Helena.
Nel buio delle prime notti di novembre
alla stazione d’Atene
perse il rapido per il Nord
e rimase là, immobile
a fissare rari viaggiatori
scendere dai treni di passaggio
caldi di voci straniere e di occhi persi nel silenzio
e imboccare la strada che conduceva
al gelido mare della città d’inverno
alle luci oscillanti di case
dove talora si intravedeva un volto,
una scala, un frammento di un’esistenza
che schizzava via, chiusa nel suo guscio
di tepore languido e di televisori accesi
su suoni senza sorriso.
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Le ultime notizie mi danno ai confini del mondo
deluso, sconfitto, stanco.
Sono tentato di credere
– è un tiepido pomeriggio di luglio
il frinire delle cicale, la malinconia,
la delusione per i troppi anni perduti
a inseguire trame di libri prive di senso –
che sia vero.Giaccio immobile in questo recesso del giorno
in una lontananza indistinta
lontana da Dio lontana dall’uomo
lontana dalle sere colme di promesse
dalle città sognate e mai viste
dagli elenchi di nomi su vecchi
atlanti impolverati
Budapest Praga Recife Buenos Aires
e avanti e avanti
fino alla fine del mondo fino alla fine del tempoE alla fine mi risveglio dopo molti anni
stanco.
Dove siete andati tutti?
La sera che scende non ha risposte.
Dove siete andati tutti?
Gabriél , Marcel, Virginia, Constantin
voi che tentaste di rinchiudere il mondo
in una lucente perla di puro splendore
Dove siete andati?
Nella sera che scende, una macchina annuncia il circo. -
Il figlio della Luna si allontanò nella notte
sull’ultima corriera perse la via di casa
e nello splendore vano dei suoi vent’anni
disparve nella brumosa oscurità di ottobre
lasciando indietro romanzi troppe volte iniziati
e lo sguardo deluso dei suoi mattini di pioggia.Nel vagone, nel chiarore di lampadine sbiadite
le voci fioche andavano e venivano
per rifrangersi infine contro i vetri appannati.
Si sedette in fondo, vicino al vecchio spagnolo
dal cappello verde e dal cuore malato
lo sguardo perso in luci distratte
che svanivano lontano nella quiete d’autunno.Là – pensava – bambini di sabbia scrutavano il cielo
per rubare la notte a un’infanzia fugace
là uomini tristi attendevano al tramonto
le amanti antiche venute da Cadice
per raccontare ancora ai loro occhi di mare
un’ingenuità di vetro e una scheggia d’estate.Oltre coltri di sonno, due giovani amanti
si assopivano piano leggendo poesie
e la loro eternità era un giorno di maggio
trascorso in silenzio ad attendere l’alba. -
Ho sempre avuto una mia predilezione particolare per le sere d’estate. Quelle sere in cui, come una volta, quando le preoccupazioni della vita apparivano solo come il frastuono lontano della città insonne, la stanchezza porta con sé la sincerità che credevamo perduta nei pomeriggi dei nostri sedici anni.
Amalia, nei fine settimana, è bella. Tolto il camice bianco e il volto sbattuto delle mattine d’ottobre ha quasi una sua grazia melanconica, da cantante di fado dimenticata in un angolo del mondo lontano da casa senza un marinaio da attendere sulle rive del mare, a sera. Ricordo i suoi occhi azzurri di un tempo, le sue mani non ancora screpolate dai detergenti della sala operatoria. Forse l’avevamo amata, allora, quando avevamo meno anni e più incoscienza; quando i suoi silenzi sembravano celare un universo misterioso che solo pochi eletti avrebbero potuto scalfire. Di certo, adesso siamo meno disposti a scusare le sue stravaganze, a fantasticare sulle sue stranezze; l’esperienza ci dice che non può nascerne niente di buono e l’esperienza tendenzialmente ha ragione.
