• Melancholia

    Terapia: Delorazepam 5 mg endovena, Clomipramina 25 mg endovena. Stato clinico: catatonica, non responsiva. Flexibilitas cerea. Colloquio impossibile.

    E forse fu un amore finito
    forse la monotonia del tempo che spegneva il cielo
    forse Fukuyama sparito all’alba con i giorni a venire
    – perché il presente è bellissimo diceva
    perché non abbiamo bisogno di futuro
    – ma senza futuro non c’è antidoto alla malinconia di oggi
    nessuna rivoluzione contro la tristezza delle ore immobili
    e si rimane seduti ad attendere l’apocalisse
    e la fine del mondo è paura e speranza.

    Al porto
    quando fu ora di partire
    le navi furono respinte dal vento.
    In un letto caldo di ricordi d’infanzia
    Ifigenia rimase immobile come se lo sguardo di Medusa
    si fosse insinuato nelle sue fantasie notturne
    di salpare sull’Adriatico con una barca diretta a Venezia
    di costeggiare l’Albania e l’Istria risalendo verso Nord
    con il sole riflesso nell’azzurro madreperlaceo delle acque
    e le voci degli approdi accentate in croato in italiano
    per raccontare il tramonto
    in lingue diverse.

    Goccia a goccia, nella solitudine della stanza
    nella malinconia del tempo che smise di passare
    Clomipramina 50 mg, Delorazepam 5 mg
    lo sguardo fisso sulle crepe del soffitto
    fuori nel porto bonaccia o venti avversi.
    Qualcuno parlò della rabbia degli Dei
    ma forse era solo stanchezza per la fine di tutto
    forse solo tristezza per un’altra guerra ad est
    forse solo rabbia per non poter partire
    senza attendere la morte giorno dopo giorno
    buttati dietro un mitra una notte in Asia Minore
    per i capricci di Menelao prima delle elezioni
    per difendere la patria dall’assalto di nessuno.

    Di notte
    nella stanza al secondo piano rumoreggiavano gli aerei
    persi in voli inconsistenti senza città da bombardare
    – dalla vena nell’incostante flusso del sangue entravano
    Clomipramina 50 mg, Delorazepam 5 mg
    paziente parzialmente responsiva, a tratti colloquiante
    dall’anima uscivano
    i sogni di un tempo ammuffiti in soffitta
    i passi perduti in un corridoio in attesa
    le frasi fatte sottolineate sul dizionario di greco
    e un libro di Tolstoj lasciato a metà
    mentre Musil attendeva un’altra giovinezza
    o un’estate infinita dopo la fine del liceo.
    Di notte
    le luci delle navi affogavano nella bonaccia
    e i marinai del porto pregavano il vento
    di rimanere nel silenzio dei monaci sui monti
    chiusi nella contemplazione del mistero di Dio
    Di giorno
    i medici aggiornavano le cartelle e i farmaci
    Clomipramina 75 mg, Delorazepam 5 mg
    riesce ad alzarsi, si avvicina alla finestra
    nega effetti collaterali
    riceve visite
    – in piazza le mogli dei soldati
    sognavano che la tristezza salvasse il mondo
    per rinchiudere la malinconia tra le mura di una stanza
    per non attendere per anni
    un telegramma di poche righe
    – suo marito caduto stop la patria ringrazia.

    Quando il vento placò i flutti, in un giorno di aprile
    andarono a cercarla nella sua stanza di bambina
    il letto era rifatto e le bambole di un tempo
    rimanevano ad attendere sull’orlo della finestra
    – sui giornali si parlò
    di un sacrificio agli Dei
    di un matrimonio segreto
    di un volo con Artemide verso una terra lontana.
    Ma chi sapeva tacque il suo breve sorriso
    sul far della sera nelle strade del porto
    tra i colori vivaci delle case dei pescatori
    e le acque chiare intorno al faro.
    Ma chi sapeva tacque i suoi capelli legati
    il suo libro di Musil
    il suo biglietto per Spalato
    il suo volto inghiottito dall’orizzonte al tramonto.
    Rimasero un letto rifatto
    una flebo vuota
    la cartella clinica aperta
    su un’ultima pagina da inventare.
    Dalla terrazza, lontano
    le onde del Mediterraneo lavavano via
    il sangue i farmaci la memoria
    Dalle navi, vicino
    i canti di guerra
    dicevano la nostalgia
    di una stanza sul mare.
    Il bambino sulla sponda
    lasciò scivolare la sabbia sulle acque
    e la morte sbiadì come un sogno dell’alba
    come un sogno ricordato per un attimo nella solitudine del vento sottile
    e poi rimpianto
    nelle avvisaglie della sera.

