• La prima volta che ho pensato alla morte dovevo avere undici, dodici anni. Era l’età in cui ci si rende conto che l’infanzia sta finendo e che l’adolescenza alle porte porterà all’età adulta, quindi alla vecchiaia, infine alla fine di tutto. La consapevolezza, allora, mi diede angoscia, un’angoscia che punteggiò tutta un’estate. Tempo dopo ne parlai a mio padre e lui mi chiese perché non glielo avessi detto prima, affrontare il tema insieme avrebbe potuto essere un modo per concentrarsi su di noi in un periodo in cui molte erano le sollecitazioni esterne che portavano l’attenzione altrove.

    Più tardi, l’interrogazione sul senso della fine si nutrì di una pagina di Tolstoj, la morte del fratello di Levin in Anna Karenina, quando Kitty sembra sapere naturalmente quale significato abbia il termine della vita e dove conduca e Levin, che si è a lungo interrogato a riguardo, ignora completamente tutto ciò.

    Ho pensato, nel tempo, alla morte come a ciò che allontana, come a ciò che ci rende sempre più soli svelando la fragilità di ogni vicinanza. Ho pensato alla morte come ciò che fissa, fantasticando su di essa dopo serate perfette in cui tutto era andato nel migliore dei modi e quindi poteva anche andare bene così. Ho pensato alla morte come immobilità, come il ripetersi della stessa notte sotto il cielo di un’estate infinita. E ho pensato, certo, alla morte come sollievo, alla fine come alla sospensione di un ripetersi dei giorni divenuto troppo duro da sostenere, quando le parole di Sofocle sulla vita come sommo male per l’uomo iniziavano a incarnarsi in una quotidianità dolente.

    Al liceo mi dissero che non moriamo una sola volta. Che moriamo ogni volta che diventiamo qualcosa di diverso, ogni volta che la nostra identità prende una svolta improvvisa. In fondo, ogni giorno ci confronta con una fine, con una perdita e affrontiamo il lutto per le persone che eravamo costruendo gli uomini che saremo.

    Parthenope, in fondo, parla della morte, penso uscendo dal cinema – è stata una di quelle giornate d’autunno in cui lo sfiorire dell’anno dà a Firenze un tepore raro, quasi intimo, e ho girovagato per il centro con mio padre, acquistato qualche libro, scoperto la chiesa di Orsanmichele, la vecchia loggia del grano, rimanendo ad ammirare le sue volte affrescate, il tabernacolo dell’Orcagna, le vetrate rese scure dal tempo. Parthenope parla della morte come perdita e delle perdite che attraversano la vita – la fine delle innocenti frivolezze adolescenziali, degli anni in cui il mondo sembra un gioco e l’esistenza priva del peso dello scorrere dei giorni, la fine dell’irrequieto eterno presente della giovinezza e l’inizio del tempo della nostalgia e del rimpianto. Racconta di una seduzione e di una bellezza che divengono un modo per sopravvivere alla fine, a un’estate in cui tutto è stato intero e tutto poi, improvvisamente, si è distrutto. Parthenope parla di un dolore centrale – quello della protagonista, il cui fratello si è tolto la vita gettando anche i genitori in una immobilità crepuscolare – che trasforma anche il sesso, agito o desiderato, da strumento per affermare la propria giovanile fantasia di onnipotenza nell’estrema modalità per sentirsi meno soli o per ricostruire vicinanze. Parthenope, la donna intorno a cui ruota la trama, forse ricorda la Violetta della Traviata, il cui canto frivolo e ornato delle prime scene si trasforma nella solidità solenne di Amami, Alfredo dopo aver attraversato l’immersione nell’amore e il dolore della rinuncia.

