto mi racconta quello che ho perso.
    Avevo quindici anni e nessun dolore da nascondere agli occhi giallastri dei lampioni
    Quindici anni – promesse di estati infinite e di donne di vento
    Quindici anni ad attendere una bohème alcolica che non arrivava mai.

    In questa sera di dicembre
    calda
    profumata di ricordi
    l’uomo nella stanza guarda il suo passato
    sorride
    dà la mano alla donna del lago
    ai suoi capelli di vento
    e ancora una volta
    si rimette in cammino.

  • I

    Penso che sia iniziata così. Per me, perlomeno. Rick Blaine vagava da molto tempo, inseguito da uomini ormai fiaccati da anni di ricerca vana. Penso che sia iniziata così, in un mattino di pioggia al terzo piano dell’Ospedale Saint-Honoré di Orano-sur-mer, in una stanza bianca di vite dimenticate, evaporate tra quei muri nell’indifferenza, nella silenziosa assuefazione alla morte che pervadeva quel luogo. Jérome era morto. Un volo di tre piani, verso le quattro del mattino. Un incidente, dicevano, probabilmente era ubriaco. I medici avevano provato a salvarlo, ma i danni provocati dalla caduta erano troppo gravi e alle sei e mezzo era andato in arresto cardiaco ed era morto. Un incidente, così avevano detto.

    Avevo conosciuto Jérome al primo anno di università. Studiava sconosciuti poeti finlandesi di cui pronunciava il nome con reverenza. A volte, me ne leggeva le poesie, delicati frammenti di un mondo freddo, ricolmi di una meraviglia che si cristallizzava come la brina nelle albe d’inverno cui gli autori da Jérome tanto amati dovevano essere certo abituati. Non parlava molto, Jérome. A volte, nelle sere d’estate, rimanevamo sul balcone della sua casa fino a tardi, ad ascoltare il silenzio che scendeva lentamente sulla città inquieta; i suoni svanivano piano, allora, quasi impercettibilmente e all’improvviso ti ritrovavi solo nella moltitudine silenziosa e dormiente, quando tutte le luci si erano spente e tu da tempo avevi smesso di fantasticare su quella donna che poteva vivere in quella casa al sesto piano di cui riuscivi a intravedere, nella penombra, solo una scala e un portaombrelli dalla forma curiosa.

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  • Preludio, voci

    Gabriel: Ci sono molte cose che ricordo di quegli anni. Perlopiù impressioni: il vento nelle sere d’estate, i risvegli nelle mattine d’autunno con Rick che si preparava a coricarsi dopo aver vegliato tutta la notte. E storie, storie raccontate in un pomeriggio in riva al mare, raccolte in una primavera come tante passata a rincorrere il sole oppure trovate sulla nostra via, entrate nelle nostre vite senza che ci accorgessimo che poi, a distanza di molto tempo, ci saremmo trovati ancora a narrarle. Ci sono molte cose che ricordo di quegli anni. Justine, nella sua età in fiore, che mi raccontava la vita di Kavafis in un cinema di periferia, mentre guardavamo per la dodicesima volta Casablanca. Quel viaggio ad Alessandria, sulle orme del Poeta, poco prima di allontanarmi da lei, sbattuto altrove dal vento dell’Ovest che rende folli. Frammenti. Li riorganizzo solo ora, poco prima di vederla di nuovo, per la prima volta dopo tre anni. Forse non sarei dovuto andare. Preservare una memoria incorrotta di ciò che è stato, circonfusa dall’indistinta malinconia dei sogni. Ma dovevo salutare un compagno di viaggio e mi sono messo in cammino, un cammino verso i miei diciott’anni, verso un’età che ho perduto in un mattino di settembre su un aereo in volo per l’Europa. (altro…)