  • Una volta, facendo un vaccino, il medico mi disse che, a suo avviso, la vita procedeva per progressive potature, per progressivi passaggi della potenza all’atto che facevano sì che le scelte possibili fossero sempre meno e il percorso esistenziale fosse sempre più determinato, sempre meno libero. Allora mi parve una visione forse angosciante, ma plausibile, anche se ritenevo di aver mantenuto una certa coerenza con me stesso nel corso del tempo. Alla fine dei miei anni di formazione, poi, lessi del dibattito sull’identità e scoprii che molti filosofi ritenevano invece che tutte le strade fossero sempre aperte, che la percezione di un percorso lineare che aveva condotto al punto preciso in cui eravamo non era che una confabulazione, un racconto della mente a se stessa per dare senso e stabilità al caos dei ricordi e delle percezioni. L’identità, scrivevano Ricoeur e lo psicologo McAdams, è un’identità narrativa, non è che un racconto che facciamo agli altri e a noi stessi, una restituzione di coerenza a posteriori al sogno della vita. Secondo i sociologi, poi, scoprii, l’identità dipendeva dal contesto sociale e relazionale, un po’ come sosteneva quel mio insegnante di teatro che diceva che non c’era niente da recitare, perché abbiamo in noi anche un assassino o un traditore, basta trovarsi nel giusto contesto con le giuste motivazioni.

    Nel libro di Claire Marin, “La fine degli amori”, che in realtà in originale si intitola “Ruptures” e a ragion veduta, visto che non parla solo di distacchi affettivi, ho ritrovato molto di quelle pagine sul senso che diamo a noi stessi, delle osservazioni lette e sperimentate di come possiamo essere diversi stando con persone diverse, di come situazioni che ci riportano all’infanzia possano riprodurre in noi i vissuti che avevamo da bambini – come in questi giorni, in Abruzzo, in quella Balbec in minore dove ho trascorso le vacanze fin da piccolo e dove a volte mi sento come allora. Certo, è un libro che parla anche di come gli slittamenti dell’identità, siano essi legati a cambiamenti voluti o necessari per la fine di rapporti affettivi, possano fare male, ma leggerlo mi restituisce quel senso di libertà che le parole malinconiche del medico, allora, sembravano sottrarre. Siamo tutto quello che siamo stati, sembrano dire queste pagine, e saremo anche altro incontrando altre persone e vivendo altre situazioni. Certamente, siamo in parte vincolati dai percorsi esistenziali, ma possiamo in ogni momento scoprirci o inventarci diversi.

  • I

    Il meteo delle diciotto annuncia pioggia sul litorale. Un’intervista di Telemaco al telegiornale ricorda il padre disperso anni prima. Un sostenitore di Agamennone difende le ragioni della guerra di Troia, contestata dagli universitari in piazza a Micene. Intanto si è fatta notte e la televisione suona in lontananza. Indistinta.

    La notte attraverso i vetri
    ha il suono del mare in burrasca
    del vento
    della pioggia.
    Nella sala grande raccontiamo storie
    alla luce pallida di una lampada
    – il re riposa nella sua stanza al terzo piano
    e Nausicaa, lo sguardo dei quindici anni
    inquieto nella penombra della tempesta d’estate
    forse attende una partenza
    un treno per il nord per la Svizzera italiana
    e in un pomeriggio stanco dietro una pinta di birra
    la voce di un Kerouac stonato oltre il rumore della stazione
    oltre i vagoni che sfrecciano
    senza fermarsi mai.

    II

    Ricordo un pomeriggio di settembre – Odisseo aveva appena disertato e il giorno del sacrificio l’indovino annunciò la fine dei giorni incerti. Sarebbe giunto uno straniero dopo una notte di tempesta e avrebbe spiegato tutto, mettendo insieme i pezzi infranti delle nostre storie senza senso. Da allora lo attendo. Lo attendiamo tutti, quando il mare è in burrasca.

