• Barcellona, 24 luglio 2024

    La Plaça Reial al tramonto

    Sono venuto a Barcellona in cerca di memorie. È la risposta che mi do mentre mi trovo a camminare sulla Rambla insieme alle centinaia di turisti che a luglio si spostano verso la capitale catalana. Penso che ognuno abbia una motivazione nel viaggio e chiedendomi quale sia la mia mi trovo appunto a rispondere che forse è proprio questa, il tentativo di inserirmi in una memoria familiare, di costruire un mio racconto che si affianchi a quello che ho ascoltato negli anni. Accanto a me in questa discesa verso il mare in fondo al viale c’è mio padre, proprio colui che quella memoria familiare ha creato e quindi la persona maggiormente indicata per aiutarmi a orientarmi al suo interno, confrontando passato e presente e mostrandomi i luoghi più volte narrati.

    La casa Bruno Cuadros sulla Rambla

    I miei genitori hanno fatto un lungo viaggio in Spagna dopo il matrimonio, verso la fine degli anni Ottanta. Quando ero bambino, quel viaggio era un’epopea omerica, da ascoltare sera dopo sera e da immaginare poi di notte, con i suoi luoghi buoni, come Siviglia e Barcellona, i suoi momenti critici, come la tossinfezione alimentare per cui mio padre ebbe per alcuni giorni la febbre alta, i suoi insegnamenti, come quello di allontanarsi il meno possibile dai luoghi consigliati dalle guide nelle località turistiche onde evitare brutte sorprese. Il racconto spesso verteva su Barcellona, città così amata, allora, dai miei da spingerli a farvi ritorno prima di terminare il viaggio e fare ritorno in Italia. Barcellona, per me bambino, era un insieme di nomi che più tardi, da adolescente, cercai di unire a delle immagini viste su un sito internet o su una guida – il museo Picasso, il museo Miró, la Sagrada Familia, il ristorante Las siete puertas. Il sogno, chiaramente, era – e rimase per lungo tempo – quello di poter vivere almeno una parte di quel racconto, di poter attraversare quegli angoli di Catalogna ascoltati e riascoltati in quell’epica familiare che nell’infanzia era buona parte del mio mondo; tuttavia, per molto tempo l’unica cosa possibile è stata continuare a immaginare, magari nutrendosi di letteratura e filmografia non sempre di buon livello.

    E poi eccoci, in questo giorno di luglio, io e mio padre, lo stesso che per anni ha raccontato una Barcellona ormai sempre più lontana nel tempo e che oggi si trova a confrontare il mondo di ieri con quello che stiamo vedendo e vivendo insieme. Arrivando al Port Vell, si stupisce per il recupero di tutta l’area effettuato negli ultimi anni – “Quarant’anni fa qui era tutto degradato” ripete più volte mentre camminiamo sulla Rambla del Mar e poi torniamo sul lungomare, seguendolo fino alla Barceloneta. La sera, cenando al ristorante 7 portes, riflette su come sia cambiato dal tempo in cui vi aveva cenato e in cui vigeva ancora la denominazione in spagnolo 7 puertas e un pasto costava ventimila lire, complice probabilmente un cambio favorevole e l’assenza del turismo ora pervasivo; in ogni caso, la paella è ancora molto buona, il cameriere molto cortese e questo sembra dare un senso di continuità alle buone impressioni riportate allora.

    L’interno della chiesa di Santa Maria del Mare

    Prima di coricarmi, mi trovo a pensare di aver trovato anche qualcosa di mio in questo primo giorno a Barcellona alla ricerca di memorie familiari. L’ho trovato alla svolta di un vicolo, l’odore del mare ancora nelle narici, attraversando le strade strette della città vecchia. L’ho trovato negli interni spogli di Santa Maria del Mare, costruita dai portuali nel basso Medioevo, nelle sue navate laterali che si riuniscono dietro l’altare, sulla cima della sua torre dalla quale si possono vedere, una di fronte all’altra, la Cattedrale di Barcellona e la Sagrada Familia, in un silenzioso dialogo di guglie e pinnacoli. Quello che ho trovato, in fondo, è il Mediterraneo, con il suo andare e venire di voci e popoli in riva al mare, quel Mediterraneo che sembra quasi nascondersi, in questa città portuale divenuta negli anni meta di turisti alla ricerca ognuno di qualcosa di diverso, dall’arte alla vita notturna, per emergere nelle pieghe dei vicoli della Ciutat Vella fino a stabilirsi nelle architetture gotiche della chiesa del mare, tra le statue a cui si votavano i portuali e i mercanti.

    Prima di addormentarmi, l’ultima immagine parla della contemporaneità di questi luoghi: tornando da cena, ho visto alcuni musicisti cantare con una bandiera catalana di fronte al palazzo della Generalitat, rimandando alla legge di amnistia di Sanchez e alle spinte indipendentiste che in questo anno di maggioranze strette in parlamento sono tornate agli onori della cronaca nazionale spagnola. Scoprirò più tardi che oggi Sanchez era a Barcellona per favorire l’accordo per un governo catalano. Il sonno interrompe la riflessione sul presente e sulle memorie. Da oggi avrò anch’io una storia da raccontare su questi luoghi.

  • Biennale di Venezia 2024, padiglione centrale

    “L’esilio è un duro lavoro”, recita un’opera vista alla Biennale di Venezia in una domenica di luglio passata ad attraversare i racconti di identità migranti, siano esse quelle dei sans papier di cui in una stanza si percorrono le traiettorie sulle strade d’Europa e d’Africa, siano esse le voci e i volti di chi si trova ad essere straniero in patria per via del suo orientamento sessuale o della sua identità di genere o per via della sua appartenenza a una minoranza. “L’esilio è un duro lavoro”, recita la scritta e nello zootropio ricreato nella seconda stanza i video presentano le storie di un’umanità sconfitta, di prove di resistenza presenti o passate, e improvvisamente l’esilio sembra riguardare tutti, perché è impossibile non ritrovarsi almeno in un frammento delle vicende raccontate, non riconoscersi parte di quella moltitudine destinata a sentirsi sempre altrove, sempre straniera in terra straniera.

