• Assenze

    A volte sembra
    essenzialmente
    che la strada sia fuggire
    fuggire in una notte con Miles che suona
    improvvisando
    dimenticando gli accordi
    scordando la vita.
    Era agosto, “So what” nel giradischi in corridoio
    mi parlavi di jazz nelle intercapedini delle stanze
    e la sera guardavamo
    Miles strafatto di coca negli anni Settanta
    – forse davvero
    volevamo improvvisare la vita
    – sul tavolo rimanevano
    le foto delle vacanze
    i libri letti altrove
    per immaginarsi altro.

    Siamo tornati qui
    l’odore della pioggia al mattino
    le automobili incolonnate su viale Petrarca
    e non c’è più tempo di leggere poesie
    e non c’è più gioia per suonare jazz
    e ci sembrava di aver smarrito tutto e invece
    sappiamo la fatica della strada percorsa.
    Sappiamo i bivi abbandonati, i volti lasciati ad attendere a Nasso
    quelli fatti entrare nelle sere d’autunno
    quando l’esuberanza dell’estate scolora nel tepore di stanze calde
    negli alberi ingialliti
    come le copertine dei vecchi dischi
    nella libreria di mio padre
    Black Sabbath, gli Stones,
    Miles.

    Ci accompagnano quieti
    i ricordi che siamo
    e non hanno posto le identità di ieri
    i vestiti che ci aderivano addosso dal mare alla stazione
    leggendo di lotta di classe mentre la vicina cantava
    del suo Argo morente nella stanza del veterinario
    senza vederla tornare per l’ultima volta.
    Non hanno posto le identità di ieri
    eppure siedono nei rimasugli della sera
    accoccolate sulla finestra, vicino al focolare
    mentre settembre uccide l’estate.

    A volte
    vorrei essere un ferroviere di Cuneo
    a cantare canzoni per i treni in partenza
    A volte
    vorrei che tu fossi qui
    che fosse dicembre
    che i giorni che ci separano fossero al termine
    A volte
    vorrei guardare il tuo volto
    come stanotte che la tua nave è smarrita
    come stanotte che mi manchi
    come stanotte che non ci sei.

  • “Le ho detto che era un bel nome
    E lo sai cosa mi ha detto?
    Mi ha detto che tutti i nomi belli sono tristi”

    J.Fosse, Sogno d’autunno

    Settembre e le prime avvisaglie dell’autunno riportano a Jon Fosse, all’essenzialità di poche parole che punteggiano lo scorrere del tempo nello spazio onirico del cimitero di Sogno d’autunno, tratteggiando le vite come i monologhi di Virginia Woolf nelle Onde, in cui il racconto di un viaggio in treno sintetizzava una crescita, o come le stagioni nel Paese delle nevi di Kawabata. Sogno d’autunno mi è sempre sembrato un testo sulla precarietà della vita, dei rapporti, degli affetti, con la sua idea che gli anni passino troppo velocemente per poter cristallizzare la felicità di un momento o di una vicinanza, rileggendolo oggi mi rendo conto che è anche (e forse soprattutto) un testo sull’amore, su quell’amore che forse, come scrive Fosse, salva i morti. E, infatti, quello che rimane alla fine dell’opera, oltre i decessi di uno dei protagonisti, dei genitori e dei figli, oltre i divorzi, è l’amore tra i due personaggi principali, di cui seguiamo lo svolgersi dal primo incontro su una panchina del cimitero fino all’ultimo saluto sempre nello stesso luogo.

    Leggere Fosse in questi giorni di inizio settembre, i suoi personaggi in bilico tra la vicinanza e il tempo che allontana e fa perdere, mi restituisce ogni volta qualcosa della mia malinconia d’autunno, quando assisto l’esaurimento delle infinite potenzialità dell’estate e osservo quello che rimane dopo lo spegnersi della bella stagione. Oggi, riprendendolo in mano, vi ritrovo anche un possibile rimedio alla percezione che qualcosa si perda irrimediabilmente alle porte di settembre e che la strada, che fino a ieri sembrava poter mutare direzione in ogni momento, si fissi in una necessità immutabile. Il rimedio, forse, è negli affetti, nelle emozioni, nei ricordi, nella percezione che comunque il viaggio dentro altre identità, l’incontro con altri volti, ci abbia cambiato in un modo che impedisce di tornare esattamente al punto di partenza. E, dunque, il luogo usato appare in realtà diverso, perché colui che lo visita non è più lo stesso, come il cimitero che fa da sfondo all’intero dramma di Fosse in realtà assume valenze sempre diverse perché i personaggi che vi si incontrano stanno attraversando fasi differenti dell’esistenza e hanno fatto incontri diversi, amandosi, separandosi, facendo figli e vedendoli morire.