    E dunque questa notte penso alla morte, alle mie morti, a chi ho conosciuto, a chi sono stato e dal flusso di pensieri che conduce verso il sonno emergono i versi del Pianto della scavatrice di Pasolini, letti nei giorni dell’adolescenza, quando avevo vissuto molto meno e quasi non li potevo, dunque, comprendere: Solo l’amare, solo il conoscere/conta, non l’aver amato,non l’aver conosciuto. Dà angoscia/il vivere di un consumato/amore. E mentre ci rifletto un sogno inquieto fatto di direttori d’orchestra alcolizzati e prove per un concerto di Capodanno inghiotte ogni riflessione, consegnando il giorno al ricordo e determinandone, inesorabile, la morte.

  • Ciò che di bello ha la vita, penso
    è la malinconia
    non la felicità, non l’aderire alla bellezza dei giorni e del tempo
    ma l’osservare immobili lo svanire di ciò che è stato
    nella pioggia che bagna un altro ottobre
    la scomparsa dei sogni prima che ne nascano di nuovi
    e la grandezza di ieri è già finita.
    Avremo tempo per la rinascita tardiva dell’autunno, penso
    ora depositiamo i nostri entusiasmi come i sassi sul greto del fiume
    ci siamo sentiti gli eroi di un romanzo solo immaginato
    e il tramonto ci ha sorpresi mentre eravamo ancora in volo
    facendoci perdere la rotta verso il sole.

    La fine dell’estate portò il lutto dei sogni
    – in fondo al labirinto, il Minotauro dormiva
    e con ali di cera ne sorvolammo i pensieri
    fino a giungere al mare caldo di ottobre
    e alle stelle tremolanti nascoste tra le onde.
    In fondo al labirinto il Minotauro sognava
    una sera a Livorno, di fronte al teatro
    una poesia e un libro che parlava di nostalgia
    attendendo che le porte si aprissero
    sull’immobilità perfetta di un giorno senza nome.

    Allora
    gli anni gli parvero pochi e la stanchezza
    un ricordo felice dei giorni di scuola
    quando di intero c’erano ancora
    le illusioni delle strade ancora da prendere
    prima di perdersi nell’intrico di Cnosso
    nei desideri confusi del padre Minosse
    quando il filo di Arianna si intrecciò sempre più
    svolta dopo svolta tra le mura nere
    e la giovinezza era ormai finita
    e la tela troppo tessuta per essere svolta.
    È un palazzo per te, disse il padre Minosse
    dove seguire la strada per ogni progetto
    e per diventare grandi basta guardare le frecce
    destra, sinistra, di nuovo destra
    ma non disse mai che era facile perdersi
    e che la via percorsa non torna mai indietro.

    Socchiudendo gli occhi, il Minotauro ci salutò
    forse invidioso del nostro viaggio nella notte
    verso il mare scuro, verso un altro sole
    verso l’essere altrove dall’ombra del dedalo
    dei grandi progetti che ci avevano illuso
    dei grandi sogni che ci avevano rinchiuso.
    Non so se fu il sole a scioglierci le ali
    o il passare del tempo che spegne ogni volo
    di nuovo tornammo tra le mura di ieri
    e solo la nostalgia rimase a raccontare
    che oltre il buio delle notti autunnali
    delle bottiglie di ouzo al tepore di una stufa
    avevamo visto il mare, immaginato una nave
    e altri volti ad attenderci in un porto straniero.

    Avremo tempo per la rinascita tardiva dell’autunno
    su questa isola in mezzo al niente
    piena delle rovine dei sogni infranti
    piena dei castelli con cui credevamo
    di vedere un giorno il volto di Dio
    e ora ci intrappolano nell’odore di muffa
    a contare i giorni da una liberazione impossibile.
    Ciò che di bello ha la vita
    è la malinconia
    è il silenzioso sbiadire dei colori d’infanzia
    mentre agli anni delle sconfitte succedono le sconfitte
    mentre impariamo lingue per viaggi immaginari
    mentre compriamo biglietti per aerei mai presi.
    Nel labirinto, il Minotauro racconta storie
    domani arriverà un’altra nave
    forse, infine
    potremo prenderla
    forse, infine
    potremo fuggire.

