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Penso che sia iniziata così. Per me, perlomeno. Rick Blaine vagava da molto tempo, inseguito da uomini ormai fiaccati da anni di ricerca vana. Penso che sia iniziata così, in un mattino di pioggia al terzo piano dell’Ospedale Saint-Honoré di Orano-sur-mer, in una stanza bianca di vite dimenticate, evaporate tra quei muri nell’indifferenza, nella silenziosa assuefazione alla morte che pervadeva quel luogo. Jérome era morto. Un volo di tre piani, verso le quattro del mattino. Un incidente, dicevano, probabilmente era ubriaco. I medici avevano provato a salvarlo, ma i danni provocati dalla caduta erano troppo gravi e alle sei e mezzo era andato in arresto cardiaco ed era morto. Un incidente, così avevano detto.
Avevo conosciuto Jérome al primo anno di università. Studiava sconosciuti poeti finlandesi di cui pronunciava il nome con reverenza. A volte, me ne leggeva le poesie, delicati frammenti di un mondo freddo, ricolmi di una meraviglia che si cristallizzava come la brina nelle albe d’inverno cui gli autori da Jérome tanto amati dovevano essere certo abituati. Non parlava molto, Jérome. A volte, nelle sere d’estate, rimanevamo sul balcone della sua casa fino a tardi, ad ascoltare il silenzio che scendeva lentamente sulla città inquieta; i suoni svanivano piano, allora, quasi impercettibilmente e all’improvviso ti ritrovavi solo nella moltitudine silenziosa e dormiente, quando tutte le luci si erano spente e tu da tempo avevi smesso di fantasticare su quella donna che poteva vivere in quella casa al sesto piano di cui riuscivi a intravedere, nella penombra, solo una scala e un portaombrelli dalla forma curiosa.