    La stabilità dei luoghi sembra contrapporsi all’instabilità dell’identità, che, come scrivono Marraffa e Meini, si deve inventare ogni giorno in un mondo in cui i ruoli non sono più definiti in modo rigido dalla società. Dunque, sono qui, dove settembre inizia con la sua malinconia d’autunno. Di nuovo è tempo di reinventarsi, di ricostruire, di riconoscersi. Userò i volti che sono stato quest’estate, forse, o forse ne troverò di nuovi da indossare. Sul tavolo, rimane Fosse, che mi accompagna da anni. Anche i suoi drammi, come il cimitero di Sogno d’autunno, hanno un significato diverso ogni volta che la vita mi conduce a rileggerli. In questi giorni di settembre, stranamente, sembrano parlare di speranza.

    Avevo buttato giù alcune di queste righe dopo aver letto di nuovo “Sogno d’autunno” di Jon Fosse a settembre. L’assegnazione del premio Nobel al drammaturgo norvegese mi ha spinto a riprenderle e a completare il pensiero, con la felicità di sapere che l’autore di parole che spesso mi hanno accompagnato e tuttora mi accompagnano lungo la strada abbia ottenuto un riconoscimento così importante.

  • Di fronte al mare, la felicità è un’idea semplice, scrive Izzo in Chourmo. Il pomeriggio adriatico sembra dare forma a quella frase alimentandosi di ricordi e di stati d’animo. È stato, tra gli altri, Siegel, se non ricordo male, a osservare che l’identità come risultato di una somma successiva (e costruttiva) di esperienze non sia che un’illusione e che possiamo pensarci piuttosto come una raccolta di stati mentali, che possono essere attivati o riattivati dalle giuste condizioni ambientali o relazionali. Sulle sponde dell’Adriatico, nell’immersione nelle acque, così simile anno dopo anno, la condizione della mente che emerge ha per me una sua specificità e mi collega all’inquieta esplorazione letteraria dei diciott’anni, quando la poetica gaddiana sembrava dare la chiave di lettura definitiva sul mondo, ai ricordi familiari smarriti nelle vie del paese, alle memorie del tempo immobile dell’infanzia, che d’estate si cristallizzava ulteriormente tra queste strade e lungo la battigia per lasciare solo sensazioni, volti, immagini disordinate, che affiorano come i frammenti di Combray nel primo libro della Recherche.

    Dunque, tornare qui è essere altro, è creare una discontinuità. Di fronte al mare si può essere marginali. Marginali rispetto ai luoghi, qui sulla riva dove non ci sono strade da percorrere, solo terre al di là dal mare da immaginare, marginali rispetto al tempo, in cui si sovrappongono passato e presente e i ricordi hanno la stessa consistenza del vento della sera, marginali rispetto a se stessi, perché nella lontananza da ciò che di solito definisce i propri confini identitari si può lasciare l’Io fluttuare e recuperare l’attualità di modi di essere che sembravano persi. Qui, al margine, la felicità è negli istanti, nello sciabordare dell’acqua al tramonto, nell’affollamento delle strade del centro dopo cena, nella conclusione di uno di quei libri che si erano persi in un angolo dello scaffale, sempre rimandati ad occasioni migliori e che ora trovano uno spazio nelle pigre mattine d’agosto vicino al mare.

    Di fronte al mare, la felicità è un’idea semplice, scrive Izzo. Qui al margine, la felicità è un’idea semplice, mi viene da pensare mentre la sera scende e penso a quel libro di Magris sul margine letto anni fa in un altro luogo sottratto al rumore dello scorrere del tempo, il giardino delle rose, sotto al Piazzale, penso che vorrei immergermi nel mare al tramonto come Fabio Montale a Marsiglia, ma il vento freddo sembra sconsigliarlo. Mentre guardo il cielo, i pensieri si diradano e mi sembra di diventare puro sguardo, solo un punto di vista senza storia o memoria. Domani, è di nuovo tempo di partire.