    Da molti anni, nelle notti di tempesta
    attendiamo uno straniero venuto dalle onde
    attendiamo
    che porti via dagli occhi la tristezza del tempo immobile
    che porti via dal cuore l’angoscia della fine
    che porti via dalle mani la solitudine
    di centinaia di sere a raccontarsi la vita senza trovare un senso
    ad aspettare alla stazione un treno che non si ferma
    ad illuminare con la lampada le speranze deluse.
    Attendiamo
    come abbiamo atteso Dio un tempo nel deserto
    quando ancora il respiro dei giorni
    raccontava di una terra lontana circonfusa di bellezza
    del latte dei sogni
    oggi il signor Godot lavora alla reception, nell’albergo in piazza
    – la sera scende in strada fumando la pipa
    saluta i passanti di ritorno dal mercato
    e non promette giorni felici, né attende altro
    che il giorno della paga, mese dopo mese
    e il sorriso di un tempo è una piega del volto
    un’ombra sottile nelle mattine d’estate.

    III

    Nella sala grande il rumore della pioggia si dirada. Dalla strada una radio suona Elton John. Hold me closer, tiny dancer…

    Tienimi stretto
    che la notte è lunga
    che il mondo sta per finire
    che ci siamo annoiati del gioco della guerra
    che quello degli eroi è un mestiere di un giorno.
    Nausicaa, ascolta:
    Achille aveva vent’anni
    non voleva uccidere né morire
    si nascose in un’isola vestito da donna
    lo trovarono
    e al fronte
    lo videro ammazzare
    lo videro cadere
    un eroe, dissero
    un eroe di vent’anni
    un volto di vent’anni nella piazza di Micene
    su manifesti ingialliti alzati verso il cielo
    dai giovani in rivolta contro la leva obbligatoria
    contro la guerra di Menelao per una vendetta personale
    contro gli eroi di vent’anni nella polvere di Troia
    le foto d’infanzia nei ricordi in televisione.

    IV

    Telemaco nell’intervista ha la giacca azzurra e la cravatta del padre. È sorpreso, dice, che, tutti questi anni dopo la diserzione e la fuga, Odisseo sia diventato uno dei simboli della protesta, l’uomo che, costruendo un cavallo di legno, si fa lasciare sulla spiaggia dicendo che risolverà l’assedio e poi si consegna ai nemici in cambio di un biglietto per una nave destinata alla deriva. “Non penso che sia stato un eroe – dice – Gli eroi sono quelli che muoiono per la patria. Come Achille”.

    Nella schiuma del mare del primo mattino
    Odisseo alzò la testa tra i residui del naufragio.
    Quando dischiuse la gola per chiamare aiuto
    aprì la bocca e nel silenzio dei gabbiani
    la sua voce fu muta nel risuonare delle onde.
    Lo videro giungere, testimone senza suono dell’interezza del tempo
    – nella piazza grande
    a sera
    si cantava la tradotta che parte da Torino
    e a Milano non ferma più
    e la va diretta al Piave
    cimitero della gioventù
    nella sala grande
    a sera
    si cantava Elton John
    hold me closer, tiny dancer
    tienimi stretto
    ora che ho tradito
    ora che ho fallito
    ora che il mondo è finito
    ora che mi sono smarrito.

  • Non so quando è stato che ho smesso di leggere romanzi. Forse il punto di passaggio è stato l’inizio della specializzazione, la necessità di formarsi, studiare, leggere per dare ordine a una costellazione di volti, voci e situazioni che conoscevo poco e in cui faticavo a orientarmi. Forse è stato il bisogno, poi, di inquadrare ciò che osservavo in un contesto sociale e culturale, in un frangente storico, per riuscire a passare dall’individuale al collettivo. Comunque sia, se per molti anni la letteratura di finzione era stata per me la principale modalità di accesso alla comprensione del reale, da un lustro ho iniziato a costruire uno sguardo sul presente e sul passato attraverso la saggistica, con rare intrusioni nell’universo romanzesco.

    Mi ha dunque molto colpito la lettura di “Alla linea” di Ponthus, autore scoperto quasi per caso in una delle mie esplorazioni estive in cui mi perdo nelle librerie. Mi ha colpito perché mi ha restituito quella capacità della letteratura e della poesia di dare uno sguardo immediato e sintetico di una realtà complessa – la frammentazione e la precarizzazione del lavoro nel mondo contemporaneo, il persistere della fabbrica e delle dinamiche marxiane di alienazione, una certa dimensione totalizzante e usurante propria di molte occupazioni nel mondo contemporaneo che invadono la vita fino a rendere impossibile qualsiasi evasione (“un testo – scrive Ponthus – sono due ore/due ore rubate al mangiare alla doccia alla passeggiata del cane”). E mi ha colpito la capacità di restituire alla letteratura e alla poesia quella dimensione di resistenza che avevo amato nei testi di Izzo, nella loro rivendicazione di spazi di umanità in una contemporaneità sempre più conflittuale. E poi, il verso libero, la poesia che esce dal ritiro nell’interiorità tanto sperimentato nell’ultimo trentennio per farsi di nuovo carne, dolore, protesta, come nei versi di Hugo, di Aragon, di Majakovskij.

