• Ma andate a lavorare i campi a zappa che l’ansia vi passa in mezz’ora !!!

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    Una persona di normale intelligenza ma abituata a pensare in proprio, salta dalla sedia quando legge “ecoansia”. Invece noi abbiamo un ministro che si commuove, quindi vi auguro di fare soldi a palate. Perchè non si può avere pietas di deficienti che prima si fanno condizionare e poi ricorrono a voi..

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    Migliore terapia: alzarsi presto e andare a lavorare

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    la miglior cura? un mese nella baraccopoli di Calcutta e vedi come ti passa. Curate pure l’euroansia?

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    Il vuoto di futuro produce apocalissi. Sembra lontano il tempo in cui Fukuyama proclamava la fine della storia, in cui il futuro veniva soppresso dal neoliberismo dominante in favore di un presente di benessere e democrazia. Secondo una logica che apparteneva già a Hegel, Fukuyama alla fine del secolo scorso riteneva che il passato avesse avuto la funzione di condurre fino a quel preciso punto, al trionfo dell’Occidente contro il blocco socialista e all’espansione mondiale dell’economia di mercato, e dunque, ora che l’obiettivo era stato raggiunto, non vi era più alcun progresso possibile, alcun futuro da costruire apprendendo dalle vicissitudini dei secoli trascorsi. Ora che le aspettative di allora di “magnifiche sorti e progressive” sono crollate, ora che gli scricchiolii del sistema sono evidenti sia per le evidenti diseguaglianze del capitalismo globale che per i segnali sempre più allarmanti del cambiamento climatico, è ovvio che una cultura senza futuro, senza la possibilità quindi di strutturare un’idea di mutamento che porti a un avvenire migliore (perché l’avvenire, lo dice Fukuyama e lo dice la struttura del tempo nel capitalismo per come analizzata da autori come Helmut Rosa e Enzo Traverso, non ha spazio nella società contemporanea) produca il senso della fine del mondo imminente. Non sta finendo il nostro mondo, come speravano i marxisti quando cercavano di individuare i segni dell’imminente crollo del capitalismo, sta finendo il mondo tout court. E quindi ecco che appena un avvenimento destabilizza o sottolinea la necessità di cambiare il sistema, la lettura che ne viene data è apocalittica: c’è una guerra in Europa e si paventa il disastro nucleare, vi sono i segni del cambiamento climatico e si parla di un disastro imminente senza fare riferimento alla possibilità di politiche di riduzione delle emissioni. Perché l’apocalisse ha questo di bello: se il mondo sta finendo, è inutile impegnarsi politicamente, è inutile chiedere un cambiamento politico, tanto la fine è vicina e inevitabile. L’apocalisse è assolutamente conservatrice. L’apocalisse è reazionaria, anche se, come scrive Bifo, la consapevolezza della fine può essere utilizzata per creare cambiamenti.

    Se l’unica categoria di lettura di ciò che avviene è legata alla fine del mondo, è inevitabile che la reazione a ciò che avviene sia la paura, che è un’emozione evolutivamente sviluppatasi proprio per segnalare all’organismo un pericolo o il rischio di morire e per prepararlo a fronteggiarlo. Quindi da una parte si svilupperà una paura o un’ansia legata, ad esempio, al cambiamento climatico che può giungere fino a bloccare e a rendere inermi, dall’altra parte vi sarà chi cercherà di allontanare la paura dicendosi che non sta succedendo niente, ossia utilizzando quella che in termini psicoanalitici viene definita una difesa di negazione: non ho angoscia perché non è vero nulla, perché stanno mentendo, perché fa caldo, ma in estate ha sempre fatto caldo e chi dice il contrario lo fa per interessi più o meno oscuri.

