• Estate

    Asfalto nero fumante
    sotto le volte dell’estate
    protese al cielo
    guglie di vapor d’acqua
    nel mattino intrecciato di suoni
    di canti di solitudine.

    Raccontano
    che lontano antichi indiani custodiscano
    le storie dell’origine del mondo
    Come non crederci in quest’alba fragile
    profumata di terra
    in cui tutto sembra pronto per la partenza
    per andare lontano verso il luogo ove
    ogni cosa si discopre silenziosa e nuda
    priva di segreti se non la sua verità
    E allora avanziamo sotto il cielo
    ingenui sognatori di onde
    di mari lontani.

    Il bambino sulla soglia
    ha un fucile di vetro
    tre colpi in canna e una scheggia nel cuore
    Conosce la verità e i racconti del mare
    mi spara due proiettili di aria e parole.

  • Sere d’estate

    Sere d’estate.

    Il fisarmonicista suona la sua nostalgia
    di occhi azzurri di nomi lontani
    perduti vicino a Varna alle porte del mare
    dimenticati a Cadice da un destino distratto.
    La strada buia riflette note, brandelli di canzoni
    “Se tu m’amassi – dice – se tu m’amassi”

    Il suono dei miei pensieri sulla ghiaia
    il rumore del vento tra le palpebre della notte –
    Svaporo nelle tenebre
    nella calma cristallizzata di una morte dolce
    di un paradiso immobile, desiderato

    Vorrei perdermi in questa sera
    nel suo fruscio di eternità
    nelle sue voci così simili
    alle voci di mille altre sere
    di mille altre vite che ho dimenticato
    e gettato via
    in un mattino di settembre.

  • Jeanne

    Jeanne – occhi verdi – volto
    di un venerdì notte al terzo piano
    ad attendere l’alba ascoltando jazz
    e poi svanita nel chiarore del mattino
    Ti ho immaginata donna,
    nel 1950, ad ascoltare Django Reinhardt
    in una notte come tante, su a Parigi
    Ti ho inventato un dolore
    un padre morto in guerra
    nel millenovecentotrentasette
    fucilato dalle truppe franchiste
    sulla strada d’Andalusia
    Ti ho sognato un amore
    pianista nei caffè di Marsiglia
    contrabbandiere di sogni
    che ti narrava alla sera
    delle luci di navi lontane,
    accese e spente al ritmo delle onde.

    E una sera giù al porto
    sotto fioche luci di mare
    socchiuse nel vento
    ho sognato di rivederti
    silenziosa nella foschia
    per raccontarti la tua storia
    e conoscere la mia.

  • Riconducimi là

    E in un mattino di novembre
    trovai la foschia sulle rive del mare
    ad attendermi in silenzio
    con brandelli di navi in partenza in arrivo
    oltre la nebbia dei giorni
    oltre la pioggia sottile
    che odorava di solitudine
    che profumava di nostalgia
    e di ricordi.

    Una ringhiera protesa sulla strada
    un brulicare di voci alla sera
    e storie della fine del mondo
    narrate da anziani ricolmi di vita
    e il principio di tutto
    era chiuso nel segreto di un bambino chino su un libro.
    Frammenti di infanzia
    echi di adolescenza
    persi in un giorno sul finire di agosto
    di tanti anni fa.

    Riconducimi là, vecchia nave balorda
    che lanci il tuo grido oltre il velo dell’alba
    Riconducimi là, via da questa infinita giornata di pioggia
    che inumidisce gli anni e i giorni
    che mi inzuppa l’anima stanca.
    Riconducimi là.

  • Finale di partita

    Quando andarono a prenderlo, all’alba
    – un lieve vento spostava le tende celesti avanti e indietro
    come a svelargli e a nascondergli l’ultimo sole –
    lo trovarono felice.
    Per troppo tempo era fuggito,
    nascondendosi in luoghi dall’odore del mare
    e dal nome straniero
    ed era invecchiato
    era divenuto stanco.
    Era appassito nelle sue notti insonni
    nella sua storia troppe volte inventata
    e chi lo cercava era divenuto grigio, folle
    e su navi di carta dirette all’abisso
    aveva bruciato i suoi giorni d’estate.