    La trama è apparentemente semplice – Ponthus, trasferitosi da Parigi per seguire la moglie, deve abbandonare la sua occupazione nel sociale per andare a lavorare in fabbrica come interinale. Eppure, in questo libro ho trovato un universo di volti e di storie spesso racchiusi in pochi versi o in poche pagine con estrema precisione, vicino in qualche modo alla costellazione di vicende che si trova inframezzata alla trama principale in romanzi-mondo come “Cent’anni di solitudine” o “Guerra e pace”. Il vissuto della fabbrica non ê mai limitato alla dimensione soggettiva, si nutre di relazioni, di conversazioni, di storie, costruendo l’immagine vivida di un destino collettivo, il destino di chi, come la Vincenzina della canzone di Jannacci, guarda la fabbrica “come se non c’è altro che fabbrica”.

    Non so quando è stato che ho smesso di leggere romanzi. Non so quando è stato che ho smesso di entusiasmarmi per un romanzo al punto di rimpiangerne la fine. Con questo libro di Ponthus è successo.

  • Piani adriatici

    Sulla battigia, ai confini del mare
    i bagnini si danno le consegne
    come in reparto alle quattordici, o prima, o dopo
    si raccontano le storie, i matrimoni, le sfortune.

    Forse parlano dell’acqua, della temperatura, del meteo
    o forse di nulla o di poco, della serata prima, del sonno perduto
    e io sono una figura sullo sfondo, in un angolo della spiaggia
    – il libro in mano parla di lotta di classe
    qui
    qui dove tutto è immobile da sempre
    qui dove il mare sempre ricomincia andando e venendo stagione dopo stagione
    senza sapere niente di Maggie Thatcher
    – non c’è società solo individui –
    delle reti che si sfrangiano lasciandoci soli
    delle identità collettive che si sfaldano
    e di colpo nel buio di una camera in città
    non attendiamo più che qualcuno entri
    solo Tom Hobbes che sussurra in un angolo
    odia il prossimo tuo come te stesso.

    Sull’Adriatico
    dove gli individui si smarriscono nel rumore delle onde
    le storie e le vite si sospendono
    in un presente che è passato, in un futuro assente
    in un meriggio che non ha altro scopo che condurre a sera
    e ogni giorno non ha senso che in se stesso.

    Sul comodino un altro libro, da leggere all’alba
    – il passato non serve più per costruire il futuro
    dice
    tutto è confuso nella nebbia del presente.
    Sullo sfondo
    Fukuyama si immerge nelle acque di agosto
    proclamando una bellezza che non salverà il mondo
    sulla spiaggia i bagnini si danno il cambio
    raccontando parole che non sentirò mai
    ovunque l’Adriatico, dove la storia non inizia
    nelle pieghe del mare, nel rumore delle onde, nei gesti ripetitivi
    anno dopo anno.

    Nelle mani, raccolta l’acqua della riva che scivola tra le falangi tra le dita
    ritrovo
    quello che i giorni hanno sottratto
    i pensieri, le speranze, la lotta di classe, il futuro
    quello che i giorni hanno dato
    la tristezza, la malinconia, la disperazione
    e il vuoto che rimane ha il rumore del mare
    e un sorriso fugace
    nelle increspature del tempo.

  • Ma andate a lavorare i campi a zappa che l’ansia vi passa in mezz’ora !!!

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    Una persona di normale intelligenza ma abituata a pensare in proprio, salta dalla sedia quando legge “ecoansia”. Invece noi abbiamo un ministro che si commuove, quindi vi auguro di fare soldi a palate. Perchè non si può avere pietas di deficienti che prima si fanno condizionare e poi ricorrono a voi..

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    Migliore terapia: alzarsi presto e andare a lavorare

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    la miglior cura? un mese nella baraccopoli di Calcutta e vedi come ti passa. Curate pure l’euroansia?

