• “Ti ricordi via Macrobio?/Qualche volta eri felice”. Nel sottofondo della sera pasquale Piero Ciampi canta gli addii non più evitabili, quelli in cui ci si illude di potersi aggrappare ai pochi ricordi che salvano, ignorando la marea che conduce a largo. Tra le dita ho una rosa dei venti, un giusto simbolo di questo anno di navigazione, diviso tra Firenze e la campagna, e tuttora non so se mi appartengano le strade di paese in cui spesso mi perdo a sera o le solitudini del centro, salendo verso Forte Belvedere, che hanno colorato questo come altri inverni. Penso di avere bisogno della nostalgia dell’altrove, di quel senso di non appartenenza che non si traduce mai nell’essere di un posto, anche lontano. Il mio posto ha il volto di alcune persone care e si concretizza quando sono accanto a loro, svanendo poi quando i sentieri dell’erranza mi conducono a passeggiate inquiete in una città che solo a sprazzi ho sentito mia o quando a sera si fa spazio la malinconia e la lascio entrare come una vecchia amica.

    Ho iniziato troppi libri e ne finisco troppo pochi. Forse dipende dal fatto che a volte leggo per dovere e mi trascino avanti per pagine e pagine senza riuscire ad ammettere di non essere interessato. Forse dipende dal tempo, dal pensare i giorni come nei primi mesi della pandemia o come nelle estati quando la scuola era finita e i libri scorrevano di cinquanta o cento pagine nei pigri pomeriggi in riva al mare o su una poltrona; ora di tempo ce n’è meno e forse anche comprare più volumi di quanti riuscirò mai ad aprirne è un’illusione di adolescenza, un altro tentativo di essere altrove.

    “Qualche volta eri felice”, canta Piero Ciampi – penso al suo tumore all’esofago, alla morte su un letto d’ospedale dimenticato da tutti, simile in parte al suicidio di Tenco nella notte sanremese, alla sua disperazione da poeta inascoltato. È quel “qualche volta” a farmi quasi piangere, quella possibilità della felicità che non basta ad annullare il fallimento di un rapporto, che lo rende anche più doloroso con la consapevolezza che sarebbe potuta andare altrimenti perché, appunto, qualche volta davvero era stato tutto diverso. Mi vengono in mente i miei “qualche volta”, gli sprazzi di felicità in rapporti ed esperienze nel complesso negativi e portano con sé l’ombra scura della colpa, dei “forse avrei dovuto fare diversamente”, “forse è dipeso da me”.

    La canzone scivola via nella notte e il tempo, come scrive Eliot, per le “cento indecisioni,/E per cento visioni e revisioni” si perde nella concretezza delle scelte fatte, nella serenità del luogo buono in cui mi trovo, nella musica di Joe Hisaishi che inizia a suonare in sottofondo. Mentre prendo in mano l’ennesimo libro da finire, mi viene da pensare che non ho rimpianti, che le occasioni perdute non sono altro che fantasticherie, il piacere di raccontarsi in modo diverso e di immaginarsi altro. Il piacere infantile di essere per un momento altro da ciò che si è, esplorando per un attimo mondi diversi per poi tornare nella confortevole stanza delle scelte che mi hanno reso felice.

  • Perché poi, sai, essenzialmente, penso che sia colpa della primavera, di questa primavera che mi fa pensare alle strade interrotte, a quello che avrebbe potuto essere e non è stato. Un po’ come un tempo, a scuola, quando studiavo la guerra di Spagna e immaginavo la vittoria dei repubblicani o pensavo a come sarebbe stata la Comune di Parigi senza la repressione. Dunque, questi giorni che accompagnano verso la fine di marzo riportano uno sguardo che è il tuo, ma sospeso nell’indefinitezza, come se non sapessi nulla di quello che abbiamo vissuto, di quello che è stato, della mia vigliaccheria, delle tue indecisioni, dei passi che progressivamente si sono allontanati e ci hanno condotto in universi che ormai non si toccano più. Ti capita di pensare a Democrito? Io a volte penso alle vicende degli uomini come agli atomi di Democrito, le nostre vite cadono verso il basso, in un vuoto senza fine e ogni tanto si scontrano tra loro; a volte, addirittura, rimangono fuse per qualche giorno, per qualche anno, per tutto il tempo a disposizione, ma spesso sono solo gli occhi di una passante, oltre la pioggia di un giorno di novembre, a restituire il rumore dell’urto breve tra le esistenze prima che ognuno riprenda a cadere nella sua solitudine. A volte, quando ti penso, mi viene anche da pensare che non rimpianga specificamente te, quello che è stato, quel tuo modo di sorridere davanti a una statua del museo archeologico, bensì un tempo in cui una strada era aperta, in cui vi erano più possibilità, in cui avrei potuto essere altro, in cui la morte – estremo esaurimento di ogni evolutività e trionfo dell’atto sulla potenza aristotelica – era più lontana. In fondo non so se la nostalgia delle occasioni non colte non parli in realtà del mio, del nostro desiderio di rimanere in attesa sulla porta, immersi in sogni di vicinanza, di unione, di perfezione, prima che il vento sul mare, nella navigazione, porti via ogni illusione e ci dica che no, non era possibile, come avete fatto a crederci?