    Poi, in una notte d’ottobre
    sotto venti freddi venuti da Nord
    per recare voci di guerre lontane
    in un chiarore giallastro avvolto dal gelo
    incontrò la sua tristezza – voce di donna
    i suoi occhi azzurri persi nel vuoto
    di un caffè di periferia
    dove marinai sonnolenti parlavano della neve
    solo della neve
    e si alzavano di fretta
    quando era venuta l’ora di andare
    ombre irrequiete nella nebbia di un tempo
    cristallizzato per sempre in una sera d’inverno come tante.

    “Andiamo via” disse la sua tristezza – volto di ragazza
    capelli scuri sul vestito sbiadito
    dai troppi risvegli nei mattini d’autunno
    nelle stanze gelate di un albergo a ore.
    E lui la seguì nella pioggia di settembre
    nella foschia di novembre ne carezzò la bellezza
    frettolosa nell’alba che lentamente nasceva
    e in un mattino di marzo, sul morire dell’inverno
    si trovò di nuovo all’inizio del viaggio
    là dove un mare triste attendeva ancora il suo ritorno.
    E mentre le onde si inseguivano nella loro eternità monotona
    viaggiatori inconsapevoli del loro salpare e del loro vagare
    lui guardò il cielo e le raccontò la sua storia
    i suoi sogni svaniti
    nella partenza di un treno alla stazione di Lisbona
    o su una nave cargo al porto di Amsterdam
    e improvvisamente dopo molti anni
    si sentì felice.

  • Mio amore, mio amore
    in questa sera di fine estate
    ho cercato i tuoi occhi all’orizzonte, giù al porto
    interrogare il mare che si infrange sulla riva
    che assalta l’orizzone
    per sapere la mia sorte
    di viandante perduto sulle strade d’Europa.

    Mio amore, mio amore
    qui nessuno conosce la via per Spalato
    l’ho chiesta in mattini freddi su spiagge bianche di sale
    l’ho inseguita in mille volti di donna
    in cui ho cercato i tuoi occhi
    – i tuoi occhi verdi di tramonti
    verdi di venti che ti carezzavano il volto
    quando sognavamo di partire
    i tuoi occhi cui scrivo lettere tristi
    che non arrivano mai –
    l’ho chiamata nei canti dei profughi
    venuti da Est, che andavano a Nord
    ma nessuno me l’ha saputa indicare.

    Mio amore, mio amore
    verrà una sera in cui giungerò alla riva
    calda di onde quiete sospinte dalla luna
    e prenderò la via del mare con un anziano marinaio
    con una donna di cristallo
    in fuga da un silenzio abbandonato a Parigi.

    Mio amore, mio amore
    ci saluteremo ancora in un bar di Dubrovnik
    ti darò le mie lettere, ti bacerò le labbra
    e ti consegnerò il mio amore alla deriva.

  • E infine vennero le piogge di settembre
    in un giorno di noia le trovai
    ad attendermi pigre sulla porta di casa
    mi avvolsero docili l’anima stanca
    e io mi immersi nel loro scrosciare grigio
    sui residui dell’estate
    sulla malinconia delle strade
    sul chiarore triste di luci lontane.

    Alla fine del viaggio
    trovai volti usati
    ad attendermi quieti sul limitare della sera
    e una stanza calda di sogni
    per dimenticare l’inverno.

    Alla fine del viaggio
    avevo storie di mari notturni
    di donne straniere
    e un sorriso leggero nell’autunno incombente.

    Alla fine del viaggio,
    in un giorno di settembre inzuppato di tristezza
    presi per mano la mia giovinezza
    ritrovata per caso per le strade di Istanbul.
    Lasciai le vite di ieri svanire in silenzio
    e in un bar di periferia
    ascoltai la pioggia.

  • A mio padre, ringraziandolo per i sogni e per le utopie

    Di nuovo, in un giorno d’estate
    mi sveglierò piano ascoltando la tua voce
    lasceremo in silenzio i mattini grigi
    di nubi dall’anima stanca
    di sogni delusi da un pomeriggio piovoso
    e oltre i cancelli di un autunno infinito
    giungeremo in silenzio alle soglie del mare.