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    Il vuoto di futuro produce apocalissi. Sembra lontano il tempo in cui Fukuyama proclamava la fine della storia, in cui il futuro veniva soppresso dal neoliberismo dominante in favore di un presente di benessere e democrazia. Secondo una logica che apparteneva già a Hegel, Fukuyama alla fine del secolo scorso riteneva che il passato avesse avuto la funzione di condurre fino a quel preciso punto, al trionfo dell’Occidente contro il blocco socialista e all’espansione mondiale dell’economia di mercato, e dunque, ora che l’obiettivo era stato raggiunto, non vi era più alcun progresso possibile, alcun futuro da costruire apprendendo dalle vicissitudini dei secoli trascorsi. Ora che le aspettative di allora di “magnifiche sorti e progressive” sono crollate, ora che gli scricchiolii del sistema sono evidenti sia per le evidenti diseguaglianze del capitalismo globale che per i segnali sempre più allarmanti del cambiamento climatico, è ovvio che una cultura senza futuro, senza la possibilità quindi di strutturare un’idea di mutamento che porti a un avvenire migliore (perché l’avvenire, lo dice Fukuyama e lo dice la struttura del tempo nel capitalismo per come analizzata da autori come Helmut Rosa e Enzo Traverso, non ha spazio nella società contemporanea) produca il senso della fine del mondo imminente. Non sta finendo il nostro mondo, come speravano i marxisti quando cercavano di individuare i segni dell’imminente crollo del capitalismo, sta finendo il mondo tout court. E quindi ecco che appena un avvenimento destabilizza o sottolinea la necessità di cambiare il sistema, la lettura che ne viene data è apocalittica: c’è una guerra in Europa e si paventa il disastro nucleare, vi sono i segni del cambiamento climatico e si parla di un disastro imminente senza fare riferimento alla possibilità di politiche di riduzione delle emissioni. Perché l’apocalisse ha questo di bello: se il mondo sta finendo, è inutile impegnarsi politicamente, è inutile chiedere un cambiamento politico, tanto la fine è vicina e inevitabile. L’apocalisse è assolutamente conservatrice. L’apocalisse è reazionaria, anche se, come scrive Bifo, la consapevolezza della fine può essere utilizzata per creare cambiamenti.

    Se l’unica categoria di lettura di ciò che avviene è legata alla fine del mondo, è inevitabile che la reazione a ciò che avviene sia la paura, che è un’emozione evolutivamente sviluppatasi proprio per segnalare all’organismo un pericolo o il rischio di morire e per prepararlo a fronteggiarlo. Quindi da una parte si svilupperà una paura o un’ansia legata, ad esempio, al cambiamento climatico che può giungere fino a bloccare e a rendere inermi, dall’altra parte vi sarà chi cercherà di allontanare la paura dicendosi che non sta succedendo niente, ossia utilizzando quella che in termini psicoanalitici viene definita una difesa di negazione: non ho angoscia perché non è vero nulla, perché stanno mentendo, perché fa caldo, ma in estate ha sempre fatto caldo e chi dice il contrario lo fa per interessi più o meno oscuri.

    È in questa ottica che vorrei leggere quanto accaduto in questi giorni intorno all’Associazione Italiana Ansia da Cambiamento Climatico. I fatti: la testata “Libero” riprende, in modo irridente, un decalogo dell’AIACC pubblicato altrove riguardo alle modalità per ridurre l’ansia da cambiamento climatico – varie delle quali sono volte a stimolare l’attivismo, quindi a ridurre il senso di inevitabile apocalisse imminente – e scrive che per l’Associazione invita a votare per il Partito Democratico. Dopo la pubblicazione, una discreta quantità di persone inizia a scagliarsi contro le pagine Facebook e Google dell’Associazione nella migliore delle ipotesi negando il cambiamento climatico e producendo fantasiose ipotesi complottiste, nella peggiore facendo ironia su chi di ansia da cambiamento climatico soffre e richiede aiuto per tale problema. La chiave di lettura proposta è sostanzialmente uniforme: l’ansia da cambiamento climatico deriva da una condizione di benessere dei giovani, non abituati alla durezza della vita e dotati di molto tempo libero per pensare a strane cose come il cambiamento climatico, e l’unico rimedio è il lavoro duro, fisico, come dissodare i campi con una zappa, oppure sottoporsi a privazioni che tolgano dalla testa queste idee curiose. Purtroppo, così come le tesi complottiste proposte non risultano particolarmente originali (alcuni commenti citano ancora Bill Gates come massimo esponente del nuovo ordine mondiale), anche l’ironia su chi soffre di condizioni ansiose legate al cambiamento climatico non è nuova e ha anche un nome. Si chiama stigma. È una visione che ritiene chi è vittima di un disturbo mentale diverso dal resto della popolazione o addirittura meritevole di esclusione sociale per il fatto stesso di soffrirne. La persona sofferente viene denigrata, ad esempio con l’argomento molto diffuso per cui i disturbi mentali nascono dall’ozio. Tale argomento, peraltro, è il motivo per cui per molto tempo nei manicomi si è praticata l’ergoterapia: si riteneva infatti che, se non si tenevano occupati gli internati, vi era il rischio che peggiorassero, mentre la letteratura scientifica ha poi dimostrato che era proprio il ricovero prolungato in ospedale psichiatrico a cronicizzare la malattia e a ridurre sempre di più il funzionamento individuale. Ecco, in questo assalto collettivo alle pagine dell’AIACC lo stigma compare nuovamente e le persone che chiedono aiuto per l’ansia da cambiamento climatico divengono ancora una volta oziosi da curare con il lavoro.