  • Settembre 2015

    Come dice il poeta, sous la pluit fine l’automne est là. E con l’autunno tornano a spegnersi i sogni gloriosi dell’estate, a infrangersi di fronte alla scoperta dolorosa della loro vanità. C’è stato un tempo in cui ci dicevano che l’estate sarebbe durata in eterno, anno dopo anno, ci spingevano a immaginare il futuro come una lunga strada che ci avrebbe permesso di realizzarci al meglio, come nessuna generazione aveva fatto prima. Poi venne l’autunno con la rivelazione che Fukuyama era fondamentalmente un coglione e che la storia non prevede happy ending come una commedia romantica hollywoodiana. Avevamo creduto di andare su una strada dritta verso l’infinito, come Peter Fonda in Easy Rider sulle sconfinate praterie americane, e invece era soltanto il breve rettilineo di un sentiero di montagna.

    Forse ci avevano fregato oppure forse ci avevano creduto sinceramente. Non lo so. Ma le piogge d’autunno spazzarono via le immagini gloriose e ci lasciarono i nostri sogni di banlieue da inventare per scacciare via la tristezza. Di tutto quello che ci avevano promesso, rimase il desiderio di una vita tranquilla. Di una vita normale.

    Oggi è ancora autunno e camminando sotto la prima pioggia con una lieve incazzatura legata al fatto che ho lasciato l’ombrello a casa (sono un inguaribile ottimista), mi viene in mente quel personaggio di Gozzano che

    Sognò per anni l’Amore che non venne,
    sognò pel suo martirio attrici e principesse,
    ed oggi ha per amante la cuoca diciottenne.

    Anche a lui erano rimasti solo i sogni di banlieue per affrontare quella realtà inquieta che sarebbe andata a schiantarsi nella carneficina della guerra.

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  • Novembre 2015

    La tomba di Gardel si trova nel Cementerio de la Chacarita, a Buenos Aires, che per molti versi è un po’ il Père Lachaise del tango. Qui sono sepolti, tra gli altri, Enrique Discépolo, tra i più grandi autori di tanghi, “El Polaco” Roberto Goyeneche e il bandoneonista Anibal Troilo, nella cui orchestra suonò anche Piazzolla agli inizi della sua carriera. Ci è anche sepolto colui che, con i suoi scritti, mi ha fatto scoprire il tango, Osvaldo Soriano.

    Nel cimitero, c’è una statua di Gardel. Gli argentini vanno ad accendere la sigaretta alla statua, dicono che porti fortuna. Forse è così, quando riuscirò ad andare a Buenos Aires verificherò di persona.

    Di certo c’è che in questo inizio di inverno, quando l’anticiclone che ci aveva protetto dal gelo inizia a fuggire verso est (o verso ovest? Non ho mai capito molto di metereologia), ancora vado a cercare su YouTube “Volver”. Mi fa sorridere ricordare come l’ho conosciuta, sentita per caso in un film di Almodovar che andai a vedere in uno di quei cinema estivi che per tre euro ridanno tutto quello che è uscito l’inverno precedente. Eppure, benché l’abbia conosciuta per caso, questa canzone per molti versi rappresenta un desiderio che ho avuto spesso, quello di tornare.

    Tornare dove? In un luogo della memoria, in un luogo dove, come quella poesia di Baudelaire tutto è ordine, calma, voluttà. Ai miei sedici anni, forse, quando sapevo poco e quel poco mi bastava, o forse ai miei diciotto, a quella voglia di vivere, di conoscere, di andare avanti. Di crescere.

    Eppure, oggi, riascoltandola, mi rendo conto che non voglio tornare. Non ho nostalgia del passato, nonostante l’inverno alle porte e la pioggia che ieri mi ha inzuppato fino alle ossa ritornando dal centro (se a questo giro evito la broncopolmonite vuol dire che il mio sistema immunitario si è dopato, non c’è altra spiegazione). Voglio andare avanti, ora, e ritrovare con la voglia di vivere la mia giovinezza, che credevo di aver perduto.

    E quindi ascolto questa canzone con un sorriso, con il sorriso del marinaio che lascia la terra per riabbracciare, finalmente, l’oceano.