  • Congedo

    Stasera finisce tutto
    o forse
    una piccola parte
    ho giocato con l’anima come se non avesse importanza
    e mi sono creduto capitano
    della mia nave di sabbia.
    Sono stato qui e altrove e a volte
    ho dimenticato su una sedia il volto usato
    nei convenevoli di ogni giorno, nella serietà dell’età
    che lascia morire a terra le possibilità non colte
    lo sguardo di un musicista, la voce di un professore
    un autobus notturno in partenza per Vienna.
    A volte,
    l’Adriatico lasciava sulle rive i residui dei ricordi
    ributtati indietro dalla marea del tempo
    dalla fallacia del tempo lineare che sempre avanza
    che mai arretra
    che mai si ferma.
    Stasera evoco ancora i miei fantasmi
    come un collezionista che raccoglie
    la luce di stelle morte
    da milioni di anni, lontano, in un fazzoletto di universo
    e poi si commuove sui documentari sulla protesta
    sessantotto settantasette non so più
    compagni, abbiamo perso e lo sapete
    riprendiamo la lotta
    – corri, compagno, il vecchio mondo ti è dietro.

    Corri, compagno
    che il vecchio mondo ti insegue
    e il vecchio mondo ha il tuo volto
    e il vecchio mondo ha il tuo nome
    e ti guarda fallire
    Corri, compagno
    che ti rubano i giorni
    che ti annegano i sogni
    che ti incatenano a un tavolo
    a dipingere il vuoto
    Corri, compagno
    che scrivere è resistenza
    contro il tempo che fugge
    contro il senso che sfugge
    contro il nulla degli anni
    a coltivare tristezza
    Corri, compagno
    che scrivere è dare spazio
    al silenzio di un teatro
    prima e dopo la recita
    a un sorriso raccolto
    una sera in Santo Spirito
    ai ricordi che legano
    a queste sponde adriatiche.

    Ma stasera finisce tutto
    mi congedo solenne
    dal chiacchiericcio delle madri e dai pianti dei bambini
    dall’acqua al tramonto che è calda a toccarla
    dal treno taciturno nascosto dietro la pineta.
    Mi immergo per l’ultima volta con i miei ricordi
    con i volti con cui ho giocato in questo lungo carnevale
    e non sono che uno sguardo nell’utero del mare
    non sono più che qui, ora, nel tepore della sera
    e la mia storia è sulla spiaggia con ogni storia
    nella borsa degli asciugamani, tra il telefono e il libro
    la indosserò tornando a casa o domani prima di uscire
    stasera si parte per mare
    stasera si parte
    per diventare nulla.

  • Breviario

    I

    Fuori dalla stazione
    annuncio ritardo: il treno regionale 4210 per Pescara arriverà con un ritardo stimato di quindici minuti –
    si scusano per il ritardo
    nella piazza una fontana a meridiana, un orologio che lampeggia
    un palloncino attraversa la strada
    tra i piedi dei passanti
    diretti verso treni
    che non giungeranno, non ancora.
    Oltre il binario
    treno in transito al binario 1 allontanarsi dalla linea gialla –
    la spiaggia
    il mare disegna figure d’infanzia
    e di nuovo l’estate
    è il luogo e il tempo di leggere romanzi
    di inseguire Tolstoj lungo le strade del centro affollate per il mercato
    quando l’adolescenza scopre il mondo
    prima che il cielo cada sulle speranze dei vent’anni.

    II

    Dicono che pioverà
    tra le cinque e le sei
    da tempo
    incontro di rado la mia solitudine
    da tempo
    non penso più alla morte
    da tempo
    a volte sono felice.
    Tra le cinque e le sei piove
    nella gelateria fa freddo
    sembra autunno
    mentre ritirano i tendoni zuppi d’acqua
    mentre portano dentro le sedie
    mentre si fanno i piani per l’avvenire
    case stipendi auto matrimoni
    speriamo nessuna malattia
    speriamo.

    III

    La grande casa sul viale
    non mi appartiene più
    le sue pareti bianche
    non sono le mura su cui bambino
    mi ferii cadendo in una curva in bicicletta
    né i suoi balconi stretti
    l’ampia terrazza su cui leggevo Pirandello
    mi immergevo in Montale
    o nei Russi
    a diciott’anni
    più o meno.
    E i volti sono i volti di altre storie
    le voci sono le voci di altri luoghi
    niente di personale qui
    in questo residence
    abbandonato anche dai miei fantasmi
    che tornano a volte in sogno
    per lo spazio di un caffè
    o di un ricordo d’infanzia.