    Questi anni inquieti costruiscono identità in esilio, forse perché, avendo perso le prospettive di mutare radicalmente il reale, la propria identità rimane l’ultimo ambito di invenzione e sperimentazione, oltre che l’unico modo di trovare delle potenziali alleanze di lotta. L’”Io sono” scoperto a fatica immergendosi nelle profondità della propria storia fornisce una direzione in cui andare, delle battaglie da combattere, delle persone da considerare alleati e altre da ritenere nemici. Dunque, se un tempo erano le comunanze di classe a portare l’organizzazione, oggi sono le identità a spingere a unirsi e, talora, condurre delle battaglie – siano esse le identità queer che consentono di lottare per dei diritti, siano esse le identità di gruppi etnici che si riconoscono un patrimonio di pratiche comuni da dover preservare rispetto alle pressioni esterne all’uniformità. Trovare il modo di raccontarsi è dunque anche scoprire un orizzonte di resistenza dopo la fine della lotta di classe e in questo modo la costruzione consapevole di un’identità narrativa diviene uno strumento prezioso. Mi viene in mente Svevo, che nelle bozze del suo ultimo romanzo incompiuto, Il vecchione, parlava della scrittura come un esercizio di pulizia, che in futuro sarebbe stato effettuato da tutti. Ecco, penso che la scrittura o il racconto di sé attraverso altre forme, come quelle artistiche viste alla Biennale, dovrebbero essere effettivamente pratiche diffuse a tutti: infatti, in un mondo atomizzato in cui le cause per cui lottare sono infinite e la possibilità di trovare spontaneamente accanto a sé delle persone che aiutino a individuare le lotte rilevanti per sé molto poche, diversamente dal mondo novecentesco, dove le scelte da fare erano prevalentemente politiche e vi erano partiti e sindacati a indicare battaglie e obiettivi, l’unico orientamento può venire dall’interiore homini agostiniano, dall’introspezione e dalla riflessione sulla propria identità e sul rapporto di questa con la società. Nelle fratture tra identità e società, tra il proprio modo di raccontarsi e la maggiore o minore accoglienza che questo riceve nel racconto che la società fa di se stessa, si possono generare le spinte a unirsi ad altri, a cercare un cambiamento che, seppur limitato a un ambito, può comunque inserirsi in una più ampia messa in discussione dei rapporti di potere ed economici, riconoscendo infine, come recita un’altra opera esposta, che “nessuno è illegale nel mondo”.

  • Alla fine della lotta di classe, c’è una stanza di media grandezza, a volte con un tavolo e due sedie, a volte solo con alcune poltrone, forse un divano, a seconda delle preferenze dell’occupante. All’interno, si può trovare uno psichiatra che prescrive farmaci, uno psicoterapeuta che ascolta e cerca di costruire discorsi e disponibilità ad esperienze, oppure una figura ibrida, che si districa tra chimica e parole con una disinvoltura che dipende dalla capacità di fondere modelli teorici o di ignorarli al momento opportuno. Alla fine della lotta di classe, negli anni Novanta, c’era un capitalismo trionfante che, con Fukuyama, proclamava la fine della storia e le magnifiche sorti e progressive dell’umanità: la società atomizzata creata da Thatcher e Reagan, in cui i legami interpersonali basati sulla comunanza di interessi economici o di classe sociale erano fortemente scoraggiati in favore di una competizione in cui ogni uomo fosse hobbesianamente pronto a distruggere il proprio vicino, prometteva a ciascuno il successo nella lotta darwiniana per la ricchezza e i rischi erano pochi dato che, si diceva, il benessere dell’happy few avrebbe avuto ripercussioni positive sul futuro.

    Sono nato nel 1991. Il capitalismo era come l’universo: in espansione. Il futuro era nelle mie mani e i sogni di una generazione nata nell’era del trionfo della democrazia e del crollo delle dittature dell’Europa dell’Est promettevano un ulteriore miglioramento delle condizioni di vita, che si sarebbe progressivamente esteso a tutta l’umanità. La realtà ha poi dato risposte diverse, portando me e chi è nato nei miei stessi anni ad attraversare crisi economiche e una pandemia e minando progressivamente la nostra idea del futuro, complici anche le previsioni non rosee sul surriscaldamento globale. E dunque la generazione che doveva crescere nella democrazia e nel benessere, la generazione che doveva vivere la fine della storia si trova ad assistere a un fallimento dei propri sogni fatto di precariato e lavoro sottopagato e a non poter neanche immaginare un miglioramento, dato che l’immagine degli anni a venire è ipotecata da tempo dalla categoria dell’Apocalisse, sia essa l’Apocalisse climatica, l’Apocalisse economica o quella pandemica. Il mondo, insomma, non procede più verso il futuro ma verso la fine.
    In questo contesto, la risposta che il modello sociale atomizzato consente è individuale: la protesta del singolo contro il lavoro si traduce in un sottrarsi in misura maggiore o minore al ciclo produttivo, dimettendosi o limitando al minimo contrattuale la propria attività, anziché in una lotta collettiva (sindacale o politica); allo stesso modo, la sofferenza individuale per le condizioni di vita e lavorative determina non un tentativo di agire sul sistema che le produce (anche qui, utilizzando la partecipazione a organizzazioni politiche o sindacali per produrre dei cambiamenti), bensì a una ricerca di una cura per avere un sollievo dal malessere. E tale cura viene fornita dalla psichiatria e dalla psicoterapia.

    Incontrando i miei coetanei o persone poco più piccole o grandi di me, spesso si parla di depressione o di altri disturbi psichici e spesso si parla di farmaci o di psicoterapie. Molti, in un frangente della loro vita, sembrano incontrare ansie paralizzanti, anni di tristezza o di apatia, oppure difficoltà nell’alimentazione o nella regolazione emotiva, al punto che il collante generazionale, l’esperienza cardine che caratterizza i nati in un certo periodo e che per i nostri genitori era stata rappresentata dalla contestazione del Settantasette, per i loro fratelli maggiori dal Sessantotto e per i nostri nonni dalla ricostruzione nel dopoguerra se non dalla guerra stessa, per noi è la sofferenza psichica e la conseguente frequentazione, quando si riesce a chiedere aiuto, di un professionista della salute mentale. Siamo una generazione sofferente e in cura, una generazione che, privata dalla società degli strumenti per trasformare la realtà, non può far altro che cercare supporto in centinaia di stanze di terapia, dove altrettanti professionisti cercheranno di fornire loro degli strumenti per reggere meglio l’urto dell’esistenza.

    Eppure, da professionista della salute mentale, mi chiedo: è giusto curare una generazione? È giusto che questa nostra generazione D, questa generazione che convive con un ubiquitario dolore mentale che prende poi strade psicopatologiche diverse, ma che origina spesso da una difficoltà di adattamento a una realtà che unisce in parti diseguali perdita di legami, lavoro sfruttato e sottopagato e perdita del futuro sia condannata a cercare di “funzionare meglio”, secondo la dicitura riportata nei manuali psicologici e psichiatrici, anziché porre in questione radicalmente un sistema che evidentemente non è adatto all’umano, come prova anche l’esplosione dell’utilizzo di cocaina e psicostimolanti per reggere ritmi produttivi e di studio spesso folli? Le emozioni hanno la funzione di sentinella del nostro benessere: la tristezza segnala la perdita di ciò che è importante per noi, l’ansia il pericolo nel futuro, il disgusto il rischio di infezione, la rabbia l’ostacolo ai nostri obiettivi, la gioia il raggiungimento di ciò che vogliamo. Dunque, è davvero funzionale un percorso di cura volto esclusivamente a spegnerle, come vorrebbero certi modelli psichiatrici volti a una lettura biologica dei disturbi mentali o le psicoterapie cognitivo-comportamentali standard? E, anche qualora il curante riesca a ricostruire il valore informativo dell’emozione e del sintomo, spingendo il singolo a compiere delle trasformazioni della propria vita in modo coerente con quanto emerso, davvero la risposta individuale è la più corretta per un disagio generazionale?