    È in questa ottica che vorrei leggere quanto accaduto in questi giorni intorno all’Associazione Italiana Ansia da Cambiamento Climatico. I fatti: la testata “Libero” riprende, in modo irridente, un decalogo dell’AIACC pubblicato altrove riguardo alle modalità per ridurre l’ansia da cambiamento climatico – varie delle quali sono volte a stimolare l’attivismo, quindi a ridurre il senso di inevitabile apocalisse imminente – e scrive che per l’Associazione invita a votare per il Partito Democratico. Dopo la pubblicazione, una discreta quantità di persone inizia a scagliarsi contro le pagine Facebook e Google dell’Associazione nella migliore delle ipotesi negando il cambiamento climatico e producendo fantasiose ipotesi complottiste, nella peggiore facendo ironia su chi di ansia da cambiamento climatico soffre e richiede aiuto per tale problema. La chiave di lettura proposta è sostanzialmente uniforme: l’ansia da cambiamento climatico deriva da una condizione di benessere dei giovani, non abituati alla durezza della vita e dotati di molto tempo libero per pensare a strane cose come il cambiamento climatico, e l’unico rimedio è il lavoro duro, fisico, come dissodare i campi con una zappa, oppure sottoporsi a privazioni che tolgano dalla testa queste idee curiose. Purtroppo, così come le tesi complottiste proposte non risultano particolarmente originali (alcuni commenti citano ancora Bill Gates come massimo esponente del nuovo ordine mondiale), anche l’ironia su chi soffre di condizioni ansiose legate al cambiamento climatico non è nuova e ha anche un nome. Si chiama stigma. È una visione che ritiene chi è vittima di un disturbo mentale diverso dal resto della popolazione o addirittura meritevole di esclusione sociale per il fatto stesso di soffrirne. La persona sofferente viene denigrata, ad esempio con l’argomento molto diffuso per cui i disturbi mentali nascono dall’ozio. Tale argomento, peraltro, è il motivo per cui per molto tempo nei manicomi si è praticata l’ergoterapia: si riteneva infatti che, se non si tenevano occupati gli internati, vi era il rischio che peggiorassero, mentre la letteratura scientifica ha poi dimostrato che era proprio il ricovero prolungato in ospedale psichiatrico a cronicizzare la malattia e a ridurre sempre di più il funzionamento individuale. Ecco, in questo assalto collettivo alle pagine dell’AIACC lo stigma compare nuovamente e le persone che chiedono aiuto per l’ansia da cambiamento climatico divengono ancora una volta oziosi da curare con il lavoro.

    La società neoliberale produce solitudini. Siamo individui soli in lotta contro altri individui, in un hobbesiano homo homini lupus. È inevitabile dunque che ciò che supera le forze dell’individuo, come il cambiamento climatico, porti a un senso di impotenza e paura, al senso della fine del mondo imminente, percepito o negato. L’unico modo per costruire nuovamente un’idea di futuro è unirsi, fare rete, costruire alternative. Solo così l’apocalisse individuale potrà diventare un cambiamento collettivo.

    Bibliografia:

    Franco “Bifo” Berardi, Il terzo inconscio. La psicosfera nell’era virale. Nottetempo, 2022
    Helmut Rosa, Accelerazione e alienazione. Per una teoria critica del tempo nella tarda modernità. Einaudi, 2015
    Enzo Traverso, La tirannide dell’io. Scrivere il passato in prima persona. Laterza, 2022

  • A F., con gratitudine

    Non aspettiamo la fine del mondo, stanotte
    oltre la strada, dietro gli alberi
    il mare racconta le storie dell’infanzia
    della casa dalla grande terrazza dove io scrivevo, tu giocavi
    e i volti che ci guardavano ora compaiono nel buio di una stanza
    nel profondo del sonno
    e non sappiamo più se sono vivi o morti
    se il tempo è davvero passato
    se il racconto che facciamo di noi giorno dopo giorno non è che una storia come altre
    l’invenzione di un sogno più vivido
    o più duro a svanire.

    Non aspettiamo la fine del mondo, stanotte 
    l’aria della sera lambisce un crinale del tempo
    in cui i giorni si confondono e dietro i vetri al piano terra
    un adolescente racconta una libertà non vissuta, uno studente canta la solitudine
    di un mondo intravisto nella nebbia
    di emozioni soffuse nella distanza degli uomini.

    L’albero nel giardino è sempre là
    è sempre là la musica nel grande parco vicino casa – suonano jazz, stanotte che il mondo non può finire –
    e l’Adriatico confonde l’estate con i colori di altre estati
    quando l’apocalisse era lontana e in un pomeriggio d’agosto
    una voce mi accompagnava oltre i pini, verso l’acqua
    – nuota sempre in orizzontale, diceva, 
    allora che il mondo non doveva finire e morire era un gioco da non rischiare.

    Eppure ripenso ai tuoi occhi, in questa sera in cui niente finisce, in cui il tempo è ogni tempo, in cui le ombre della notte
    hanno la concretezza dell’asfalto 
    e i sogni infranti sono ancora interi
    gli amori non vissuti una possibilità da considerare
    in un futuro che non supererà l’alba.
    I tuoi occhi, mattino dopo mattino,
    hanno dato forma ai giorni, si sono fatti lasciare e riprendere
    mentre la nave salpava e approdava
    hanno raccontato una storia in cui il volto nello specchio pareva sorridere
    e a un certo punto
    forse
    era il mio.