    IV

    Sulla via del ritorno
    tre bagnanti che giocano
    il sole sulla strada
    filtrato dai pini
    il vento è quello di sempre
    come il rumore del mare d’estate.
    Lontano, le nuvole
    sono isole perdute al largo
    vicino, i ricordi
    sono evocazioni dell’invisibile
    delle esalazioni del tempo
    lungo i brividi della pelle.

  • Melancholia

    Terapia: Delorazepam 5 mg endovena, Clomipramina 25 mg endovena. Stato clinico: catatonica, non responsiva. Flexibilitas cerea. Colloquio impossibile.

    E forse fu un amore finito
    forse la monotonia del tempo che spegneva il cielo
    forse Fukuyama sparito all’alba con i giorni a venire
    – perché il presente è bellissimo diceva
    perché non abbiamo bisogno di futuro
    – ma senza futuro non c’è antidoto alla malinconia di oggi
    nessuna rivoluzione contro la tristezza delle ore immobili
    e si rimane seduti ad attendere l’apocalisse
    e la fine del mondo è paura e speranza.

    Al porto
    quando fu ora di partire
    le navi furono respinte dal vento.
    In un letto caldo di ricordi d’infanzia
    Ifigenia rimase immobile come se lo sguardo di Medusa
    si fosse insinuato nelle sue fantasie notturne
    di salpare sull’Adriatico con una barca diretta a Venezia
    di costeggiare l’Albania e l’Istria risalendo verso Nord
    con il sole riflesso nell’azzurro madreperlaceo delle acque
    e le voci degli approdi accentate in croato in italiano
    per raccontare il tramonto
    in lingue diverse.

    Goccia a goccia, nella solitudine della stanza
    nella malinconia del tempo che smise di passare
    Clomipramina 50 mg, Delorazepam 5 mg
    lo sguardo fisso sulle crepe del soffitto
    fuori nel porto bonaccia o venti avversi.
    Qualcuno parlò della rabbia degli Dei
    ma forse era solo stanchezza per la fine di tutto
    forse solo tristezza per un’altra guerra ad est
    forse solo rabbia per non poter partire
    senza attendere la morte giorno dopo giorno
    buttati dietro un mitra una notte in Asia Minore
    per i capricci di Menelao prima delle elezioni
    per difendere la patria dall’assalto di nessuno.

    Di notte
    nella stanza al secondo piano rumoreggiavano gli aerei
    persi in voli inconsistenti senza città da bombardare
    – dalla vena nell’incostante flusso del sangue entravano
    Clomipramina 50 mg, Delorazepam 5 mg
    paziente parzialmente responsiva, a tratti colloquiante
    dall’anima uscivano
    i sogni di un tempo ammuffiti in soffitta
    i passi perduti in un corridoio in attesa
    le frasi fatte sottolineate sul dizionario di greco
    e un libro di Tolstoj lasciato a metà
    mentre Musil attendeva un’altra giovinezza
    o un’estate infinita dopo la fine del liceo.
    Di notte
    le luci delle navi affogavano nella bonaccia
    e i marinai del porto pregavano il vento
    di rimanere nel silenzio dei monaci sui monti
    chiusi nella contemplazione del mistero di Dio
    Di giorno
    i medici aggiornavano le cartelle e i farmaci
    Clomipramina 75 mg, Delorazepam 5 mg
    riesce ad alzarsi, si avvicina alla finestra
    nega effetti collaterali
    riceve visite
    – in piazza le mogli dei soldati
    sognavano che la tristezza salvasse il mondo
    per rinchiudere la malinconia tra le mura di una stanza
    per non attendere per anni
    un telegramma di poche righe
    – suo marito caduto stop la patria ringrazia.