    Forse il primo passaggio è proprio riconoscersi come generazione. Siamo la generazione D. Siamo o siamo stati ansiosi, depressi, borderline, isolati nelle nostre stanze o alle prese con i nostri disturbi alimentari. Ci trovate nelle sale d’attesa dei CSM, davanti alle porte degli psicoterapeuti più o meno alla moda, di fronte ai video che cercano di fornire strumenti per affrontare la sofferenza. Non abbiamo altro passato che il nostro – non abbiamo in dote una storia collettiva da raccontare – non abbiamo altro futuro che l’Apocalisse – sia essa climatica, pandemica, militare o economica. Almeno, per iniziare, guardateci, non per dire, come sempre, che siamo “choosy”, viziati, poco abituati alla fatica, ma per scrutare nel profondo della nostra sofferenza. Sarà poi compito nostro trasformare la sofferenza in rabbia e tornare a combattere.

  • Ismail Kadaré è morto, questo scrivono i giornali. Nel guardare la sua foto, scopro di non aver mai visto il suo volto – negli anni in cui lo leggevo, ancora non cercavo di assegnare ad ogni nome di autore un viso, a ogni viso una voce. Ho ancora sullo scaffale dietro il letto quel libro che comprai intorno al 2012, Il mostro, di cui ricordo degli sprazzi delle immagini che mi evocò allora, che parlavano di una Tirana notturna, piena di studenti, negli anni in cui il regime comunista albanese era in rotta di collisione con l’Unione Sovietica. Non saprei dire ora di cosa parlasse – era uno di quei libri “atmosferici”, che lasciano dietro di sé frammenti di emozioni, di costruzioni dell’immaginazione, senza che poi sia possibile senza aiuto ricostruirne la trama. Ricordo che ne rimasi affascinato – erano gli anni in cui pensavo che la mia esplorazione letteraria fosse giunta al termine, che, una volta finita con gli anni del liceo l’esplorazione dei classici (Proust, i Russi, Gadda, Stendhal), niente mi avrebbe più colpito con quell’intensità, niente mi avrebbe più introdotto a un mondo da esplorare leggendo e rileggendo e tutto mi sarebbe giunto con l’emotività sbiadita che già iniziavo a provare e che avrebbe poi colorato i miei anni bui. Quel libro mi restituì la certezza che avrei sempre trovato, forse dopo aver cercato lungamente, forse nello scaffale lontano di una libreria esplorata un sabato pomeriggio estivo in cui mi ero immerso da solo, forse nelle pagine di un autore albanese per me ancora sconosciuto, l’entusiasmo per la lettura, il desiderio di scoprire sempre di più su uno scrittore, la consapevolezza che la letteratura poteva aprire uno squarcio su realtà a me non note, facendomi appassionare ad esse.

    Dopo Kadaré vennero altri, venne Murakami, venne Mutis, venne Izzo. Eppure, in questa sera in cui ne apprendo la morte, è come se sentissi il dovere di ringraziarlo per avermi fatto transitare dalla lettura scolastica alla lettura adulta. Al liceo, infatti, leggevo i libri che andavano letti, quelli che il professore consigliava o che il manuale di letteratura citava per frammenti e tutto era chiaro: quello che era nel manuale o nelle parole del professore andava letto e ricordato, il resto poteva essere trascurato. Kadaré mi fece comprendere che potevo scoprire la bellezza in libri mai sentiti, scoperti per caso, di cui nessun professore e nessun manuale avevano mai parlato. In libri che erano parte del mio cammino e non degli obblighi formativi di una generazione, che sarebbero rimasti legati all’irregolarità della mia vita, associandosi a un momento, a un luogo, a un racconto. E dunque stasera, apprendendone la morte, lo ricordo con un po’ di tristezza e con un po’ di affetto.

  • Conobbi Arsenio all’inizio dell’estate. Il mondo di là partecipava allo scorrere dei giorni e delle stagioni, rifiutando solo di misurare le ore e i minuti, che non avevano senso per chi ormai non aveva più tempo per costruire un’esistenza. Gli unici a possedere un orologio erano i dirigenti del secondo piano del Ministero, che dovevano rispettare alcune scadenze riguardo al presentarsi precisamente in orario nei luoghi in cui erano avvenuti decessi violenti, ma per il resto misuravamo le ore con il sorgere e il calare del sole e le stagioni con il mutare della temperatura e con il fiorire e lo sfiorire della natura.

    In estate, talora andavamo su una grande spiaggia poco lontano dal Ministero. Le case sembravano quelle del paese sul mare dove avevo trascorso i giorni della mia infanzia, ma forse era così un po’ per tutti, ognuno costruiva tale luogo con le proprie memorie felici, popolandolo di volti, strade e venti che mantenevano il calore di quanto di sereno vi era stato in vita. A me sembrava di vedere la casa di mio nonno, al di là della ferrovia, le sue pareti ricurve, le grandi finestre tonde che si aprivano sulle scalinate interne, i balconi protesi verso il mare dove una volta, da bambino, ero caduto riportando una cicatrice sul labbro inferiore; non vi ero però ancora andato, perché troppo grande sarebbe stato il dolore di vederla svanire come un sogno all’alba al mio approssimarsi, oppure di entrarvi e non trovarci nessuno di coloro che la abitavano nei miei ricordi.