  • Comunioni di atomi

    Firenze, ottobre 2024

    Dalla mostra di Helen Frankenthaler a Palazzo Strozzi

    L’autunno viene con la voce di Gianmaria Testa, con il solito disco di Manu Chao, con la campagna che lentamente cambia colore e si riempie di foglie. L’autunno viene con la malinconia, la rassegnazione per la fine di molti progetti estivi, la consapevolezza che la vita è questo – un rimanere in casa a guardare la pioggia, un pomeriggio stanco ad ascoltare le voci e le storie degli uomini, le frasi casuali a sera su via del Cassero, una domenica a Palazzo Strozzi a rispecchiare la nostalgia nel blu di un quadro che sembra parlare del mare perduto di un’altra estate.

    Dalla mostra di Helen Frankenthaler a Palazzo Strozzi

    L’autunno porta con sé il sapore della sconfitta, l’impressione che i percorsi di vita, il tentativo di costruirsi giorno dopo giorno seguendo slanci del momento e progetti più o meno investiti, non abbiano fatto altro che intrappolarci in un dedalo fatto dalle macerie dei nostri sogni infranti, dalle pile di libri studiati senza alcuna utilità, dalle foto degli anni in cui il domani sarebbe stato migliore e il domani era oggi e oggi non c’è che tristezza, non c’è che malinconia. Abbiamo perso, o meglio: ho perso. Perché la sconfitta è individuale, soprattutto oggi che i progetti e le lotte non sono più collettivi. I sessantottini hanno perso in gruppo, hanno assistito alla morte della loro utopia mentre marciavano insieme nelle strade d’Italia. Hanno combattuto sapendo di poter perdere, si sono illusi di poter vincere, prima di smarrirsi nella controrivoluzione degli anni Ottanta.

    Io non ho mai pensato di poter vincere. La lotta era persa in partenza. Il mondo non si poteva più cambiare ed essere felici è sempre stato uno stato d’animo individuale e transitorio e non l’obiettivo di una battaglia comune. Essere felici è legato all’ora, al luogo, a uno sguardo, non a un futuro dove siano garantiti diritti e dove il singolo sia parte di una comunità e non un atomo sperduto in una società di individui. Mi raggomitolo dunque nelle relazioni buone, in quegli angoli in cui è possibile sentirsi amati, in quei luoghi in cui è possibile costruire, sia pur con tutte le contraddizioni del caso, un frammento del mondo che vorrei, nelle esperienze divergenti. In una società atomizzata, il calore e la felicità si ottengono dalle piccole comunioni di atomi.

  • La fine del gioco

    Settembre
    e non giochiamo più
    con la vita il volto i giorni
    con il racconto dei tempi andati e futuri
    e il rumore della pioggia in paese scivola sulle strade come nei giorni di scuola
    ma allora
    iniziare era scoprire, trovare Kant tra le pagine non usate
    o un Montale da amare in un giorno d’inverno.

    Ora
    rimane la malinconia
    per le pagine non lette per le vite non vissute
    e sarei entrato in classe parlando di Rimbaud
    in un’aula di scuola o di tribunale
    io è un altro e sono gli altri l’inferno
    e l’inferno è il perdere ogni giorno qualcosa
    ogni giorno smarrire
    l’essere diversi da ciò che si è
    la strada non percorsa che svanisce nel buio
    per poi chiedersi
    ha senso
    lavorare dormire sognare bagnarsi
    sotto la pioggia di settembre
    nel freddo che parla soltanto d’inverno
    ha senso
    questa sera
    il tepore di una camera
    la consistenza di un libro che non riesco a finire?

    Forse
    hai senso tu, questo nostro trovarci sul ciglio del mondo
    in questa notte sfinita in cui le parole
    non trovano strade tra le labbra del sonno
    hai senso tu, questo nostro viaggiare
    questo giocare alla vita che ancora possiamo
    che ancora inseguiamo nelle pieghe del giorno
    abbiamo senso noi, qui
    in questa infinita penombra del cielo
    in questo tepore che non è d’altri
    non dei notiziari economici del mattino
    né dei tassi di interesse che salgono e scendono
    né delle rate dei mutui e del contratto nazionale
    né del governo francese sostenuto dalla destra.