    È sabato, alle porte della Pasqua. Attendo la resurrezione in compagnia del tuo fantasma, di altri fantasmi, degli altri atomi urtati e poi scomparsi, diretti verso universi paralleli che non incontrerò mai più. Uscendo di casa canticchio quella canzone di Brassens adattata da De André e mentre Firenze si riempie della folla dei giorni di festa, ti penso come “quella conosciuta appena/Non c’era tempo e valeva la pena/Di perderci un secolo in più”.

  • E oggi, che era un giorno come tanti
    hai preso le mie mani e le hai messe sui tuoi fianchi

    G. Testa, Il valzer di un giorno

    Prologo

    Sai, ti penso, ascoltando Gianmaria Testa, mentre la primavera si affaccia dagli alberi sulla strada, sulle vie che portano su e giù dalle colline del Chianti. Penso che in fondo incontrarsi, camminare insieme, sia un esercizio di pittura, colorare dentro i bordi, o forse anche fuori, se non sei troppo preciso. Del resto, è quello che fa la primavera, colora l’inverno.

    Neve

    “Anche la neve morirà domani” canta De André e tu un giorno che è già ieri mi hai raccontato della tua infanzia a scendere con lo slittino lungo la collina. Ora da anni non nevica più.

    Colori

    La primavera colora l’inverno e le sagome spettrali degli alberi hanno improvvisamente la dolcezza di un giorno di marzo, sotto il sole di nuovo caldo, sopra le margherite e i fiori appena nati e di nuovo sembra possibile sentirsi rinascere sotto il sottile soffio del vento. Ma come si colora una vita, vorrei chiederti, perché lo sai, l’hai saputo fare, colorando dentro i bordi o forse fuori – non so se la precisione ci appartenga fino in fondo.
    Di certo ci appartiene l’amore, la vasta parola che forse non vuol dire nulla se non voci e sguardi, ricordi fissati nell’angolo delle cose care, la certezza della felicità. Di certo ci appartiene la confidenza silenziosa dei giorni di pioggia, quando stringersi in silenzio ci fa sentire due nella solitudine dell’esistenza, di certo ci appartengono le risate delle sere che non smarriremo mai. Come si colora una vita, vorrei chiederti, perché hai dato colore ad ogni cosa – ero fermo nel grigiore di una stazione autunnale e passavano gli anni e tutto era uguale e poi improvvisamente dentro sentivo tutto diverso e mi dicevo forse è questo ciò che chiamano felicità, non sapevo che fosse così, non l’avevo mai provato.

    Emozioni

    Che poi, in fondo, io non lo so davvero cosa sia la felicità e forse è per questo che per semplicità quando me ne parlano penso a come mi sento quando sono con te, quando sento i colori che pervadono il mondo, quando il cuore batte e dico che in fondo è bello essere vivo per incontrarti, vivo per sentirti raccontare, vivo per abbracciarti. Magari poi, chissà, la felicità è altro, non è colorare l’esistenza cercando di rimanere dentro i bordi, e tutti quelli che ne parlano si sentono del tutto diversi da me quando si dicono felici. Alla fine, è chiaro, nessuno viene dentro di noi a dirci se diamo il nome giusto alle emozioni, ma la questione è che mi hanno detto che quando si è felici si sta bene e oggi pomeriggio sento che sto bene perché vivo in un mondo in cui ci sei, in questa primavera che colora gli alberi come tu colori l’esistenza, mentre Gianmaria Testa canta nelle pieghe delle curve che scendono dalla collina, qui nel Chianti, in un sabato come tanti.