    Era, dicevo, un giorno d’estate. La notte aveva portato burrasca e la spiaggia era in gran parte umida, con tronchi sparsi qua e là in attesa di essere spazzati via dall’alzarsi pomeridiano della marea. Arsenio sedeva solo, su una sedia di plastica sotto un grande ombrellone, i capelli lunghi lievemente mossi dal vento del mattino. Di lui sapevo che era giunto da poco, le voci dell’Alveare dicevano che fosse un poeta e che in un mattino di primavera avesse deciso che in fondo andava bene così e si fosse ucciso. Il compagno Anatolij, che abitava nella stanza vicina alla mia, sosteneva che non ci fosse traccia di lui sui giornali, segno, a suo avviso, dell’indifferenza della società capitalista per l’arte. Si era stabilito nell’Alveare accettando il discorso standard del doganiere sul periodo di ristrettezze, sulla tensione sociale eccetera eccetera e trascorreva le giornate prevalentemente solo, ignorando sia il soviet trozkista dell’ala est, che le attività ricreative gestite dalla signora Franca nel corridoio F, che andavano dai gruppi di sensibilizzazione sulla questione femminile in Iran organizzati da alcune attiviste morte durante la repressione delle rivolte studentesche al corso per la pasta fatta in casa. A volte, a sera, lo vedevamo sulla grande terrazza al primo piano mentre guardava il sole scendere cantando a bassa voce accompagnandosi con una chitarra scordata. A volte lo raggiungeva Amaya, morta a vent’anni nella difesa di Barcellona contro le truppe franchiste; cercava, sera dopo sera, di insegnargli El paso del Ebro, ma Arsenio non pareva particolarmente ricettivo forse per ragioni politiche, come sospettava il compagno Anatolij, forse perché troppo impegnato a dare voce a un dolore individuale per cantare di una lotta collettiva. Ma quale fosse il suo dolore non lo sapevamo – una donna, diceva Amaya, che sosteneva di aver letto nei suoi occhi nei momenti di vicinanza la tristezza per un amore perduto – l’insoddisfazione dell’artista nella società contemporanea sosteneva Anatolij mentre si metteva la pomata sui baffi nella sala comune al mattino prima della colazione. A me sembravano entrambe letture alquanto semplicistiche, che niente dicevano della storia di un uomo che conoscevamo solo per frasi riferite, per frammenti, per supposizioni sulla base del suo comportamento o del suo aspetto.

    Quella mattina d’estate Arsenio era seduto, sulla chitarra suonava gli accordi iniziali di “Via del campo”, senza però risolversi a iniziare a cantare. Poco distante, Anatolij e alcuni suoi compagni con grandi cappelli di paglia mangiavano un gelato commentando un telegiornale russo in cui si potevano osservare carri armati e spezzoni di discorsi di Putin, mentre Amaya leggeva Garcia Lorca con un suo compagno del POUM venuto da chissà dove per incontrarla. Mi avvicinai e mi sedetti accanto a lui, che mi guardò sorpreso, smettendo di suonare.

    “Continua pure – gli dissi – mi piaceva quello che stavi suonando, non ti preoccupare per me.”

    Continuò a guardarmi, non saprei dire se in modo curioso o infastidito, posando la chitarra sulle ginocchia.

    “Sei l’argomento di conversazione preferito del trentunesimo piano, sai? Perfino i trozkisti non fanno che parlare di te, Anatolij è una specie di esperto in materia, è quasi più interessato a te che alle tristi sorti della rivoluzione.”

    Nel silenzio, il mare si infrangeva sulla riva. Amaya e il suo compagno del POUM si incamminavano verso l’orizzonte parlando fitto. Arsenio mi guardava senza rispondere.

    “Mi piace qui – gli dissi – mi ricorda le estati dell’infanzia e forse è questo che la mia mente costruisce in questo luogo. Tutto sembra identico al ricordo che ho di allora, il mare, la pineta che si estende fino alla ferrovia, le villette bianche sulla strada principale. Solo le persone sono diverse, la spiaggia sembra più vuota, come se non esistessimo che noi, noi che veniamo dal trentunesimo piano e i nostri sporadici conoscenti, come nel caso dell’amico di Amaya”

    “È un paese morto. È tutto morto, qui”

    Era la prima volta che sentivo Arsenio parlare. La sua voce profonda mi colpì con la sua decisione; quando tacque, attesi in silenzio, fino a che non si decise a riprendere.

    “Questo posto è fatto dai nostri sogni, non può avere la concretezza della realtà. Tutto quello che esiste, in questo luogo senza tempo, siamo noi con le nostre storie. Raccontando, possiamo rendere tutto reale, possiamo toccare i nostri morti e i nostri ricordi, ma ci limitiamo a rievocare qualcosa che non è più, ad attualizzare un rimpianto.”

    Posò la chitarra per terra e tornò a fissarmi.

    “Quando mi sono ucciso, speravo nel nulla. Nell’annientamento perenne che spegne ogni pensiero, ogni ricordo, ogni dolore. Speravo di rendere il mio passaggio sulla Terra un semplice scherzo del destino, un foglio di carta destinato a bruciare di cui nessuno avrebbe mai conosciuto l’esistenza. Volevo l’oblio, come se non fossi mai esistito. Invece mi ritrovo qui, con i miei ricordi da cui non posso fuggire, con la prospettiva di rimanere bloccato in eterno sul pensiero di ciò che non è stato, di ciò che avrebbe potuto essere e non è accaduto. Non era quello che speravo e la soluzione che propongono i signori del Ministero è quella di entrare nel programma nascite, di crearsi una vita nuova, nuove possibilità, nuove opportunità – in realtà, dico io, si tratta solo di nuove sofferenze.”

    Abbassò gli occhi verso il mare, lasciandoli scivolare in lontananza, verso una barca che veleggiava verso l’orizzonte, oltre i gabbiani pigramente accoccolati sulle onde.

    Gli dissi: “Sai, molti qui hanno un dolore. Il mio è piccolo, ho concluso una vita in cui non ho fatto niente se non coltivare ricordi e illusioni, ma Anatolij ha perso la sua rivoluzione e il no pasarán di Amaya è svanito nell’assedio di Barcellona. Forse è per questo che abbiamo tutti accettato di stare al trentunesimo piano senza ricercare i luoghi in cui sono i nostri familiari, non per disponibilità, ma perché lontano da tutto è più semplice coltivare il dolore.”

    “Il dolore non si coltiva, si spegne. E, soprattutto ora, non ha più senso. L’Unione Sovietica è caduta, così come il franchismo, tutti i dolori che le persone di cui parli hanno sono dolori anacronistici, specchi di un tempo che non esiste più. E dunque, perché coltivarli?

    Sai, ora è estate. Mi parlavi di ricordi, io ti parlerò di colori. Una volta, l’estate per me aveva tutti i colori, il giallo della sabbia, l’azzurro del mare e del cielo, il verde degli alberi sotto cui cercavamo riparo correndo al pomeriggio. Il nero della notte in cui ci fermavamo a guardare le stelle, il rosso delle divise dei bagnini abbandonate ad asciugare.
    Un giorno divenne tutto grigio. Forse in modo comprensibile – mettici quello che vuoi, la congiuntura economica, le prospettive diverse da quelle che avevo sognato, forse qualche delusione, tutto possibile, ma d’improvviso i colori non esistevano più. Era grigio il mare, grigia la spiaggia, grigi gli alberi. Era grigia l’estate, come l’autunno e l’inverno e la primavera non riportava la speranza. Non c’era più un luogo a cui tornare per essere felici, né una terra verso cui dirigersi per cercare la serenità. Le emozioni giungevano quasi ovattate, come se venissero da un mondo lontano, e sentivo solo, a tratti, in sottofondo, la malinconia di Zweig e Werfel per l’Impero caduto.