    Quando il vento placò i flutti, in un giorno di aprile
    andarono a cercarla nella sua stanza di bambina
    il letto era rifatto e le bambole di un tempo
    rimanevano ad attendere sull’orlo della finestra
    – sui giornali si parlò
    di un sacrificio agli Dei
    di un matrimonio segreto
    di un volo con Artemide verso una terra lontana.
    Ma chi sapeva tacque il suo breve sorriso
    sul far della sera nelle strade del porto
    tra i colori vivaci delle case dei pescatori
    e le acque chiare intorno al faro.
    Ma chi sapeva tacque i suoi capelli legati
    il suo libro di Musil
    il suo biglietto per Spalato
    il suo volto inghiottito dall’orizzonte al tramonto.
    Rimasero un letto rifatto
    una flebo vuota
    la cartella clinica aperta
    su un’ultima pagina da inventare.
    Dalla terrazza, lontano
    le onde del Mediterraneo lavavano via
    il sangue i farmaci la memoria
    Dalle navi, vicino
    i canti di guerra
    dicevano la nostalgia
    di una stanza sul mare.
    Il bambino sulla sponda
    lasciò scivolare la sabbia sulle acque
    e la morte sbiadì come un sogno dell’alba
    come un sogno ricordato per un attimo nella solitudine del vento sottile
    e poi rimpianto
    nelle avvisaglie della sera.

  • Una volta, facendo un vaccino, il medico mi disse che, a suo avviso, la vita procedeva per progressive potature, per progressivi passaggi della potenza all’atto che facevano sì che le scelte possibili fossero sempre meno e il percorso esistenziale fosse sempre più determinato, sempre meno libero. Allora mi parve una visione forse angosciante, ma plausibile, anche se ritenevo di aver mantenuto una certa coerenza con me stesso nel corso del tempo. Alla fine dei miei anni di formazione, poi, lessi del dibattito sull’identità e scoprii che molti filosofi ritenevano invece che tutte le strade fossero sempre aperte, che la percezione di un percorso lineare che aveva condotto al punto preciso in cui eravamo non era che una confabulazione, un racconto della mente a se stessa per dare senso e stabilità al caos dei ricordi e delle percezioni. L’identità, scrivevano Ricoeur e lo psicologo McAdams, è un’identità narrativa, non è che un racconto che facciamo agli altri e a noi stessi, una restituzione di coerenza a posteriori al sogno della vita. Secondo i sociologi, poi, scoprii, l’identità dipendeva dal contesto sociale e relazionale, un po’ come sosteneva quel mio insegnante di teatro che diceva che non c’era niente da recitare, perché abbiamo in noi anche un assassino o un traditore, basta trovarsi nel giusto contesto con le giuste motivazioni.

    Nel libro di Claire Marin, “La fine degli amori”, che in realtà in originale si intitola “Ruptures” e a ragion veduta, visto che non parla solo di distacchi affettivi, ho ritrovato molto di quelle pagine sul senso che diamo a noi stessi, delle osservazioni lette e sperimentate di come possiamo essere diversi stando con persone diverse, di come situazioni che ci riportano all’infanzia possano riprodurre in noi i vissuti che avevamo da bambini – come in questi giorni, in Abruzzo, in quella Balbec in minore dove ho trascorso le vacanze fin da piccolo e dove a volte mi sento come allora. Certo, è un libro che parla anche di come gli slittamenti dell’identità, siano essi legati a cambiamenti voluti o necessari per la fine di rapporti affettivi, possano fare male, ma leggerlo mi restituisce quel senso di libertà che le parole malinconiche del medico, allora, sembravano sottrarre. Siamo tutto quello che siamo stati, sembrano dire queste pagine, e saremo anche altro incontrando altre persone e vivendo altre situazioni. Certamente, siamo in parte vincolati dai percorsi esistenziali, ma possiamo in ogni momento scoprirci o inventarci diversi.

  • I

    Il meteo delle diciotto annuncia pioggia sul litorale. Un’intervista di Telemaco al telegiornale ricorda il padre disperso anni prima. Un sostenitore di Agamennone difende le ragioni della guerra di Troia, contestata dagli universitari in piazza a Micene. Intanto si è fatta notte e la televisione suona in lontananza. Indistinta.

    La notte attraverso i vetri
    ha il suono del mare in burrasca
    del vento
    della pioggia.
    Nella sala grande raccontiamo storie
    alla luce pallida di una lampada
    – il re riposa nella sua stanza al terzo piano
    e Nausicaa, lo sguardo dei quindici anni
    inquieto nella penombra della tempesta d’estate
    forse attende una partenza
    un treno per il nord per la Svizzera italiana
    e in un pomeriggio stanco dietro una pinta di birra
    la voce di un Kerouac stonato oltre il rumore della stazione
    oltre i vagoni che sfrecciano
    senza fermarsi mai.