  • Assenze

    A volte sembra
    essenzialmente
    che la strada sia fuggire
    fuggire in una notte con Miles che suona
    improvvisando
    dimenticando gli accordi
    scordando la vita.
    Era agosto, “So what” nel giradischi in corridoio
    mi parlavi di jazz nelle intercapedini delle stanze
    e la sera guardavamo
    Miles strafatto di coca negli anni Settanta
    – forse davvero
    volevamo improvvisare la vita
    – sul tavolo rimanevano
    le foto delle vacanze
    i libri letti altrove
    per immaginarsi altro.

    Siamo tornati qui
    l’odore della pioggia al mattino
    le automobili incolonnate su viale Petrarca
    e non c’è più tempo di leggere poesie
    e non c’è più gioia per suonare jazz
    e ci sembrava di aver smarrito tutto e invece
    sappiamo la fatica della strada percorsa.
    Sappiamo i bivi abbandonati, i volti lasciati ad attendere a Nasso
    quelli fatti entrare nelle sere d’autunno
    quando l’esuberanza dell’estate scolora nel tepore di stanze calde
    negli alberi ingialliti
    come le copertine dei vecchi dischi
    nella libreria di mio padre
    Black Sabbath, gli Stones,
    Miles.

    Ci accompagnano quieti
    i ricordi che siamo
    e non hanno posto le identità di ieri
    i vestiti che ci aderivano addosso dal mare alla stazione
    leggendo di lotta di classe mentre la vicina cantava
    del suo Argo morente nella stanza del veterinario
    senza vederla tornare per l’ultima volta.
    Non hanno posto le identità di ieri
    eppure siedono nei rimasugli della sera
    accoccolate sulla finestra, vicino al focolare
    mentre settembre uccide l’estate.

    A volte
    vorrei essere un ferroviere di Cuneo
    a cantare canzoni per i treni in partenza
    A volte
    vorrei che tu fossi qui
    che fosse dicembre
    che i giorni che ci separano fossero al termine
    A volte
    vorrei guardare il tuo volto
    come stanotte che la tua nave è smarrita
    come stanotte che mi manchi
    come stanotte che non ci sei.

  • “Le ho detto che era un bel nome
    E lo sai cosa mi ha detto?
    Mi ha detto che tutti i nomi belli sono tristi”

    J.Fosse, Sogno d’autunno

    Settembre e le prime avvisaglie dell’autunno riportano a Jon Fosse, all’essenzialità di poche parole che punteggiano lo scorrere del tempo nello spazio onirico del cimitero di Sogno d’autunno, tratteggiando le vite come i monologhi di Virginia Woolf nelle Onde, in cui il racconto di un viaggio in treno sintetizzava una crescita, o come le stagioni nel Paese delle nevi di Kawabata. Sogno d’autunno mi è sempre sembrato un testo sulla precarietà della vita, dei rapporti, degli affetti, con la sua idea che gli anni passino troppo velocemente per poter cristallizzare la felicità di un momento o di una vicinanza, rileggendolo oggi mi rendo conto che è anche (e forse soprattutto) un testo sull’amore, su quell’amore che forse, come scrive Fosse, salva i morti. E, infatti, quello che rimane alla fine dell’opera, oltre i decessi di uno dei protagonisti, dei genitori e dei figli, oltre i divorzi, è l’amore tra i due personaggi principali, di cui seguiamo lo svolgersi dal primo incontro su una panchina del cimitero fino all’ultimo saluto sempre nello stesso luogo.