    È lì che tutto si è fermato. Nel sentirsi, estate dopo estate, fermi alla stazione della vita, in attesa del giorno in cui sarebbe arrivato il treno giusto, in cui sarebbe tornata la luce, in cui il grigiore sarebbe scomparso. Nel leggere nelle poesie il silenzio del proprio cuore e nello scrivere null’altro che gli echi dei giorni andati, senza costruire nuovi ricordi a cui potersi aggrappare.

    È così che il mondo finisce, non con uno schianto, ma con un lamento, come scrive Eliot.”

    Prese la chitarra e si alzò. Prima di andarsene tese la mano: “Comunque, sono Arsenio.” Sorrise debolmente. Nei giorni successivi, all’ora della colazione, venne spesso vicino a me, ascoltando in silenzio le comunicazioni di Anatolij sulla guerra russo-ucraina.

  • I

    Qualcuno doveva avermi calunniato, perché a inizio primavera, in un anno come tanti, senza particolari avvisaglie date dal fisico, dal clima, dal contesto socioeconomico e politico, si presentò alla porta la morte. Aspetto sui trent’anni, aria tendenzialmente annoiata, una giacca troppo grande, mi chiese di entrare e, aprendo una borsa voluminosa mi disse, sciorinando una serie di frasi evidentemente frutto di qualche corso di comunicazione efficace – a quanto pare le disgrazie di questo mondo si diffondono anche nell’aldilà: “Gentilissimo Pellegrino, possiamo darci del tu? Allora, so che questa notizia è un po’ imprevista per te, ma sei stato inserito nel decreto flussi del Ministero per il passaggio nel mondo di là. Capisco la sorpresa, ma ti inviterei a pensare a questo evento come a un’opportunità. Parliamoci chiaro: qui, stai facendo schifo. A trent’anni fai un lavoro che non ti piace, il sistema politico non è granché e, lasciami dire, i servizi e il welfare nel mondo di là sono molto meglio di quello che avete lì. Per dire, di là ogni estate il Ministero per il Benessere dei Defunti organizza vacanze alle terme della durata di due mesi. A volte la compagnia non è esaltante (a me una volta hanno messo in coppia per le attività con un cavaliere dei Tercios spagnoli che parlava solo di armi da guerra pesanti), però sicuramente molto meglio della tua settimana e mezzo ad agosto in cui vai a elemosinare un ombrellone a Tirrenia per poi tornare in ufficio più stanco di prima.”

    Ci riflettei su, perché qualcosa non quadrava. “Signorina – devo chiamarLa dottoressa? Mi dica Lei – fece un cenno con la testa a dire che forse sì, era meglio dottoressa, alla luce delle sue due lauree in Morte e rare resurrezioni e al suo Master universitario di secondo livello in Decessi violenti da precipitazione: gestire la comunicazione per un transito felice – allora, forse sono male informato, ma gli opuscoli di cui sono in possesso sui benefit del mondo di là che Lei sponsorizza così amabilmente parlano di altro. Secondo quello che scrivono loro, di là se va male c’è il fuoco eterno, che, mi perdoni, vorrei anche ritardare se possibile, mentre se va bene si rimane in contemplazione di Dio, ma, insomma, senza grandi attività da svolgere, anche considerando che è una cosa da fare per l’eternità.”

    “Tutte calunnie, il Ministero della Morte non ha mai commissionato opuscoli ufficiali sulle offerte del mondo di là e ha sempre invitato a diffidare di chi dice di esserne il portavoce, che sia al telefono o che sia attraverso opuscoli pubblicitari tipo quel libretto di quel tizio fiorentino. Bisogna fidarsi esclusivamente di persone che presentano il badge del Ministero come me” e mi fece vedere una tesserina argentata che riportava a chiare lettere “Paola Nardi – Dirigente di secondo livello – Ministero della Morte”.

    Annuii. Lei attese per qualche secondo che dicessi altro, poi passò alla fase successiva della sua evidentemente molto affollata scaletta mentale: “Allora, se non ha altre domande, questi sono i fogli per acconsentire al viaggio, l’assicurazione in caso di cadute accidentali mentre vola sull’Afghanistan – non che succeda nulla, eh, ora che è morto, ma le ricerche per ritrovare le persone in mezzo a tutte quelle montagne sono sempre un problema e qui può firmare per l’attivazione del Welfare speciale del Ministero.”

    Dopo aver firmato, mi invitò a seguirla in un’automobile dai vetri oscurati, ringraziandomi per la collaborazione.

    II

    Riassunto delle caratteristiche tecniche del veicolo in dotazione alla Dirigente, dott.ssa Nardi, dell’Ufficio 465 ter del Ministero della Morte.

    Trattasi di trasportatore di vecchia generazione, dall’aspetto esterno grigio da autovettura in dotazione ai dignitari del Partito Comunista dell’Unione Sovietica e dall’interno spazioso simile a un pulmino Volkswagen, con annessi benefit anni Settanta tipo riserve illimitate di LSD per non percepire l’incoerenza della situazione e musica di Janis Joplin. Possibilità di camuffamento esterno estremamente varia: le opzioni vanno dal manifesto di Togliatti, molto in voga negli anni cinquanta ma attualmente poco utilizzato in quanto potenzialmente sospetto, al velivolo di piccole dimensioni con dietro un lungo striscione “Tanti auguri Mara” utile soprattutto in caso di trasporti estivi in località di mare dove una Mara, a cercarla bene, si trova. Ha la capacità di volare, ma non quella di rendersi completamente invisibile in quanto tale accessorio avrebbe comportato un sovrapprezzo del 25% e il Ministero in quel periodo era in una fase di austerity. Tanto, comunque sia, anche se qualcuno colpisse il veicolo non ci sarebbero particolari effetti per gli occupanti, essendo tutti, salvo errori, già morti. Ci sarebbe solo lo spiacevole inconveniente di doverli andare a cercare in qualche luogo sperduto e tendenzialmente dimenticato dalle mappe. Quindi, come consiglio generale, meglio non dare troppo nell’occhio in scenari di guerra.

    III

    Il viaggio trascorse sereno, fatta salva qualche comprensibile turbolenza data dall’insistenza della dottoressa Nardi a sorvolare il confine russo-ucraino nonostante le mie riserve a riguardo.