    II

    Ricordo un pomeriggio di settembre – Odisseo aveva appena disertato e il giorno del sacrificio l’indovino annunciò la fine dei giorni incerti. Sarebbe giunto uno straniero dopo una notte di tempesta e avrebbe spiegato tutto, mettendo insieme i pezzi infranti delle nostre storie senza senso. Da allora lo attendo. Lo attendiamo tutti, quando il mare è in burrasca.

    Da molti anni, nelle notti di tempesta
    attendiamo uno straniero venuto dalle onde
    attendiamo
    che porti via dagli occhi la tristezza del tempo immobile
    che porti via dal cuore l’angoscia della fine
    che porti via dalle mani la solitudine
    di centinaia di sere a raccontarsi la vita senza trovare un senso
    ad aspettare alla stazione un treno che non si ferma
    ad illuminare con la lampada le speranze deluse.
    Attendiamo
    come abbiamo atteso Dio un tempo nel deserto
    quando ancora il respiro dei giorni
    raccontava di una terra lontana circonfusa di bellezza
    del latte dei sogni
    oggi il signor Godot lavora alla reception, nell’albergo in piazza
    – la sera scende in strada fumando la pipa
    saluta i passanti di ritorno dal mercato
    e non promette giorni felici, né attende altro
    che il giorno della paga, mese dopo mese
    e il sorriso di un tempo è una piega del volto
    un’ombra sottile nelle mattine d’estate.

    III

    Nella sala grande il rumore della pioggia si dirada. Dalla strada una radio suona Elton John. Hold me closer, tiny dancer…

    Tienimi stretto
    che la notte è lunga
    che il mondo sta per finire
    che ci siamo annoiati del gioco della guerra
    che quello degli eroi è un mestiere di un giorno.
    Nausicaa, ascolta:
    Achille aveva vent’anni
    non voleva uccidere né morire
    si nascose in un’isola vestito da donna
    lo trovarono
    e al fronte
    lo videro ammazzare
    lo videro cadere
    un eroe, dissero
    un eroe di vent’anni
    un volto di vent’anni nella piazza di Micene
    su manifesti ingialliti alzati verso il cielo
    dai giovani in rivolta contro la leva obbligatoria
    contro la guerra di Menelao per una vendetta personale
    contro gli eroi di vent’anni nella polvere di Troia
    le foto d’infanzia nei ricordi in televisione.

    IV

    Telemaco nell’intervista ha la giacca azzurra e la cravatta del padre. È sorpreso, dice, che, tutti questi anni dopo la diserzione e la fuga, Odisseo sia diventato uno dei simboli della protesta, l’uomo che, costruendo un cavallo di legno, si fa lasciare sulla spiaggia dicendo che risolverà l’assedio e poi si consegna ai nemici in cambio di un biglietto per una nave destinata alla deriva. “Non penso che sia stato un eroe – dice – Gli eroi sono quelli che muoiono per la patria. Come Achille”.

    Nella schiuma del mare del primo mattino
    Odisseo alzò la testa tra i residui del naufragio.
    Quando dischiuse la gola per chiamare aiuto
    aprì la bocca e nel silenzio dei gabbiani
    la sua voce fu muta nel risuonare delle onde.
    Lo videro giungere, testimone senza suono dell’interezza del tempo
    – nella piazza grande
    a sera
    si cantava la tradotta che parte da Torino
    e a Milano non ferma più
    e la va diretta al Piave
    cimitero della gioventù
    nella sala grande
    a sera
    si cantava Elton John
    hold me closer, tiny dancer
    tienimi stretto
    ora che ho tradito
    ora che ho fallito
    ora che il mondo è finito
    ora che mi sono smarrito.

  • Non so quando è stato che ho smesso di leggere romanzi. Forse il punto di passaggio è stato l’inizio della specializzazione, la necessità di formarsi, studiare, leggere per dare ordine a una costellazione di volti, voci e situazioni che conoscevo poco e in cui faticavo a orientarmi. Forse è stato il bisogno, poi, di inquadrare ciò che osservavo in un contesto sociale e culturale, in un frangente storico, per riuscire a passare dall’individuale al collettivo. Comunque sia, se per molti anni la letteratura di finzione era stata per me la principale modalità di accesso alla comprensione del reale, da un lustro ho iniziato a costruire uno sguardo sul presente e sul passato attraverso la saggistica, con rare intrusioni nell’universo romanzesco.