    Leggere Fosse in questi giorni di inizio settembre, i suoi personaggi in bilico tra la vicinanza e il tempo che allontana e fa perdere, mi restituisce ogni volta qualcosa della mia malinconia d’autunno, quando assisto l’esaurimento delle infinite potenzialità dell’estate e osservo quello che rimane dopo lo spegnersi della bella stagione. Oggi, riprendendolo in mano, vi ritrovo anche un possibile rimedio alla percezione che qualcosa si perda irrimediabilmente alle porte di settembre e che la strada, che fino a ieri sembrava poter mutare direzione in ogni momento, si fissi in una necessità immutabile. Il rimedio, forse, è negli affetti, nelle emozioni, nei ricordi, nella percezione che comunque il viaggio dentro altre identità, l’incontro con altri volti, ci abbia cambiato in un modo che impedisce di tornare esattamente al punto di partenza. E, dunque, il luogo usato appare in realtà diverso, perché colui che lo visita non è più lo stesso, come il cimitero che fa da sfondo all’intero dramma di Fosse in realtà assume valenze sempre diverse perché i personaggi che vi si incontrano stanno attraversando fasi differenti dell’esistenza e hanno fatto incontri diversi, amandosi, separandosi, facendo figli e vedendoli morire.

    La stabilità dei luoghi sembra contrapporsi all’instabilità dell’identità, che, come scrivono Marraffa e Meini, si deve inventare ogni giorno in un mondo in cui i ruoli non sono più definiti in modo rigido dalla società. Dunque, sono qui, dove settembre inizia con la sua malinconia d’autunno. Di nuovo è tempo di reinventarsi, di ricostruire, di riconoscersi. Userò i volti che sono stato quest’estate, forse, o forse ne troverò di nuovi da indossare. Sul tavolo, rimane Fosse, che mi accompagna da anni. Anche i suoi drammi, come il cimitero di Sogno d’autunno, hanno un significato diverso ogni volta che la vita mi conduce a rileggerli. In questi giorni di settembre, stranamente, sembrano parlare di speranza.

    Avevo buttato giù alcune di queste righe dopo aver letto di nuovo “Sogno d’autunno” di Jon Fosse a settembre. L’assegnazione del premio Nobel al drammaturgo norvegese mi ha spinto a riprenderle e a completare il pensiero, con la felicità di sapere che l’autore di parole che spesso mi hanno accompagnato e tuttora mi accompagnano lungo la strada abbia ottenuto un riconoscimento così importante.

  • Di fronte al mare, la felicità è un’idea semplice, scrive Izzo in Chourmo. Il pomeriggio adriatico sembra dare forma a quella frase alimentandosi di ricordi e di stati d’animo. È stato, tra gli altri, Siegel, se non ricordo male, a osservare che l’identità come risultato di una somma successiva (e costruttiva) di esperienze non sia che un’illusione e che possiamo pensarci piuttosto come una raccolta di stati mentali, che possono essere attivati o riattivati dalle giuste condizioni ambientali o relazionali. Sulle sponde dell’Adriatico, nell’immersione nelle acque, così simile anno dopo anno, la condizione della mente che emerge ha per me una sua specificità e mi collega all’inquieta esplorazione letteraria dei diciott’anni, quando la poetica gaddiana sembrava dare la chiave di lettura definitiva sul mondo, ai ricordi familiari smarriti nelle vie del paese, alle memorie del tempo immobile dell’infanzia, che d’estate si cristallizzava ulteriormente tra queste strade e lungo la battigia per lasciare solo sensazioni, volti, immagini disordinate, che affiorano come i frammenti di Combray nel primo libro della Recherche.

    Dunque, tornare qui è essere altro, è creare una discontinuità. Di fronte al mare si può essere marginali. Marginali rispetto ai luoghi, qui sulla riva dove non ci sono strade da percorrere, solo terre al di là dal mare da immaginare, marginali rispetto al tempo, in cui si sovrappongono passato e presente e i ricordi hanno la stessa consistenza del vento della sera, marginali rispetto a se stessi, perché nella lontananza da ciò che di solito definisce i propri confini identitari si può lasciare l’Io fluttuare e recuperare l’attualità di modi di essere che sembravano persi. Qui, al margine, la felicità è negli istanti, nello sciabordare dell’acqua al tramonto, nell’affollamento delle strade del centro dopo cena, nella conclusione di uno di quei libri che si erano persi in un angolo dello scaffale, sempre rimandati ad occasioni migliori e che ora trovano uno spazio nelle pigre mattine d’agosto vicino al mare.