    “Il navigatore dice di passare di là.”
    “Ma il navigatore lo sa che c’è una guerra in corso?”
    “Credo di sì, al Ministero lo aggiornano ogni giorno”

    Evidentemente al Ministero non erano però aggiornati sui piani di battaglia dell’esercito russo, perché si rese necessario schivare due o tre missili diretti verso l’Ucraina e un caccia in rotta verso non so dove, con profondo fastidio della dottoressa Nardi, che osservò più volte come la litigiosità umana le fosse profondamente incomprensibile e come non fosse possibile che una persona per fare un lavoro tutto sommato di pubblica utilità e di supporto al prossimo dovesse anche imparare a schivare i cacciabombardieri.

    Io, seduto dietro, la osservavo con un certo distacco – almeno, da morto, in attesa di capire com’era il mondo di là, potevo evitare di pensare alle incombenze del mio lavoro di ingegnere in una ditta di sistemi di sicurezza e documentarmi su quello che mi attendeva grazie a due opuscoli “Favoriamo il passaggio” posti sui sedili posteriori. Sulla copertina erano ritratte persone sorridenti di una certa età – segno che io ero ampiamente fuori target per il di cui sopra passaggio, cosa che feci notare alla dottoressa Nardi ottenendo una scrollata di spalle in risposta – mentre all’interno veniva delineata una complessa architettura burocratica che, a quanto pare, mi aveva attentamente selezionato per il viaggio.
    “Complimenti! Se stai leggendo questo, vuol dire che il Ministero della Morte ti ha inserito nel Decreto Flussi di questo mese! Con questo viaggio, ti allontanerai dai problemi del neoliberismo, dai tagli alla sanità, dall’allungamento dell’età pensionabile, dalla necessità di lavorare senza mai essere felice per raggiungere un luogo in cui le tue esigenze saranno prese in considerazione”

    L’incipit sembrava interessante, anche se notai una certa personalizzazione del messaggio a fini probabilmente imbonitori dato che in alto a destra era specificato “giovane di sinistra arrabbiato”. Mi chiesi come potesse essere l’opuscolo destinato agli anziani di destra, probabilmente era qualcosa del tipo “Hai sempre sognato di vivere in un mondo senza comunisti? Sei davvero fortunato ad essere morto, perché ora puoi farlo serenamente!”

    “Mi sembra che siate molto compiacenti negli opuscoli” dissi alla dottoressa Nardi, che nel mentre stava imprecando mentre la contraerea ucraina rispondeva al caccia russo di cui sopra, lei dopo qualche secondo osservò: “Abbiamo un team dedicato al Ministero. Vogliamo che il momento del passaggio – fece una nuova pausa per evitare il caccia che tornava indietro – risponda alle aspettative di ognuno”
    “Sì, va bene, ma come potete promettere a tutti quello che vogliono?”
    “Oh, le esigenze umane sono semplici. È più facile di quanto credi – di nuovo quel “tu” da corso di comunicazione efficace – comunque basta che aspetti un attimo e avrai modo di vederlo direttamente”

    L’automobile si impennò e tutto intorno sembrò oscurarsi.

    IV

    Dal discorso del Molto Onorevole Gianrico Giustiniani alla giunta del Comitato Centrale del Ministero della Morte, anno 2024

    “Secondo me è un problema legato al nome, sapete? Ci chiamiamo Ministero della Morte e la gente pensa che a noi fa piacere se muore e quindi non si fa pregare due volte, muore, muore sempre di più e qui ci riempiamo. Lo ribadisco: la situazione è critica. Lo spazio adibito all’accoglienza si espande di 2 km al giorno e questa velocità, che ha sempre funzionato in modo adeguato, persino ai tempi della peste nera, pensate un po’, ora è insufficiente. Tra un po’ saremo pieni di gente che non sapremo dove mettere, è assolutamente folle! Che cosa possiamo fare? Possiamo permetterci tutto questo? Io dico di no, signori, e vi dico di più: aiutiamoli a casa loro. Basta con questa moda di morire, con questa cosa che basta un nulla per mandare un po’ di persone in guerra, con questa cosa che se ci sono delle problematiche si risolvono buttando un po’ di gente qui da noi. Non-va-bene (scandisce), dobbiamo assolutamente trovare una soluzione. Forse – e dico forse – siamo troppo attrattivi. Quel periodo in cui lasciavamo che il marketing nel mondo di là fosse gestito con la storia dell’inferno forse – e dico forse – non era un’epoca buia come qualcuno – forse e dico forse in malafede – sembra pensare. La retorica laica dell’Aldilà senza Dio e senza diavolo ha aperto i cancelli a tutti questi che si rifugiano da noi. Ma, ripeto, dove li mettiamo? Dico a voi, cari i miei laici: dove-li-mettiamo (scandisce)?”.

    V

    Ammetto che mi sarei aspettato un’accoglienza più calda. In fondo, ero morto da poco (a causa, avrei scoperto dopo poco compilando la documentazione d’ingresso, di una misconosciuta malattia cardiaca che poi sarebbe stata studiata e avrebbe dato fama e gloria a un certo Professor Katzen, venendo poi denominata Cardiomiopatia di Katzen) ed ero anche un po’ traumatizzato da quanto era successo – intendiamoci, non tantissimo, anche perché non è che la mia vita fosse entusiasmante, quindi la prospettiva di sperimentare qualcosa di diverso in fondo aveva un che di intrigante. Invece, niente: atterrammo in una sorta di piazzola d’asfalto in mezzo a un prato apparentemente sconfinato e il comitato di accoglienza era costituito da una parte da una serie di tizi dai vestiti vagamente bavaresi con lo striscione “Tornatene a casa tua, qui non ti vogliamo” (lo presi come un caldo auspicio di resurrezione, in fondo non credo che avrei gradito un cartello “Grazie per aver infine tirato le cuoia”), dall’altra un tale dal collo taurino e dai piccoli occhiali che come saluto mi fece presente che l’isola su cui vivevano Elvis e John Lennon era coperta da privacy.

    “E Kurt Cobain?”
    “Pure lui è lì. Privacy.”

    Mi spiegò un po’ di regole del luogo, che sembrava vertessero molto sul fatto di non chiedere dove vivesse Elvis, dato che a quanto pareva non vi erano grosse problematiche legate a violazioni della legge, né particolari rischi legati all’attraversare la strada con il semaforo rosso o al fare il bagno troppo presto dopo aver mangiato. Feci presente al signor Kouliakis, doganiere, come recitava il suo cartellino identificativo, che sicuramente dovevano aver rotto molto le scatole al povero Elvis in passato, ma che ormai era tempo che era passato di moda. Il signor Kouliakis mi guardò perplesso.