    Qui
    abbiamo solo
    qualche ricordo qualche sogno qualche sguardo
    qualche viaggio in Giappone quando verrà primavera
    qualche filo di Arianna per non smarrire la strada
    che conduce nella stanza al limitare del giorno
    dove essere felici è raccontarsi il tempo
    e un mattino scosceso nel silenzio di Civita
    seduti su una panchina a vegliare l’estate.

    Ora è settembre
    la prima pioggia scivola sulle letture di ieri
    sui pensieri che si perdono oltre le case del centro
    sull’odore dei cornetti caldi al mattino in via Roma
    sulla ripetizione dei volti e dei giorni
    sui programmi per l’inverno da costruire di nuovo
    Ora è settembre e si torna a casa
    e costretto da Ermes dall’isola di Calipso
    di nuovo verso Itaca
    fa rotta
    Odisseo.

  • I

    La notizia arrivò al Ministero intorno all’ora di pranzo. Inizialmente si trattava di poche frasi sussurrate tra una conversazione e l’altra alla macchinetta del caffè, quindi giunse qualche conferma attraverso una radio libera gestita da un centro di controinformazione che aveva sede in una sorta di comune hippy poco lontano dal Ministero.

    Anatolij fu il primo a parlarne apertamente. Era uscito di prima mattina per passeggiare, tornò sudato e trafelato mentre io e Arsenio cercavamo di contattare l’assistenza per riparare la macchinetta del caffè, bloccata ormai da giorni.

    Mormorò a mezza voce: “Il convoglio è sparito”, ma fu difficile, nell’immediato, contestualizzare questa alquanto vaga affermazione.

    “Quale convoglio, Anatolij?”

    “Il convoglio, il convoglio” ribadì lui e si recò verso le cucine per reperire un bicchiere d’acqua.

    Dopo dieci minuti, tornò, un po’ meno affannato, e ci diede le prime frammentarie notizie dell’accaduto.

    (altro…)
  • Il sole che tramontava sul mare ricordò che l’estate era ormai alla fine. È come in un libro di Izzo, pensai, qui sulle rive del Mediterraneo prima di perdersi per sempre. Ma io non ero Fabio Montale, né lei una di quelle donne sfiorate appena nei bar del porto di cui parla lo scrittore marsigliese. Avevamo parlato tanto di noi, anche se il silenzio attuale rivelava un certo imbarazzo – ci eravamo scritti a lungo, avevamo passato le sere a mandarci vocali e a volte a telefonarci, dopo quei primi timidi contatti su un sito. Cosa piace a me, cosa a te, i soliti convenevoli e poi ci eravamo raccontati le nostre vite, le mie inquietudini di ascoltatore di storie, lei alle porte di un dottorato in filosofia, forse si sarebbe occupata di Husserl, ma non lo sapeva ancora. Una sera mi aveva chiamato, avevo voglia di sentirti, non ci siamo mai visti e non sono del tutto sicura della tua esistenza. Finimmo a discutere di religione, di luteranesimo e di quale fosse il disco migliore dei Pink Floyd tra The dark side of the Moon e The Wall, tertium non datur.

    Ci eravamo toccati, in qualche modo, e il silenzio imbarazzato forse significava questo. Come dare voce a quello che era passato tra noi ora che tutto si trasformava in un impasto di sguardi, di voci, di sensazioni tattili date anche semplicemente dalla vicinanza. Nel dubbio, tacevamo, a volte facendo riferimento ad alcuni progetti di viaggio di cui avevamo parlato insieme, altre a discorsi filosofici che non avevano mai seguito. Usare i soliti convenevoli di una conoscenza sarebbe stato quasi un tradire quel senso di vicinanza che avevamo costruito nel tempo e così bisognava che ognuno di noi si abituasse all’altro per il tempo necessario a riuscire a riprendere il filo del discorso interrotto in una chat o una telefonata.
    Alla fine, mi invitò a camminare. In un lido suonavano un ritmo di tango. Mi hai detto che hai fatto un corso per un po’, mi disse. Sì, ma non credo di essere ancora in grado, risposi. Fammi vedere, replicò.