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Verrai
l’ultima sigaretta lasciata a spegnersi sull’asfalto
in un giorno di pioggia di cui non ricorderò il nomeVerrai
tra le parole di ieri, le promesse
che ci scambiammo un giorno sulla via di Santiago
bruciando le vesti della vita passataVerrai
e ti racconterò ancora la mia storia, il mio dolore
e ci guarderemo con la mia, con la tua tristezza
e rimarremo là a specchiarci nell’albaVerrai
quando non avremo più niente da dirci
e potremo rimanere infine in silenzio
a guardare il mare. -
Iniziai a leggere Modiano poco prima che vincesse il Nobel, complice la visione del film “Bon voyage” cui aveva collaborato. Amo le sue storie nostalgiche, in cui i personaggi si scontrano casualmente uscendo dalla nebbia di un pomeriggio del rigido inverno parigino di inizio anni Cinquanta per poi scomparire nuovamente e rimanere soltanto un miraggio nella memoria a cui appigliarsi nei giorni di tristezza. Mi piace la sua idea, forse un po’ proustiana, di ricostruire frammenti di giovinezza a partire da un volto, dal nome di una persona conosciuta nello spazio di pochi giorni e poi persa nel magma indistinto della folla di una grande città.
“L’orizzonte”, che mi sta accompagnando nella calura d’agosto insieme ai “Marinai perduti” di Izzo, riprende ancora una volta la tematica e tratteggia come al solito anche il ritratto di una Parigi ideale, che nella mia mente prende le fattezze della Le Havre rarefatta del “Quai des brumes” di Carné. Una città invisibile, più vicina ai luoghi fantastici raccontati da Marco Polo a Kublai Khan nel libro di Calvino che alla Parigi reale, in cui purtroppo da molti anni non torno.
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Ci siamo persi nelle pagine di un libro
dopo esserci toccati, nella foschia
di sere lontane in cui credemmo di poterci isolare dal mondo
raggiungere l’infinito
l’immortalità.Mi scrivesti, allora, parole d’amore
sui cento libri che leggevamo insieme
come per lasciare traccia
dello scorrere silenzioso dei sentimenti
fermare il fluire del tempo
a un giorno, a un momento
che potesse riportarci sempre
alle estati della nostra giovinezza.Ma le pagine ingialliscono
e finiscono ad invecchiare nei pomeriggi brumosi
su bancarelle dove sconosciuti leggeranno le nostre parole
per sfuggire alla noia dell’ennesimo sabato di novembre.Ci siamo persi nella foschia.
Ora solo le nostre dediche raccontano
frammenti dei nostri sogni di eternità
sotto un’altra pioggia. -
A F., ringraziandola per le sere d’ottobre
La donna che scrive non parla d’amore
– la sua voce, persa tra le passanti distratte
nel pomeriggio dell’ennesimo ottobre
di questa mia strana adolescenza,
racconta dolori e terre lontane
oltre la foresta, al di là del mare.La donna che scrive narra piano
il suo mondo di fiori appassiti
sulla terrazza della casa di suo padre
tanto tempo fa, a Cordoba.Non riesco mai a rispondere alla donna che scrive
alla sua malinconia di bambina delusa che non conosco
che non conoscerò mai
ai suoi occhi nascosti
nelle pieghe di una foto ingiallita
volata via nella nebbia di un autunno senese. -
Dedicata alle notti di Montepulciano, luglio 2016
Se mai tornerò al porto di Santos
in una sera di fine settembre, come questa
mentre le piogge d’autunno bussano alla porta e le vele della nave piangono la morte dell’estate
o in un mattino di gennaio colmo di silenzio
di storie, di canzoni
e di donne intraviste appena dietro la nebbia dell’inverno
vorrei ritrovarti là
con i tuoi occhi scuri che incontrarono i miei in un pomeriggio di luglio– sapevi già le risposte alle tue domande di bambina
su quella salita che conduceva al molo –Abbiamo ballato insieme nella notte
tu, il tuo corpo esile, i tuoi seni piccoli
contro il mio petto.Non tornerò mai al porto di Santos
ai suoi marinai ubriachi nei caffè
alle sue prostitute che cantavano fado
nei pomeriggi d’inverno.Eppure, nelle notti di stelle lontane
con nuovi dolori da cullare
al suono di città sconosciute
di nuovo ricorderò il tuo volto
così bello nella sera di SantosE ancora
forse
sarò felice. -
Andiamo.
Le figlie della neve raccolgono
le stelle del mattino
laggiù, dove il velo di sonno dei tuoi occhi scuri
non può ancora giungere.Andiamo.
I frammenti di silenzio
cadono dalle tue labbra
e si cristallizzano nell’alba nebbiosa.E’ quasi un anno che siamo partiti
che abbiamo smesso di sfiorire
dietro le saracinesche abbassate
delle nostre prigioni metropolitane.E’ quasi un anno e ancora
non riesco a decifrare la direzione
nel tuo canto, alla sera.
Dove stiamo andando, mia vita, mio amore?