    “Senta, purtroppo siamo in un periodo di ristrettezze… Li vede quelli là, no? – accennò ai bavaresi dall’altra parte della piazzola – Arrivano troppe persone e non sappiamo dove metterle. Lei chiaramente non c’entra nulla, ma visto che è una persona ragionevole Le chiederei di darci una mano. Si tratterebbe di vivere – cioè, di morire – per un po’ nei locali del trentunesimo piano del Ministero della Morte. Sono locali molto moderni, hanno tutto il necessario per godersi la morte – un letto per fare quei viaggi dimensionali che nel mondo di là chiamano sogni, un po’ di libri, il bagno, glielo dico prima che lo chieda, non serve e se ne renderà conto presto. Le saremmo grati se ci aiutasse.”

    Non menzionò il fatto che il trentunesimo piano del Ministero della Morte era stato soprannominato “l’alveare” per via della densità abitativa, né che, a causa di varie concomitanze nei decessi, vi risiedeva una cellula trozkista molto attiva composta di russi barbuti che andavano a bussare a tutte le porte per parlare male di Stalin. Tendenzialmente, era meglio ascoltarli, perché si irritavano facilmente e del resto erano probabilmente morti tutti in modi orribili a causa di Iosif Vissarionovic, quindi forse qualche ragione l’avevano anche. Ma non anticipiamo troppo. Dopo aver garantito la mia totale collaborazione e aver salutato il doganiere, fui fatto salire su una Fiat Panda verde apparentemente molto vetusta (la dottoressa Nardi fece presente che il Ministero aveva attraversato un periodo di difficoltà intorno al 2017 e che questi erano i risultati) e insieme alla dirigente del Ministero ci lanciammo a 150 km orari verso la fine del prato.

    Impiegammo circa tre ore per arrivare in fondo al prato (“Sai, è un prato di rappresentanza, ci fa piacere che chi arriva abbia l’impressione di un luogo tranquillo e immerso nel verde”) e, superato un piccolo bosco, entrammo in un passaggio suburbano fatto di piccole villette rosa (“Sono gli interventi degli anni Sessanta, carini vero?”), attraversammo una sorta di grande villaggio medioevale con tanto di contadini baffuti in abiti tipici (“Sono qui dalla peste del 1348 e non si sono mai integrati, a volte purtroppo capita”) e infine, superato un ponte estremamente lungo ed estremamente stretto, ci fermammo su una piccola isola in mezzo a un grande fiume su cui era presente soltanto un grattacielo. La dottoressa Nardi mi fece presente che eravamo infine giunti al Ministero della Morte.

  • Il silenzio grande parla di case e di lutti. Parla di come i luoghi si impregnino della presenza delle persone fino a diventare inscindibili dal ricordo, portando con sé storie che quasi sembra di poter smarrire lontano da quelle mura. E dunque lasciare una casa vuol dire anche in qualche modo separarsi dalle persone che vi hanno vissuto, lasciare che i morti abitino solo la memoria, con il rischio di smarrirli tra gli inganni dei ricordi, senza più poterli evocare nelle stanze in cui li abbiamo incontrati giorno dopo giorno, anno dopo anno.

    I miei morti vivevano in una casa che non esiste più. Era vicino alla pineta davanti al mare, giù in Abruzzo, e nei sogni a volte la rivedo ancora lì, con gli occupanti di ieri ad attendermi oltre la porta di legno, oltre la scala di marmo che saliva al primo piano, che nell’infanzia era ricoperta da un tappeto rosso. Ora da qualche anno c’è un residence e solo la memoria e le foto mantengono l’immagine di quello che è stato, del balcone su cui correvo da bambino, della voce di mio nonno quando rientravo a casa, a Natale o in estate, dopo ore di viaggio arrivando da Firenze. Al piano terra, nel vecchio studio, scrissi poesie, un tempo, e in un altro tempo – avevo diciott’anni e l’entusiasmo di allora sembrava invadere il futuro prima di essere deluso da troppe tristezze – studiai Gadda su un libro universitario e mi dissi che in fondo il mondo non era così incomprensibile come pensava lui, ci doveva essere un modo semplice di spiegare tutto.

    Poco prima che la vecchia casa venisse venduta, ci tornai con la mia compagna – dopo molti anni, di nuovo ero felice e di nuovo mi sembrava di poter ritrovare in quel luogo la felicità dei giorni d’infanzia, che troppo spesso, nelle estati buie dei miei vent’anni, era stata cancellata dalla solitudine che sentivo, dalla sensazione che le speranze dell’adolescenza fossero svanite definitivamente e che l’età adulta non fosse altro che un rassegnarsi alla tristezza, al lento evaporare di tutto quello che avevo sognato. Ci affacciammo sulla grande terrazza, come avevo fatto, bambino, con mio nonno, tempo addietro. Mi parve di aver chiuso un cerchio e di lasciare quella casa con la felicità che mi aveva dato un tempo.

  • Ho uno splendido ricordo dei miei anni di specializzazione, terminati da poco. Nelle stanze della clinica ci si passavano i libri di fenomenologia, gli articoli di Parnas e gli scritti di Koukopoulos, ci si consigliavano a vicenda i testi sacri del post-razionalismo e della psicoanalisi, riconoscendo affinità con alcune posizioni e maggiori difficoltà con altre. A lezione passavamo dallo studio dei recettori e della farmacocinetica alla visione dei documentari sulla chiusura dell’Ospedale Psichiatrico Provinciale di San Salvi e al racconto del lavoro nei servizi. Penso che senza quegli anni e senza quella ricchezza un po’ caotica e quella spinta costante a esplorare non mi sarei appassionato a questo lavoro.

    In quegli anni, ricordo un libro di Piero Coppo, un’introduzione all’etnopsichiatria che mi permise di mettere un po’ di ordine nella molteplicità degli approcci. Coppo scriveva della necessità di rendersi conto dell’acqua in cui nuotiamo, di vedere la dimensione antropologica e culturale delle modalità di cura e quindi compresi – in modo talmente forte da farne l’oggetto della mia tesi di specializzazione – che dare un farmaco non significa solo fare una diagnosi e da essa trarre una prescrizione, bensì inserirsi in una dimensione ritualizzata della cura fatta di relazione, di una ricostruzione più o meno condivisa delle origini del disagio, di una condivisione di aspettative e metodi riguardo alla terapia. Questo metteva insieme un po’ tutto e mi permetteva di sentirmi molto meno scisso tra psicoterapia, farmacologia, modelli medici e territoriali. Coppo parlava dello psichiatra che, come lo sciamano o lo stregone, è in contatto con l’invisibile (l’invisibile dei recettori o l’invisibile del contesto sociale) e parlando con l’invisibile fa una diagnosi e dà una cura; vedendola in questo modo, anche i metodi apparentemente antitetici della psichiatria biologica e della salute mentale di comunità diventavano espressioni diverse di una stessa struttura di base in cui i pazienti convogliavano lo stesso dolore e le stesse aspettative, ansie, paure e gli psichiatri le stesse modalità ritualizzate di cura. Le letture successive di Fisher, Rovelli e Byung Chul-Han relative al rapporto tra la società contemporanea e il disagio individuale non hanno fatto che confermarmi in questa visione, così come le letture di Liotti e Safran e Muran sull’alleanza terapeutica e gli scritti di Calabrese sulla medicina narrativa.