    Rimanemmo là, ballando lentamente nella sera che scendeva. Forse non avevamo bisogno di parole, ma del lento scorrere di Bahía Blanca, in sottofondo, alle porte della notte.

  • Tre storie

    “In fondo, pensavo che ogni volta che una persona racconta ci sono tre storie” mi disse in un pomeriggio caldo di mezza estate – la sera incombeva sui gradini della chiesa ed eravamo rimasti lì a parlare, incuranti del passaggio distratto dei turisti intenti a fotografare tutto ciò che ci circondava.

    “Tre storie?” chiesi.

    “Tre storie. C’è la storia che viene raccontata, ovviamente, autobiografica o meno che sia. C’è la storia di chi racconta, che in qualche modo influenza la storia raccontata. E poi c’è la storia di chi ascolta, che inevitabilmente influenza la ricezione. Se io ti racconto qualcosa, tu lo filtrerai attraverso la tua storia, lo confronterai con il tuo mondo e da questo confronto le mie parole usciranno inevitabilmente trasformate. E forse, se ci pensi bene, le storie sono ancora di più. C’è quella che mi racconto ogni giorno e che mi dà il senso di quella che sono. C’è quella che vorrei raccontarti, con le sue immagini e con i suoi ricordi. C’è quella che effettivamente racconto. E poi ci sei tu: la storia raccontata viene tradotta in immagini e ricordi che sono soltanto tuoi e viene poi confrontata con il tuo vissuto, con il tuo modo di raccontarti.”

    “Dunque, come potremo mai comprenderci? Io volevo parlarti del mare della mia infanzia, dell’Adriatico che brillava al mattino quando mi ci recavo con mio nonno, negli anni Novanta. Volevo raccontarti del rumore delle onde, delle raccomandazioni ascoltate sulla riva.”

    “Ecco, vedi, ora ho in mente un’immagine… Era il duemiladieci, o giù di lì. Una sera, sulla spiaggia all’Isola d’Elba, con due birre, un libro abbandonato sulla sabbia. Questo evocano le tue parole. Lui forse l’ho amato o forse no, non ricordo, ma era un amore adolescenziale, non c’è molto da dire, solo una sensazione sottile che confina con la nostalgia. È impossibile comprendersi, vedi. Io quelle tue onde non le vedrò mai e la mia nostalgia non sarà mai la tua. Siamo condannati a cercare di toccarci con le parole senza mai riuscirci.”

    “E dunque come possiamo sentirci vicini se le parole allontanano?”

    “Con il calore degli abbracci. Quelli non tradiscono.”

    Il bianco della chiesa sbiadiva nella penombra della sera. Mi chiesi se anche lei percepisse ciò che avvertivo, ma ebbi l’impressione che domandarglielo avrebbe portato a una nuova discussione ai limiti della filosofia. Rimasi lì ad ascoltare il suo respiro, a sentire la sua spalla vicina alla mia e, a tratti, a incontrare il suo sguardo e il suo sorriso.