    Questa sera che il mondo non finisce
    questa sera che il tempo non ha patria
    mi incammino sulla strada tra le ombre
    e fuori da questa notte c’è solo il tuo sguardo
    fuori da questa inquieta sospensione dei giorni solo il nostro andare e venire
    il nostro trovarci alla fine di tutto sulle rive del mare.
    Lontano, nell’Adriatico che sciaborda
    le voci non hanno consistenza.
    Questa notte attendiamo la nascita del mondo
    seduti sulla spiaggia con le ombre di chi siamo stati
    di chi saremo di chi non saremo mai.
    Rimango qui con la certezza dei tuoi occhi
    e dello sguardo nello specchio
    che mi ha visto felice.

  • Sento che sta arrivando quel momento dell’anno, assolutamente ineluttabile, in cui mi fisso con i Genesis e ascolto per un mese uno dei loro dischi del primo periodo (per intenderci, fino all’uscita di Hackett e alla svolta pop); in passato hanno avuto molto successo, nella mia rotazione in loop, Selling England by the Pound e Nursery Crime, ma conto di riuscire a fissarmi anche su The lamb lies down on Broadway, che ancora non mi ha mai indotto all’ascolto compulsivo.
    E dire che una volta non mi piacevano, i Genesis. Non so cosa mi allontanasse da loro, forse l’elaborazione eccessiva di certi brani – preferivo le reti di rimandi interni dei Pink Floyd a certi pezzi di Peter Gabriel e compagni in cui tendevo a perdermi – forse semplicemente non era il momento, come spesso avviene per varie cose nella mia vita, libri, film, amicizie, relazioni. È come se per ogni cosa ci fosse un tempo giusto da attendere, in cui tutto assume un senso, come per la filosofia studiata al liceo e compresa dieci anni dopo, per i libri di Dostoevskij che iniziarono a risuonare in me verso i ventidue anni, quattro anni dopo l’estate in cui decisi di leggere i classici russi. E, a volte, passato quel tempo opportuno, risulta difficile recuperare ciò che allora risuonava, ritrovare in un diverso contesto ciò che aveva senso in un altro. Così, ad esempio, da anni non riesco più ad ascoltare il primo disco dei Doors, colonna sonora delle mie estati adolescenziali che cercavo di trasformare nell’inquieta esplorazione della Summer of Love californiana vista nei film, così come non ho più visto Giù la testa, che in adolescenza guardavo ogni settimana.

    Se, come sostengono alcuni, l’identità è un racconto che facciamo a noi stessi in cui costantemente riorganizziamo i ricordi secondo un senso che cambia sempre lievemente, forse quell’identità non è fatta solo di parole, ma anche di suoni, di musica, che mutano insieme ai nostri cambiamenti di prospettiva, accompagnando ogni volta la nuova storia che raccontiamo.

    È un pomeriggio caldo e l’estate, per me, è il luogo in cui il tempo evapora per portare frammenti contrastanti, immagini dell’infanzia, dell’adolescenza, sensazioni dei miei quindici e vent’anni. Al pianoforte, lascio cadere alcune note sparse, come i frammenti di senso che ancora non voglio organizzare. Poi, forse, ascolterò i Genesis.

  • Oltre la soglia

    La campagna scivola dietro i vetri, giorno dopo giorno. La primavera colorata dalla fitta grandine che sa di autunno porta con sé nuove strade e mi porta a riflettere sui cambiamenti fatti, su quanto l’inverno mi abbia condotto lontano da casa più di quanto fosse mai avvenuto finora, su quanto i rapporti rilevanti siano mutati e su quanto ora questo sembri quasi naturale. Sono passati tre mesi da quando sono partito. Ho lasciato la casa dell’infanzia, i volti e le ritualità che mi accompagnavano da quando ero bambino, i luoghi su cui si erano riflessi i passaggi dell’infanzia, dell’adolescenza, dell’età adulta. Ho iniziato qualcosa di nuovo, ho trovato nuove mura da chiamare casa e ora tornare nelle vecchie stanze ha un sapore diverso, come quando da bambino ogni estate tornavo a casa dei miei nonni ed era un luogo che era mio per qualche tempo e che poi tornava in una lontananza colmata solo dalle voci filtrate dai telefoni. E in effetti sto sognando spesso la casa di mio nonno, in questa primavera inquieta, quel luogo che era mio e al contempo non lo era, quel luogo che ora non esiste più se non nei ricordi vividi che emergono a sera, nel dormiveglia, insieme ai suoni della cucina nei giorni d’estate e alla luce che filtrava dalle persiane semiaperte. Ora stanno costruendo un residence, dentro quei luoghi dell’infanzia, e solo la memoria conserva la sensazione tenue di quei risvegli mattutini nel tempo in cui l’estate sospendeva lo scorrere dei giorni e c’erano solo mattine pigre da attraversare leggendo in riva al mare.