    Di fronte al mare, la felicità è un’idea semplice, scrive Izzo. Qui al margine, la felicità è un’idea semplice, mi viene da pensare mentre la sera scende e penso a quel libro di Magris sul margine letto anni fa in un altro luogo sottratto al rumore dello scorrere del tempo, il giardino delle rose, sotto al Piazzale, penso che vorrei immergermi nel mare al tramonto come Fabio Montale a Marsiglia, ma il vento freddo sembra sconsigliarlo. Mentre guardo il cielo, i pensieri si diradano e mi sembra di diventare puro sguardo, solo un punto di vista senza storia o memoria. Domani, è di nuovo tempo di partire.

  • Congedo

    Stasera finisce tutto
    o forse
    una piccola parte
    ho giocato con l’anima come se non avesse importanza
    e mi sono creduto capitano
    della mia nave di sabbia.
    Sono stato qui e altrove e a volte
    ho dimenticato su una sedia il volto usato
    nei convenevoli di ogni giorno, nella serietà dell’età
    che lascia morire a terra le possibilità non colte
    lo sguardo di un musicista, la voce di un professore
    un autobus notturno in partenza per Vienna.
    A volte,
    l’Adriatico lasciava sulle rive i residui dei ricordi
    ributtati indietro dalla marea del tempo
    dalla fallacia del tempo lineare che sempre avanza
    che mai arretra
    che mai si ferma.
    Stasera evoco ancora i miei fantasmi
    come un collezionista che raccoglie
    la luce di stelle morte
    da milioni di anni, lontano, in un fazzoletto di universo
    e poi si commuove sui documentari sulla protesta
    sessantotto settantasette non so più
    compagni, abbiamo perso e lo sapete
    riprendiamo la lotta
    – corri, compagno, il vecchio mondo ti è dietro.

    Corri, compagno
    che il vecchio mondo ti insegue
    e il vecchio mondo ha il tuo volto
    e il vecchio mondo ha il tuo nome
    e ti guarda fallire
    Corri, compagno
    che ti rubano i giorni
    che ti annegano i sogni
    che ti incatenano a un tavolo
    a dipingere il vuoto
    Corri, compagno
    che scrivere è resistenza
    contro il tempo che fugge
    contro il senso che sfugge
    contro il nulla degli anni
    a coltivare tristezza
    Corri, compagno
    che scrivere è dare spazio
    al silenzio di un teatro
    prima e dopo la recita
    a un sorriso raccolto
    una sera in Santo Spirito
    ai ricordi che legano
    a queste sponde adriatiche.

    Ma stasera finisce tutto
    mi congedo solenne
    dal chiacchiericcio delle madri e dai pianti dei bambini
    dall’acqua al tramonto che è calda a toccarla
    dal treno taciturno nascosto dietro la pineta.
    Mi immergo per l’ultima volta con i miei ricordi
    con i volti con cui ho giocato in questo lungo carnevale
    e non sono che uno sguardo nell’utero del mare
    non sono più che qui, ora, nel tepore della sera
    e la mia storia è sulla spiaggia con ogni storia
    nella borsa degli asciugamani, tra il telefono e il libro
    la indosserò tornando a casa o domani prima di uscire
    stasera si parte per mare
    stasera si parte
    per diventare nulla.

  • Breviario

    I

    Fuori dalla stazione
    annuncio ritardo: il treno regionale 4210 per Pescara arriverà con un ritardo stimato di quindici minuti –
    si scusano per il ritardo
    nella piazza una fontana a meridiana, un orologio che lampeggia
    un palloncino attraversa la strada
    tra i piedi dei passanti
    diretti verso treni
    che non giungeranno, non ancora.
    Oltre il binario
    treno in transito al binario 1 allontanarsi dalla linea gialla –
    la spiaggia
    il mare disegna figure d’infanzia
    e di nuovo l’estate
    è il luogo e il tempo di leggere romanzi
    di inseguire Tolstoj lungo le strade del centro affollate per il mercato
    quando l’adolescenza scopre il mondo
    prima che il cielo cada sulle speranze dei vent’anni.