  • Il bar si trovava a poca distanza dal viale. Il tram, poco lontano, andava avanti e indietro inseguito da torme di turisti in ritardo nel calore del pomeriggio. Nell’angolo, un jukebox suonava una canzone di Brel, mentre la televisione trasmetteva un programma calcistico. L’Italia aveva perso con la Svizzera ed era stata eliminata dai campionati europei e la discussione verteva sull’opportunità o meno di sostituire l’allenatore, il certaldese Spalletti, in favore di qualche nuova figura da idealizzare per poi svalutare alla prima, inevitabile, sconfitta. Il dibattito contagiò per qualche minuto anche il piccolo gruppo di dipendenti del Ministero della Morte in trasferta del tavolo 14, che si divise tra chi riteneva che il calcio fosse inevitabilmente destinato ad essere sostituito nei cuori dei cittadini del mondo nel giro di cento anni dal revival della pallacorda (la fazione che sosteneva ciò aveva partecipato, direttamente o indirettamente, agli eventi rivoluzionari del 1789 o al periodo napoleonico) e chi discettava di moduli e del declino del ruolo del fantasista dopo il ritiro di Baggio, con tanto di citazione musicale sul fatto che da quando Baggio non gioca più non è più domenica ecc. ecc.

    “Se vogliamo iniziare la riunione, prima che si faccia tardi…” propose infine un tale dalle lunghe basette e dal basco ingombrante, che nella vita aveva scritto testi di tango per fisarmonicisti sperimentali e che al ministero chiamavano soltanto H. in verosimile omaggio alla tradizione inaugurata dai film di James Bond e proseguita dalla trilogia di Men in Black per cui il capo dell’organizzazione viene nominato esclusivamente con l’iniziale del nome.
    Gli altri tacquero e lo fissarono mentre si accarezzava il pizzetto e i baffi. In sottofondo, Gianmaria Testa dal jukebox recitava Ritals, mentre dalla terza sedia sulla sinistra qualcuno che molto gli somigliava – e forse era davvero lui, anche se non l’avrebbe mai ammesso – guardava svagato il televisore.

    (altro…)
  • Barcellona, 25-28 luglio 2024

    Il lungomare della Barceloneta

    I miei giorni a Barcellona iniziano e finiscono sul Mediterraneo. Ho passeggiato sul lungomare appena giunto in città e ora saluto questo poco tempo trascorso in compagnia di pittori d’avanguardia e architetti modernisti sulla spiaggia della Barceloneta, guardando i bagnanti affastellarsi sulla sabbia sfuggendo ai venditori di ombrelloni che imperversano sulle assi di legno poco lontano nel sole caldo del primo pomeriggio.

    La luce nella parte della Sagrada Familia rivolta a ovest
    L’esterno della Pedrera
    L’ingresso del cortile interno della Pedrera

    Eppure, penso, il Mediterraneo è stato un compagno costante in queste giornate barcellonesi. L’ho ritrovato a Casa Battló, nelle finestre ovalari che richiamano quelle delle navi e nell’azzurro che rimanda al colore del mare. L’ho ritrovato nella luce della Sagrada Familia, più calda verso ovest dove il sole tramonta, più fredda a est in direzione dell’alba. L’ho intravisto alla Pedrera, nelle sue scalinate rivestite di azzurro e verde e nelle onde della sua facciata e nel Parc Güell, che mi rimanda ai giardini dell’Alcázar, visti a Siviglia alcuni anni fa. Dalla piazza della Natura, sopra la sala ipostila, al Parc Güell, si vede il mare e il mosaico che ne ricopre il parapetto ondulato sembra in continuità con l’acqua lontana, riflettendone le oscillazioni e il rifrangersi della luce sulla sua superficie.

    Uno dei due edifici posti all’ingresso del Parc Güell
    Casa Battló vista dal Paseig de Grácia