    Alle porte del mare c’è un bambino di vetro
    e un guardiano inquieto, creatore di sogni
    racconta storie di luoghi lontani
    di illusioni perdute sulla strada di casa
    il bambino lo ascolta e nelle sere di luglio
    siede sulla riva e attende di partire.

    Gli hanno detto
    che questa notte d’inverno non finirà mai
    che non vedrà mai le terre di cui parla suo padre
    e che il vento cancellerà il suo sorriso inquieto
    lasciando solo indifferenza
    lasciando solo dolore
    Ma il bambino alza le spalle
    prende per mano il guardiano
    e ascolta le sue storie, sera dopo sera
    e sa che un giorno verrà la nave bianca
    per riportare la luce, per condurli lontano
    e il suo inquieto sperare non sarà vano.

  • Chiara

    Alla kleine Schwester, sempre e comunque. Questa è la nostra storia, vecchia mia, o almeno così mi è piaciuto immaginarla.

    E mi hai preso per mano
    in un venerdì piovoso, alla stazione degli autobus
    tra le anime in transito
    oltre il velo delle strade
    ammantate della malinconia lenta dell’inverno
    con la tua valigia ricolma di vento
    con i tuoi occhi ricolmi
    del chiarore lontano di un giorno d’estate
    in cui avevamo atteso l’alba bevendo thé.

    Ti rividi già donna, in una sera di primavera
    – l’uomo con il violino venuto da est
    ti aveva insegnato a cantare, allora
    e in un locale di periferia
    modulavi la tua voce di perla
    per i marinai stanchi del rumore dei flutti
    narrando la storia del tuo amore lontano
    partito all’alba lungo la strada del Nord.

    Ti regalai, allora
    il mio manto di sogni, un frammento di verità
    e un biglietto di sola andata per il treno che conduce al mare
    E ci incamminammo insieme sulla strada di casa
    io con la mia tristezza
    tu con il tuo sguardo di bambina
    nelle foto ingiallite di un tempo
    mia compagna, mia amica
    e mi prendesti per mano.

  • Accendi la tua candela, capitano
    si sta facendo notte e ancora
    il lieve rumore delle strade mi spaventa
    irrompendo nel silenzio dei miei sogni fragili
    tremanti sulle soglie dell’oscurità.

    Resta con me, capitano
    la mia nave salperà domani
    e saremo un po’ più soli
    con le nostre solitudini.

    Ti ricordi, capitano, quel pomeriggio d’aprile
    in cui mi insegnasti che ogni onda ha un suono,
    ogni marinaio una storia da raccontare
    e ogni donna un uomo da attendere
    a sera, ai confini del mare?
    Il sogno che disegnammo sulla sabbia
    – tu guidasti la mia mano allora –
    è nascosto dietro il bianco del muro
    nella luce fioca della mia anima stanca
    alla vigilia della partenza.

    Resta con me, capitano, in questa notte
    raccontami del mattino in cui mi vedrai tornare
    come quando da bambino
    mi cantavi le storie delle stelle
    quando il buio mi faceva paura.

    Non ho più paura della notte, capitano
    non ho più paura dell’uomo di vetro
    che in un mattino di cristallo incontrò
    il bambino che ero.
    Ma prima di raccogliere i frammenti
    del mio sogno-vita nel mare splendente
    lasciami rintanare per un’ultima volta
    nel tuo grembo che mi conobbe bambino
    in un mattino di marzo.
    E canta ancora per me, te ne prego
    mio capitano.

    Dedicata a mia madre, in un giorno come tanti, nel 2014. Sul manoscritto avevo aggiunto questa citazione della “Ballata sull’amore e sulla morte del cavaliere Cristoforo Rilke” di Rainer Maria Rilke:

    Dice il piccolo marchese: 
    «Siete voi giovine molto, signore?» 
    E il sire di Langenau, un po’ triste, un po’ fiero: 
    «Diciott’anni». Poi, tacciono. 
    Più tardi ancora domanda il Francese: 
    «Avete in patria una sposa promessa?» 
    «Che ha biondi, così come i vostri, i capelli». 
    «E voi?» ribatte il sire di Langenau. 
    E taccion di nuovo. Fin che quegli prorompe: 
    «Perché mai siete allora lì in sella, e cavalcate per terre pestifere incontro ai cani infedeli?» 
    Il marchese sorride: « Per ritornare…»