    II

    Dicono che pioverà
    tra le cinque e le sei
    da tempo
    incontro di rado la mia solitudine
    da tempo
    non penso più alla morte
    da tempo
    a volte sono felice.
    Tra le cinque e le sei piove
    nella gelateria fa freddo
    sembra autunno
    mentre ritirano i tendoni zuppi d’acqua
    mentre portano dentro le sedie
    mentre si fanno i piani per l’avvenire
    case stipendi auto matrimoni
    speriamo nessuna malattia
    speriamo.

    III

    La grande casa sul viale
    non mi appartiene più
    le sue pareti bianche
    non sono le mura su cui bambino
    mi ferii cadendo in una curva in bicicletta
    né i suoi balconi stretti
    l’ampia terrazza su cui leggevo Pirandello
    mi immergevo in Montale
    o nei Russi
    a diciott’anni
    più o meno.
    E i volti sono i volti di altre storie
    le voci sono le voci di altri luoghi
    niente di personale qui
    in questo residence
    abbandonato anche dai miei fantasmi
    che tornano a volte in sogno
    per lo spazio di un caffè
    o di un ricordo d’infanzia.

    IV

    Sulla via del ritorno
    tre bagnanti che giocano
    il sole sulla strada
    filtrato dai pini
    il vento è quello di sempre
    come il rumore del mare d’estate.
    Lontano, le nuvole
    sono isole perdute al largo
    vicino, i ricordi
    sono evocazioni dell’invisibile
    delle esalazioni del tempo
    lungo i brividi della pelle.

  • Melancholia

    Terapia: Delorazepam 5 mg endovena, Clomipramina 25 mg endovena. Stato clinico: catatonica, non responsiva. Flexibilitas cerea. Colloquio impossibile.

    E forse fu un amore finito
    forse la monotonia del tempo che spegneva il cielo
    forse Fukuyama sparito all’alba con i giorni a venire
    – perché il presente è bellissimo diceva
    perché non abbiamo bisogno di futuro
    – ma senza futuro non c’è antidoto alla malinconia di oggi
    nessuna rivoluzione contro la tristezza delle ore immobili
    e si rimane seduti ad attendere l’apocalisse
    e la fine del mondo è paura e speranza.

    Al porto
    quando fu ora di partire
    le navi furono respinte dal vento.
    In un letto caldo di ricordi d’infanzia
    Ifigenia rimase immobile come se lo sguardo di Medusa
    si fosse insinuato nelle sue fantasie notturne
    di salpare sull’Adriatico con una barca diretta a Venezia
    di costeggiare l’Albania e l’Istria risalendo verso Nord
    con il sole riflesso nell’azzurro madreperlaceo delle acque
    e le voci degli approdi accentate in croato in italiano
    per raccontare il tramonto
    in lingue diverse.

    Goccia a goccia, nella solitudine della stanza
    nella malinconia del tempo che smise di passare
    Clomipramina 50 mg, Delorazepam 5 mg
    lo sguardo fisso sulle crepe del soffitto
    fuori nel porto bonaccia o venti avversi.
    Qualcuno parlò della rabbia degli Dei
    ma forse era solo stanchezza per la fine di tutto
    forse solo tristezza per un’altra guerra ad est
    forse solo rabbia per non poter partire
    senza attendere la morte giorno dopo giorno
    buttati dietro un mitra una notte in Asia Minore
    per i capricci di Menelao prima delle elezioni
    per difendere la patria dall’assalto di nessuno.

    Di notte
    nella stanza al secondo piano rumoreggiavano gli aerei
    persi in voli inconsistenti senza città da bombardare
    – dalla vena nell’incostante flusso del sangue entravano
    Clomipramina 50 mg, Delorazepam 5 mg
    paziente parzialmente responsiva, a tratti colloquiante
    dall’anima uscivano
    i sogni di un tempo ammuffiti in soffitta
    i passi perduti in un corridoio in attesa
    le frasi fatte sottolineate sul dizionario di greco
    e un libro di Tolstoj lasciato a metà
    mentre Musil attendeva un’altra giovinezza
    o un’estate infinita dopo la fine del liceo.
    Di notte
    le luci delle navi affogavano nella bonaccia
    e i marinai del porto pregavano il vento
    di rimanere nel silenzio dei monaci sui monti
    chiusi nella contemplazione del mistero di Dio
    Di giorno
    i medici aggiornavano le cartelle e i farmaci
    Clomipramina 75 mg, Delorazepam 5 mg
    riesce ad alzarsi, si avvicina alla finestra
    nega effetti collaterali
    riceve visite
    – in piazza le mogli dei soldati
    sognavano che la tristezza salvasse il mondo
    per rinchiudere la malinconia tra le mura di una stanza
    per non attendere per anni
    un telegramma di poche righe
    – suo marito caduto stop la patria ringrazia.