    Mi ha dunque molto colpito la lettura di “Alla linea” di Ponthus, autore scoperto quasi per caso in una delle mie esplorazioni estive in cui mi perdo nelle librerie. Mi ha colpito perché mi ha restituito quella capacità della letteratura e della poesia di dare uno sguardo immediato e sintetico di una realtà complessa – la frammentazione e la precarizzazione del lavoro nel mondo contemporaneo, il persistere della fabbrica e delle dinamiche marxiane di alienazione, una certa dimensione totalizzante e usurante propria di molte occupazioni nel mondo contemporaneo che invadono la vita fino a rendere impossibile qualsiasi evasione (“un testo – scrive Ponthus – sono due ore/due ore rubate al mangiare alla doccia alla passeggiata del cane”). E mi ha colpito la capacità di restituire alla letteratura e alla poesia quella dimensione di resistenza che avevo amato nei testi di Izzo, nella loro rivendicazione di spazi di umanità in una contemporaneità sempre più conflittuale. E poi, il verso libero, la poesia che esce dal ritiro nell’interiorità tanto sperimentato nell’ultimo trentennio per farsi di nuovo carne, dolore, protesta, come nei versi di Hugo, di Aragon, di Majakovskij.

    La trama è apparentemente semplice – Ponthus, trasferitosi da Parigi per seguire la moglie, deve abbandonare la sua occupazione nel sociale per andare a lavorare in fabbrica come interinale. Eppure, in questo libro ho trovato un universo di volti e di storie spesso racchiusi in pochi versi o in poche pagine con estrema precisione, vicino in qualche modo alla costellazione di vicende che si trova inframezzata alla trama principale in romanzi-mondo come “Cent’anni di solitudine” o “Guerra e pace”. Il vissuto della fabbrica non ê mai limitato alla dimensione soggettiva, si nutre di relazioni, di conversazioni, di storie, costruendo l’immagine vivida di un destino collettivo, il destino di chi, come la Vincenzina della canzone di Jannacci, guarda la fabbrica “come se non c’è altro che fabbrica”.

    Non so quando è stato che ho smesso di leggere romanzi. Non so quando è stato che ho smesso di entusiasmarmi per un romanzo al punto di rimpiangerne la fine. Con questo libro di Ponthus è successo.

  • Piani adriatici

    Sulla battigia, ai confini del mare
    i bagnini si danno le consegne
    come in reparto alle quattordici, o prima, o dopo
    si raccontano le storie, i matrimoni, le sfortune.

    Forse parlano dell’acqua, della temperatura, del meteo
    o forse di nulla o di poco, della serata prima, del sonno perduto
    e io sono una figura sullo sfondo, in un angolo della spiaggia
    – il libro in mano parla di lotta di classe
    qui
    qui dove tutto è immobile da sempre
    qui dove il mare sempre ricomincia andando e venendo stagione dopo stagione
    senza sapere niente di Maggie Thatcher
    – non c’è società solo individui –
    delle reti che si sfrangiano lasciandoci soli
    delle identità collettive che si sfaldano
    e di colpo nel buio di una camera in città
    non attendiamo più che qualcuno entri
    solo Tom Hobbes che sussurra in un angolo
    odia il prossimo tuo come te stesso.

    Sull’Adriatico
    dove gli individui si smarriscono nel rumore delle onde
    le storie e le vite si sospendono
    in un presente che è passato, in un futuro assente
    in un meriggio che non ha altro scopo che condurre a sera
    e ogni giorno non ha senso che in se stesso.

    Sul comodino un altro libro, da leggere all’alba
    – il passato non serve più per costruire il futuro
    dice
    tutto è confuso nella nebbia del presente.
    Sullo sfondo
    Fukuyama si immerge nelle acque di agosto
    proclamando una bellezza che non salverà il mondo
    sulla spiaggia i bagnini si danno il cambio
    raccontando parole che non sentirò mai
    ovunque l’Adriatico, dove la storia non inizia
    nelle pieghe del mare, nel rumore delle onde, nei gesti ripetitivi
    anno dopo anno.

    Nelle mani, raccolta l’acqua della riva che scivola tra le falangi tra le dita
    ritrovo
    quello che i giorni hanno sottratto
    i pensieri, le speranze, la lotta di classe, il futuro
    quello che i giorni hanno dato
    la tristezza, la malinconia, la disperazione
    e il vuoto che rimane ha il rumore del mare
    e un sorriso fugace
    nelle increspature del tempo.