    La società neoliberale produce solitudini. Siamo individui soli in lotta contro altri individui, in un hobbesiano homo homini lupus. È inevitabile dunque che ciò che supera le forze dell’individuo, come il cambiamento climatico, porti a un senso di impotenza e paura, al senso della fine del mondo imminente, percepito o negato. L’unico modo per costruire nuovamente un’idea di futuro è unirsi, fare rete, costruire alternative. Solo così l’apocalisse individuale potrà diventare un cambiamento collettivo.

    Bibliografia:

    Franco “Bifo” Berardi, Il terzo inconscio. La psicosfera nell’era virale. Nottetempo, 2022
    Helmut Rosa, Accelerazione e alienazione. Per una teoria critica del tempo nella tarda modernità. Einaudi, 2015
    Enzo Traverso, La tirannide dell’io. Scrivere il passato in prima persona. Laterza, 2022

  • A F., con gratitudine

    Non aspettiamo la fine del mondo, stanotte
    oltre la strada, dietro gli alberi
    il mare racconta le storie dell’infanzia
    della casa dalla grande terrazza dove io scrivevo, tu giocavi
    e i volti che ci guardavano ora compaiono nel buio di una stanza
    nel profondo del sonno
    e non sappiamo più se sono vivi o morti
    se il tempo è davvero passato
    se il racconto che facciamo di noi giorno dopo giorno non è che una storia come altre
    l’invenzione di un sogno più vivido
    o più duro a svanire.

    Non aspettiamo la fine del mondo, stanotte 
    l’aria della sera lambisce un crinale del tempo
    in cui i giorni si confondono e dietro i vetri al piano terra
    un adolescente racconta una libertà non vissuta, uno studente canta la solitudine
    di un mondo intravisto nella nebbia
    di emozioni soffuse nella distanza degli uomini.

    L’albero nel giardino è sempre là
    è sempre là la musica nel grande parco vicino casa – suonano jazz, stanotte che il mondo non può finire –
    e l’Adriatico confonde l’estate con i colori di altre estati
    quando l’apocalisse era lontana e in un pomeriggio d’agosto
    una voce mi accompagnava oltre i pini, verso l’acqua
    – nuota sempre in orizzontale, diceva, 
    allora che il mondo non doveva finire e morire era un gioco da non rischiare.

    Eppure ripenso ai tuoi occhi, in questa sera in cui niente finisce, in cui il tempo è ogni tempo, in cui le ombre della notte
    hanno la concretezza dell’asfalto 
    e i sogni infranti sono ancora interi
    gli amori non vissuti una possibilità da considerare
    in un futuro che non supererà l’alba.
    I tuoi occhi, mattino dopo mattino,
    hanno dato forma ai giorni, si sono fatti lasciare e riprendere
    mentre la nave salpava e approdava
    hanno raccontato una storia in cui il volto nello specchio pareva sorridere
    e a un certo punto
    forse
    era il mio.

    Questa sera che il mondo non finisce
    questa sera che il tempo non ha patria
    mi incammino sulla strada tra le ombre
    e fuori da questa notte c’è solo il tuo sguardo
    fuori da questa inquieta sospensione dei giorni solo il nostro andare e venire
    il nostro trovarci alla fine di tutto sulle rive del mare.
    Lontano, nell’Adriatico che sciaborda
    le voci non hanno consistenza.
    Questa notte attendiamo la nascita del mondo
    seduti sulla spiaggia con le ombre di chi siamo stati
    di chi saremo di chi non saremo mai.
    Rimango qui con la certezza dei tuoi occhi
    e dello sguardo nello specchio
    che mi ha visto felice.

