La prima volta che ho pensato alla morte dovevo avere undici, dodici anni. Era l’età in cui ci si rende conto che l’infanzia sta finendo e che l’adolescenza alle porte porterà all’età adulta, quindi alla vecchiaia, infine alla fine di tutto. La consapevolezza, allora, mi diede angoscia, un’angoscia che punteggiò tutta un’estate. Tempo dopo ne parlai a mio padre e lui mi chiese perché non glielo avessi detto prima, affrontare il tema insieme avrebbe potuto essere un modo per concentrarsi su di noi in un periodo in cui molte erano le sollecitazioni esterne che portavano l’attenzione altrove.
Più tardi, l’interrogazione sul senso della fine si nutrì di una pagina di Tolstoj, la morte del fratello di Levin in Anna Karenina, quando Kitty sembra sapere naturalmente quale significato abbia il termine della vita e dove conduca e Levin, che si è a lungo interrogato a riguardo, ignora completamente tutto ciò.
Ho pensato, nel tempo, alla morte come a ciò che allontana, come a ciò che ci rende sempre più soli svelando la fragilità di ogni vicinanza. Ho pensato alla morte come ciò che fissa, fantasticando su di essa dopo serate perfette in cui tutto era andato nel migliore dei modi e quindi poteva anche andare bene così. Ho pensato alla morte come immobilità, come il ripetersi della stessa notte sotto il cielo di un’estate infinita. E ho pensato, certo, alla morte come sollievo, alla fine come alla sospensione di un ripetersi dei giorni divenuto troppo duro da sostenere, quando le parole di Sofocle sulla vita come sommo male per l’uomo iniziavano a incarnarsi in una quotidianità dolente.
Al liceo mi dissero che non moriamo una sola volta. Che moriamo ogni volta che diventiamo qualcosa di diverso, ogni volta che la nostra identità prende una svolta improvvisa. In fondo, ogni giorno ci confronta con una fine, con una perdita e affrontiamo il lutto per le persone che eravamo costruendo gli uomini che saremo.
Parthenope, in fondo, parla della morte, penso uscendo dal cinema – è stata una di quelle giornate d’autunno in cui lo sfiorire dell’anno dà a Firenze un tepore raro, quasi intimo, e ho girovagato per il centro con mio padre, acquistato qualche libro, scoperto la chiesa di Orsanmichele, la vecchia loggia del grano, rimanendo ad ammirare le sue volte affrescate, il tabernacolo dell’Orcagna, le vetrate rese scure dal tempo. Parthenope parla della morte come perdita e delle perdite che attraversano la vita – la fine delle innocenti frivolezze adolescenziali, degli anni in cui il mondo sembra un gioco e l’esistenza priva del peso dello scorrere dei giorni, la fine dell’irrequieto eterno presente della giovinezza e l’inizio del tempo della nostalgia e del rimpianto. Racconta di una seduzione e di una bellezza che divengono un modo per sopravvivere alla fine, a un’estate in cui tutto è stato intero e tutto poi, improvvisamente, si è distrutto. Parthenope parla di un dolore centrale – quello della protagonista, il cui fratello si è tolto la vita gettando anche i genitori in una immobilità crepuscolare – che trasforma anche il sesso, agito o desiderato, da strumento per affermare la propria giovanile fantasia di onnipotenza nell’estrema modalità per sentirsi meno soli o per ricostruire vicinanze. Parthenope, la donna intorno a cui ruota la trama, forse ricorda la Violetta della Traviata, il cui canto frivolo e ornato delle prime scene si trasforma nella solidità solenne di Amami, Alfredo dopo aver attraversato l’immersione nell’amore e il dolore della rinuncia.
E dunque questa notte penso alla morte, alle mie morti, a chi ho conosciuto, a chi sono stato e dal flusso di pensieri che conduce verso il sonno emergono i versi del Pianto della scavatrice di Pasolini, letti nei giorni dell’adolescenza, quando avevo vissuto molto meno e quasi non li potevo, dunque, comprendere: Solo l’amare, solo il conoscere/conta, non l’aver amato,non l’aver conosciuto. Dà angoscia/il vivere di un consumato/amore. E mentre ci rifletto un sogno inquieto fatto di direttori d’orchestra alcolizzati e prove per un concerto di Capodanno inghiotte ogni riflessione, consegnando il giorno al ricordo e determinandone, inesorabile, la morte.