    Arrivando a Barcellona in cerca di Gaudí, immaginavo di trovare soprattutto il senso di sorpresa, la meraviglia per le forme e i colori estrosi, la sensazione del bambino che vede qualcosa di completamente diverso da ciò a cui è abituato e rimane lì a far correre l’immaginazione e a lasciarsi invadere da ciò che sta osservando. Quella sensazione c’è stata: è emersa al comparire della Sagrada Familia dietro una svolta della strada, vedendo la facciata della Natività culminare nell’albero della vita e la frutta colorata svettare sui pinnacoli, l’ho avvertita di fronte alle costruzioni deformate, quasi surreali e oniriche, che sembrano accogliere il visitatore del Parc Güell come due guardiani alle porte di un sogno, quando la realtà inizia a cadere e tutto diviene possibile. E la stessa meraviglia dei sogni, quando la continuità dell’esperienza si interrompe e lascia spazio a qualcosa di totalmente altro, di totalmente inaspettato, si è presentata all’emergere dalla fila di edifici del Paseig de Grácia del profilo di casa Batlló, della facciata azzurra che sembrava provenire da uno di quei quadri di Dalí in cui lo scarto dalla realtà proviene dalla liquefazione delle immagini ordinarie, dalla loro collocazione fuori posto, dalla strutturazione sopra di esse di elementi irreali. Dunque, il sogno e la meraviglia hanno effettivamente fatto parte di questi giorni, forse un po’ mitigati dalla collocazione urbana delle opere architettoniche che impedisce di strutturarvi compiutamente intorno fantasie oniriche da quadro surrealista – le auto che corrono sul Paseig de Grácia o sulla piazza Gaudí stabiliscono una continuità con la realtà difficile da destrutturare. Eppure, ho trovato anche qualcos’altro, qualcosa di familiare che ha a che fare con questo mare, con questo Mediterraneo che unisce popoli e storie. L’interno spoglio della Sagrada Familia, in cui le colonne si innalzano come alberi per ramificarsi verso la volta e in cui la luce e i colori che essa genera attraversando le grandi vetrate è l’unica decorazione, ricorda la sobrietà meditativa delle moschee, in cui alle icone si sostituiscono motivi floreali, l’apertura alla natura della Mezquita di Cordova dove originariamente non vi era soluzione di continuità tra le colonne interne e la sequenza di alberi del giardino, quasi a sottolineare una vicinanza tra le opere dell’uomo e quelle di Dio. Tra le pareti di casa Batlló, il mare è nell’azzurro intenso che riveste gli spazi comuni dell’edificio, che passa come un’onda sopra la portineria per poi spingersi verso l’alto nel cortile interno, quasi a suggerire che le finestre aperte su di esso siano immerse nelle acque – e del resto molte di quelle finestre sono dotate di vetrate che deformano l’immagine, dando l’impressione di trovarsi sotto il livello del mare.

    Le finestre sul cortile interno di Casa Batlló
    L’effetto “subacqueo” dato dalle vetrate interne di Casa Batlló

    È forse necessario, per chi vive sul Mediterraneo, confrontarsi con esso, volontariamente o involontariamente. Il mare racconta una storia e, per quanto possa essere sottinteso, per quanto possa essere uno sfondo quasi invisibile per la certezza della sua presenza, è come se inevitabilmente attraesse chi si trova ad abitarvi vicino. Il viaggio finisce sulle rive del mare e mentre l’aereo, facendo rientro a Bologna, sorvola queste acque apparentemente silenziose, mi trovo a pensare che in fondo ho fatto quello che da sempre chi ha vissuto sul Mediterraneo: sono partito, ho visto, ho conosciuto, ho immaginato, ho ascoltato storie.

  • Barcellona, 26 luglio 2024

    Due dipinti giovanili di Pablo Picasso esposti al Museo Picasso di Barcellona

    Sono venuto a Barcellona alla ricerca di memorie e di radici. Forse è per questo che il mio sguardo tende a cogliere in ciò che esploro l’altrui desiderio di trovare un fondamento, un porto a cui tornare. Al museo Picasso, sembra di poter seguire l’erranza inquieta del giovane Pablo tra le vie di Barcellona, di cui rappresentava degli scorci con uno stile impressionistico vicino a quello dei Macchiaioli e sicuramente diverso dal rigoroso realismo che permeava i contemporanei dipinti realizzati per il suo percorso accademico. Tra le immagini di finestre aperte e chiuse, tra i paesaggi fatti di piccoli gruppi di case e i personaggi, spesso marginali, rappresentati senza volto o deformati nel loro vagare per una Barcellona colorata talora con delle tinte accese che ricordano l’espressionismo di Kirchner, mi sembra di intravedere un desiderio di radicarsi, di prendere contatto con il luogo attraverso l’arte per sentirlo un po’ più proprio. La realizzazione dell’insegna per il caffé Els Quatre Gats non fa che confermare la mia impressione di un Picasso che progressivamente cercava di immergersi nel tessuto di una città in cui non era nato, ma in cui aveva vissuto anni di formazione e di progressivo avvicinamento alle avanguardie artistiche.