  • Sento che sta arrivando quel momento dell’anno, assolutamente ineluttabile, in cui mi fisso con i Genesis e ascolto per un mese uno dei loro dischi del primo periodo (per intenderci, fino all’uscita di Hackett e alla svolta pop); in passato hanno avuto molto successo, nella mia rotazione in loop, Selling England by the Pound e Nursery Crime, ma conto di riuscire a fissarmi anche su The lamb lies down on Broadway, che ancora non mi ha mai indotto all’ascolto compulsivo.
    E dire che una volta non mi piacevano, i Genesis. Non so cosa mi allontanasse da loro, forse l’elaborazione eccessiva di certi brani – preferivo le reti di rimandi interni dei Pink Floyd a certi pezzi di Peter Gabriel e compagni in cui tendevo a perdermi – forse semplicemente non era il momento, come spesso avviene per varie cose nella mia vita, libri, film, amicizie, relazioni. È come se per ogni cosa ci fosse un tempo giusto da attendere, in cui tutto assume un senso, come per la filosofia studiata al liceo e compresa dieci anni dopo, per i libri di Dostoevskij che iniziarono a risuonare in me verso i ventidue anni, quattro anni dopo l’estate in cui decisi di leggere i classici russi. E, a volte, passato quel tempo opportuno, risulta difficile recuperare ciò che allora risuonava, ritrovare in un diverso contesto ciò che aveva senso in un altro. Così, ad esempio, da anni non riesco più ad ascoltare il primo disco dei Doors, colonna sonora delle mie estati adolescenziali che cercavo di trasformare nell’inquieta esplorazione della Summer of Love californiana vista nei film, così come non ho più visto Giù la testa, che in adolescenza guardavo ogni settimana.

    Se, come sostengono alcuni, l’identità è un racconto che facciamo a noi stessi in cui costantemente riorganizziamo i ricordi secondo un senso che cambia sempre lievemente, forse quell’identità non è fatta solo di parole, ma anche di suoni, di musica, che mutano insieme ai nostri cambiamenti di prospettiva, accompagnando ogni volta la nuova storia che raccontiamo.

    È un pomeriggio caldo e l’estate, per me, è il luogo in cui il tempo evapora per portare frammenti contrastanti, immagini dell’infanzia, dell’adolescenza, sensazioni dei miei quindici e vent’anni. Al pianoforte, lascio cadere alcune note sparse, come i frammenti di senso che ancora non voglio organizzare. Poi, forse, ascolterò i Genesis.

  • Oltre la soglia

    La campagna scivola dietro i vetri, giorno dopo giorno. La primavera colorata dalla fitta grandine che sa di autunno porta con sé nuove strade e mi porta a riflettere sui cambiamenti fatti, su quanto l’inverno mi abbia condotto lontano da casa più di quanto fosse mai avvenuto finora, su quanto i rapporti rilevanti siano mutati e su quanto ora questo sembri quasi naturale. Sono passati tre mesi da quando sono partito. Ho lasciato la casa dell’infanzia, i volti e le ritualità che mi accompagnavano da quando ero bambino, i luoghi su cui si erano riflessi i passaggi dell’infanzia, dell’adolescenza, dell’età adulta. Ho iniziato qualcosa di nuovo, ho trovato nuove mura da chiamare casa e ora tornare nelle vecchie stanze ha un sapore diverso, come quando da bambino ogni estate tornavo a casa dei miei nonni ed era un luogo che era mio per qualche tempo e che poi tornava in una lontananza colmata solo dalle voci filtrate dai telefoni. E in effetti sto sognando spesso la casa di mio nonno, in questa primavera inquieta, quel luogo che era mio e al contempo non lo era, quel luogo che ora non esiste più se non nei ricordi vividi che emergono a sera, nel dormiveglia, insieme ai suoni della cucina nei giorni d’estate e alla luce che filtrava dalle persiane semiaperte. Ora stanno costruendo un residence, dentro quei luoghi dell’infanzia, e solo la memoria conserva la sensazione tenue di quei risvegli mattutini nel tempo in cui l’estate sospendeva lo scorrere dei giorni e c’erano solo mattine pigre da attraversare leggendo in riva al mare.