    Oggi, dopo un anno di lavoro in ASL, non so di preciso che lavoro faccio, sentendomi di volta in volta più psichiatra sociale, psicoterapeuta, psichiatra aderente a modelli biologici, anche in base al paziente che ho davanti e alla sua lettura del disturbo. So però che in ogni momento sto facendo la stessa cosa, ossia accogliere un dolore secondo una modalità ritualizzata dalla società.

  • “Ti ricordi via Macrobio?/Qualche volta eri felice”. Nel sottofondo della sera pasquale Piero Ciampi canta gli addii non più evitabili, quelli in cui ci si illude di potersi aggrappare ai pochi ricordi che salvano, ignorando la marea che conduce a largo. Tra le dita ho una rosa dei venti, un giusto simbolo di questo anno di navigazione, diviso tra Firenze e la campagna, e tuttora non so se mi appartengano le strade di paese in cui spesso mi perdo a sera o le solitudini del centro, salendo verso Forte Belvedere, che hanno colorato questo come altri inverni. Penso di avere bisogno della nostalgia dell’altrove, di quel senso di non appartenenza che non si traduce mai nell’essere di un posto, anche lontano. Il mio posto ha il volto di alcune persone care e si concretizza quando sono accanto a loro, svanendo poi quando i sentieri dell’erranza mi conducono a passeggiate inquiete in una città che solo a sprazzi ho sentito mia o quando a sera si fa spazio la malinconia e la lascio entrare come una vecchia amica.

    Ho iniziato troppi libri e ne finisco troppo pochi. Forse dipende dal fatto che a volte leggo per dovere e mi trascino avanti per pagine e pagine senza riuscire ad ammettere di non essere interessato. Forse dipende dal tempo, dal pensare i giorni come nei primi mesi della pandemia o come nelle estati quando la scuola era finita e i libri scorrevano di cinquanta o cento pagine nei pigri pomeriggi in riva al mare o su una poltrona; ora di tempo ce n’è meno e forse anche comprare più volumi di quanti riuscirò mai ad aprirne è un’illusione di adolescenza, un altro tentativo di essere altrove.

    “Qualche volta eri felice”, canta Piero Ciampi – penso al suo tumore all’esofago, alla morte su un letto d’ospedale dimenticato da tutti, simile in parte al suicidio di Tenco nella notte sanremese, alla sua disperazione da poeta inascoltato. È quel “qualche volta” a farmi quasi piangere, quella possibilità della felicità che non basta ad annullare il fallimento di un rapporto, che lo rende anche più doloroso con la consapevolezza che sarebbe potuta andare altrimenti perché, appunto, qualche volta davvero era stato tutto diverso. Mi vengono in mente i miei “qualche volta”, gli sprazzi di felicità in rapporti ed esperienze nel complesso negativi e portano con sé l’ombra scura della colpa, dei “forse avrei dovuto fare diversamente”, “forse è dipeso da me”.

    La canzone scivola via nella notte e il tempo, come scrive Eliot, per le “cento indecisioni,/E per cento visioni e revisioni” si perde nella concretezza delle scelte fatte, nella serenità del luogo buono in cui mi trovo, nella musica di Joe Hisaishi che inizia a suonare in sottofondo. Mentre prendo in mano l’ennesimo libro da finire, mi viene da pensare che non ho rimpianti, che le occasioni perdute non sono altro che fantasticherie, il piacere di raccontarsi in modo diverso e di immaginarsi altro. Il piacere infantile di essere per un momento altro da ciò che si è, esplorando per un attimo mondi diversi per poi tornare nella confortevole stanza delle scelte che mi hanno reso felice.

  • Perché poi, sai, essenzialmente, penso che sia colpa della primavera, di questa primavera che mi fa pensare alle strade interrotte, a quello che avrebbe potuto essere e non è stato. Un po’ come un tempo, a scuola, quando studiavo la guerra di Spagna e immaginavo la vittoria dei repubblicani o pensavo a come sarebbe stata la Comune di Parigi senza la repressione. Dunque, questi giorni che accompagnano verso la fine di marzo riportano uno sguardo che è il tuo, ma sospeso nell’indefinitezza, come se non sapessi nulla di quello che abbiamo vissuto, di quello che è stato, della mia vigliaccheria, delle tue indecisioni, dei passi che progressivamente si sono allontanati e ci hanno condotto in universi che ormai non si toccano più. Ti capita di pensare a Democrito? Io a volte penso alle vicende degli uomini come agli atomi di Democrito, le nostre vite cadono verso il basso, in un vuoto senza fine e ogni tanto si scontrano tra loro; a volte, addirittura, rimangono fuse per qualche giorno, per qualche anno, per tutto il tempo a disposizione, ma spesso sono solo gli occhi di una passante, oltre la pioggia di un giorno di novembre, a restituire il rumore dell’urto breve tra le esistenze prima che ognuno riprenda a cadere nella sua solitudine. A volte, quando ti penso, mi viene anche da pensare che non rimpianga specificamente te, quello che è stato, quel tuo modo di sorridere davanti a una statua del museo archeologico, bensì un tempo in cui una strada era aperta, in cui vi erano più possibilità, in cui avrei potuto essere altro, in cui la morte – estremo esaurimento di ogni evolutività e trionfo dell’atto sulla potenza aristotelica – era più lontana. In fondo non so se la nostalgia delle occasioni non colte non parli in realtà del mio, del nostro desiderio di rimanere in attesa sulla porta, immersi in sogni di vicinanza, di unione, di perfezione, prima che il vento sul mare, nella navigazione, porti via ogni illusione e ci dica che no, non era possibile, come avete fatto a crederci?

    È sabato, alle porte della Pasqua. Attendo la resurrezione in compagnia del tuo fantasma, di altri fantasmi, degli altri atomi urtati e poi scomparsi, diretti verso universi paralleli che non incontrerò mai più. Uscendo di casa canticchio quella canzone di Brassens adattata da De André e mentre Firenze si riempie della folla dei giorni di festa, ti penso come “quella conosciuta appena/Non c’era tempo e valeva la pena/Di perderci un secolo in più”.