    L’insegna per il caffè Els Quatre Gats realizzata da Picasso stampata su un menù
    Cortile esterno della Fundació Miró con una scultura dell’artista (“Maqueta para Luna, sol y una estrella“)

    Miró scriveva del suo legame con il paese di Mont-roig e realizzava sculture con gli oggetti quotidiani che vi trovava, oltre a dipingere su un sacco utilizzato per la vendemmia vendutogli da un contadino perché “inservibile”. Il luogo entra così nella sua rappresentazione artistica e la materia che ne proviene, pur trasfigurata, sembra rimandare all’idea che qualsiasi produzione dell’umano, anche se tende all’astrazione e alla decostruzione della tradizione come nel caso delle opere di Miró, ha comunque una terra da cui nasce, una polvere calcata dalle scarpe dell’autore, degli uomini incontrati ogni giorno in una quotidianità forse grigia, ma che fornisce un ancoraggio, un senso di appartenenza a una storia collettiva.
    Ho letto che a molti scrittori, nel corso della loro vita, è stato dato il consiglio di scrivere quello che vedevano. Di aprire la loro finestra e raccontare il mondo che vi scorreva davanti, adottando la completa aderenza alla realtà, al luogo di origine o di vita, a delle radici percepite o immaginate come presupposto per poter realizzare qualcosa di valido. Mi sono sempre chiesto, di fronte a questi suggerimenti, dove finisse la fantasia, la capacità umana di trasfigurare la realtà rendendola qualcosa d’altro, dove finissero le metafore, dove finisse la possibilità di narrare il proprio mondo parlando apparentemente d’altro, come i Luther Blissett di Q, che raccontavano il Sessantotto e i suoi corollari parlando apparentemente della riforma luterana e delle successive guerre di religione. E al contempo mi sono domandato come porre un argine alla fantasia, come impedire al viaggio immaginario di divenire divertissement, pura evasione senza più alcun legame con il mondo sensibile e con le sue difficoltà, le sue tensioni, le sue lotte. Forse Picasso e Miró rispondono anche a questo, a come unire un riferimento al mondo reale e alle sue tensioni (Miró dedica anche un quadro come La speranza del condannato a morte, dove pochi tratti su fondo bianco tendono all’astrazione assoluta, a un tema vivo e presente come l’esecuzione di Puig Antich) alla possibilità di dare spazio alla ricerca espressiva e alla fantasia. Rispondono al quesito su come non distanziarsi dalle proprie radici, dal proprio sguardo sul mondo, pur non rispondendo a un realismo completo, pur dandosi la possibilità di immaginare e trasfigurare – come nelle litografie che Miró realizzò dopo la guerra civile, in cui personaggi immaginari con denti aguzzi evocano la repressione franchista.

    J. Miró, “La speranza del condannato a morte”
    J. Miró, “Maggio 1968

    La sera che scorre via porta con sé le parole di Guccini, i suoi interrogativi espressi in Radici che sembrano rispecchiare i miei, divisi tra le illusioni di poter avere risposte ritrovando le proprie radici e la comprensione che gli interrogativi non possono che trovare soluzione altrove: è inutile cercare le parole/La pietra antica non emette suono/O parla come il mondo e come il sole/Parole troppo grandi per un uomo. Mi chiedo se al silenzio delle radici e dell’oggi, all’impossibilità di raccontare semplicemente quello che si vede dalla finestra,  possano dare risposte gli autori di ieri, che nella trasfigurazione della realtà trovavano la verità.