    I passaggi mi danno l’impressione di perdere qualcosa – Paolini, in uno spettacolo sulla Thatcher, parlava dell’entropia e diceva che in ogni trasformazione qualcosa si perde e non si può più recuperare. È così che mi sento ora, qualcosa, nel varcare la soglia, si è smarrito e non lo troverò mai più se non, forse, nel ricordo e questo, quando ci penso, vela gli occhi di malinconia. Ma guardo quello che ho, quello che sto costruendo e mi dico che non esistono viaggi senza partenze, approdi senza rotte nel mare partite da porti lontani, e dunque anche quello che in prospettiva può condurre alla felicità nasce e porta con sé la saudade dei marinai portoghesi lontani da Lisbona, delle loro canzoni sull’oceano. In questa primavera colorata di grandine guardo l’orizzonte, abbraccio la mia compagna di viaggio. Nel silenzio degli sguardi, la nostalgia è lontana.

  • Palamede

    Quando Ulisse si volse
    forse vide l’aratro abbandonato sulla spiaggia
    Telemaco che giocava nei solchi riempiti dal mare.
    Guardò il suo bagaglio di tristezza
    le canzoni di Endrigo, Tenco in una notte di gennaio smarrita prima del silenzio
    i volti dei padri, dei fratelli che si infrangevano nel riflesso del sole nelle acque profonde
    e lasciò che la nave scivolasse oltre il velo dei confini noti della vita
    per raccontare altre storie a una Nausicaa di altri tempi
    in un altro luogo, sotto la luna d’estate.

    Pensava
    che l’esistenza è costruita su passaggi impercettibili
    e solo dopo chi li guarda si accorge che quello era il punto di rottura
    la svolta del libro in cui cambia tutto
    il primo granello di sabbia a gettarsi in mare.
    Eppure, quella nave sulle acque lacerava il tessuto della sua vita
    con un rumore che era impossibile non udire
    e dunque assisteva il passato morente
    senza il conforto di non sapere la perdita
    di non avvertire i frammenti scivolare dalle dita
    i frammenti di volti dei giorni trascorsi.

    Nella notte, in sogno la guerra era finita
    e sulla sabbia sbiadita non correva più il bambino di ieri
    le facce dei padri si erano incavate
    i loro sorrisi divenuti tristi
    “Dove sei stato? Ti abbiamo atteso sera dopo sera
    quando Agamennone tornava a casa a morire
    e Menelao incanutiva tra le bottiglie di birra per un amore perduto
    abbiamo dimenticato la tua voce, i tuoi occhi
    così come tu hai dimenticato i nostri
    e ora rivedendoci non sappiamo non sai
    qual era l’uso: ci abbracciavamo
    allora? Ci baciavamo?
    La vicinanza dell’intimità è nascosta nelle pieghe delle vecchie storie
    e non ricordiamo”.

    Nella notte, in sogno l’uomo sul ponte pianse
    “un tempo – disse
    cambiavo maglietta prima di dormire
    e la notte inventavo storie
    senza sapere il volto dei miei trent’anni
    la nostalgia del nulla
    stanotte la radio suona Endrigo
    e l’inverno è ancora lungo
    sul mare
    sull’isola
    dove gli alberi della vallata al mattino
    si protendono ancora verso il cielo di febbraio.
    Forse
    verranno notti di primavera
    gli amanti si nasconderanno nelle ultime case del vento
    fuori pioverà e mentre dormiranno
    gli anni e la tristezza incontreranno i ricordi
    le lacrime di altri giorni nel silenzio di un cuscino
    e le poesie ripeteranno le stesse parole anno dopo anno
    gli stessi frammenti per quadri diversi
    lo stesso cielo nell’impermanenza del senso
    e dello sguardo che non sarà più il mio.”

    Sul ponte, Palamede ascoltava le voci nel sonno
    e sapeva che Itaca perduta nel buio
    era l’illusione di Faust di dire all’attimo
    fermati, sei bello
    in un giorno di adolescenza in cui tutto è già vissuto e tutto è da vivere
    e i fogli di giornale sulla strada d’inverno non si impregnano di pioggia
    né gli angoli della bocca di tristezza.
    Sapeva
    che Itaca non esisteva se non per la partenza
    se non per il rimpianto di un passato mai vissuto
    e aprì le braccia per salutare il vento
    sulla nave, nella notte.
    Non dormì fino all’alba

    – quando gli occhi si chiusero
    lo sciabordare delle onde dirette al Bosforo
    gli parve quasi
    in qualche modo
    casa.