    Quando il vento placò i flutti, in un giorno di aprile
    andarono a cercarla nella sua stanza di bambina
    il letto era rifatto e le bambole di un tempo
    rimanevano ad attendere sull’orlo della finestra
    – sui giornali si parlò
    di un sacrificio agli Dei
    di un matrimonio segreto
    di un volo con Artemide verso una terra lontana.
    Ma chi sapeva tacque il suo breve sorriso
    sul far della sera nelle strade del porto
    tra i colori vivaci delle case dei pescatori
    e le acque chiare intorno al faro.
    Ma chi sapeva tacque i suoi capelli legati
    il suo libro di Musil
    il suo biglietto per Spalato
    il suo volto inghiottito dall’orizzonte al tramonto.
    Rimasero un letto rifatto
    una flebo vuota
    la cartella clinica aperta
    su un’ultima pagina da inventare.
    Dalla terrazza, lontano
    le onde del Mediterraneo lavavano via
    il sangue i farmaci la memoria
    Dalle navi, vicino
    i canti di guerra
    dicevano la nostalgia
    di una stanza sul mare.
    Il bambino sulla sponda
    lasciò scivolare la sabbia sulle acque
    e la morte sbiadì come un sogno dell’alba
    come un sogno ricordato per un attimo nella solitudine del vento sottile
    e poi rimpianto
    nelle avvisaglie della sera.

  • Una volta, facendo un vaccino, il medico mi disse che, a suo avviso, la vita procedeva per progressive potature, per progressivi passaggi della potenza all’atto che facevano sì che le scelte possibili fossero sempre meno e il percorso esistenziale fosse sempre più determinato, sempre meno libero. Allora mi parve una visione forse angosciante, ma plausibile, anche se ritenevo di aver mantenuto una certa coerenza con me stesso nel corso del tempo. Alla fine dei miei anni di formazione, poi, lessi del dibattito sull’identità e scoprii che molti filosofi ritenevano invece che tutte le strade fossero sempre aperte, che la percezione di un percorso lineare che aveva condotto al punto preciso in cui eravamo non era che una confabulazione, un racconto della mente a se stessa per dare senso e stabilità al caos dei ricordi e delle percezioni. L’identità, scrivevano Ricoeur e lo psicologo McAdams, è un’identità narrativa, non è che un racconto che facciamo agli altri e a noi stessi, una restituzione di coerenza a posteriori al sogno della vita. Secondo i sociologi, poi, scoprii, l’identità dipendeva dal contesto sociale e relazionale, un po’ come sosteneva quel mio insegnante di teatro che diceva che non c’era niente da recitare, perché abbiamo in noi anche un assassino o un traditore, basta trovarsi nel giusto contesto con le giuste motivazioni.

    Nel libro di Claire Marin, “La fine degli amori”, che in realtà in originale si intitola “Ruptures” e a ragion veduta, visto che non parla solo di distacchi affettivi, ho ritrovato molto di quelle pagine sul senso che diamo a noi stessi, delle osservazioni lette e sperimentate di come possiamo essere diversi stando con persone diverse, di come situazioni che ci riportano all’infanzia possano riprodurre in noi i vissuti che avevamo da bambini – come in questi giorni, in Abruzzo, in quella Balbec in minore dove ho trascorso le vacanze fin da piccolo e dove a volte mi sento come allora. Certo, è un libro che parla anche di come gli slittamenti dell’identità, siano essi legati a cambiamenti voluti o necessari per la fine di rapporti affettivi, possano fare male, ma leggerlo mi restituisce quel senso di libertà che le parole malinconiche del medico, allora, sembravano sottrarre. Siamo tutto quello che siamo stati, sembrano dire queste pagine, e saremo anche altro incontrando altre persone e vivendo altre situazioni. Certamente, siamo in parte vincolati dai percorsi esistenziali, ma possiamo in ogni momento scoprirci o inventarci diversi.