    I passaggi mi danno l’impressione di perdere qualcosa – Paolini, in uno spettacolo sulla Thatcher, parlava dell’entropia e diceva che in ogni trasformazione qualcosa si perde e non si può più recuperare. È così che mi sento ora, qualcosa, nel varcare la soglia, si è smarrito e non lo troverò mai più se non, forse, nel ricordo e questo, quando ci penso, vela gli occhi di malinconia. Ma guardo quello che ho, quello che sto costruendo e mi dico che non esistono viaggi senza partenze, approdi senza rotte nel mare partite da porti lontani, e dunque anche quello che in prospettiva può condurre alla felicità nasce e porta con sé la saudade dei marinai portoghesi lontani da Lisbona, delle loro canzoni sull’oceano. In questa primavera colorata di grandine guardo l’orizzonte, abbraccio la mia compagna di viaggio. Nel silenzio degli sguardi, la nostalgia è lontana.

  • Palamede

    Quando Ulisse si volse
    forse vide l’aratro abbandonato sulla spiaggia
    Telemaco che giocava nei solchi riempiti dal mare.
    Guardò il suo bagaglio di tristezza
    le canzoni di Endrigo, Tenco in una notte di gennaio smarrita prima del silenzio
    i volti dei padri, dei fratelli che si infrangevano nel riflesso del sole nelle acque profonde
    e lasciò che la nave scivolasse oltre il velo dei confini noti della vita
    per raccontare altre storie a una Nausicaa di altri tempi
    in un altro luogo, sotto la luna d’estate.

    Pensava
    che l’esistenza è costruita su passaggi impercettibili
    e solo dopo chi li guarda si accorge che quello era il punto di rottura
    la svolta del libro in cui cambia tutto
    il primo granello di sabbia a gettarsi in mare.
    Eppure, quella nave sulle acque lacerava il tessuto della sua vita
    con un rumore che era impossibile non udire
    e dunque assisteva il passato morente
    senza il conforto di non sapere la perdita
    di non avvertire i frammenti scivolare dalle dita
    i frammenti di volti dei giorni trascorsi.

    Nella notte, in sogno la guerra era finita
    e sulla sabbia sbiadita non correva più il bambino di ieri
    le facce dei padri si erano incavate
    i loro sorrisi divenuti tristi
    “Dove sei stato? Ti abbiamo atteso sera dopo sera
    quando Agamennone tornava a casa a morire
    e Menelao incanutiva tra le bottiglie di birra per un amore perduto
    abbiamo dimenticato la tua voce, i tuoi occhi
    così come tu hai dimenticato i nostri
    e ora rivedendoci non sappiamo non sai
    qual era l’uso: ci abbracciavamo
    allora? Ci baciavamo?
    La vicinanza dell’intimità è nascosta nelle pieghe delle vecchie storie
    e non ricordiamo”.

    Nella notte, in sogno l’uomo sul ponte pianse
    “un tempo – disse
    cambiavo maglietta prima di dormire
    e la notte inventavo storie
    senza sapere il volto dei miei trent’anni
    la nostalgia del nulla
    stanotte la radio suona Endrigo
    e l’inverno è ancora lungo
    sul mare
    sull’isola
    dove gli alberi della vallata al mattino
    si protendono ancora verso il cielo di febbraio.
    Forse
    verranno notti di primavera
    gli amanti si nasconderanno nelle ultime case del vento
    fuori pioverà e mentre dormiranno
    gli anni e la tristezza incontreranno i ricordi
    le lacrime di altri giorni nel silenzio di un cuscino
    e le poesie ripeteranno le stesse parole anno dopo anno
    gli stessi frammenti per quadri diversi
    lo stesso cielo nell’impermanenza del senso
    e dello sguardo che non sarà più il mio.”

    Sul ponte, Palamede ascoltava le voci nel sonno
    e sapeva che Itaca perduta nel buio
    era l’illusione di Faust di dire all’attimo
    fermati, sei bello
    in un giorno di adolescenza in cui tutto è già vissuto e tutto è da vivere
    e i fogli di giornale sulla strada d’inverno non si impregnano di pioggia
    né gli angoli della bocca di tristezza.
    Sapeva
    che Itaca non esisteva se non per la partenza
    se non per il rimpianto di un passato mai vissuto
    e aprì le braccia per salutare il vento
    sulla nave, nella notte.
    Non dormì fino all’alba

    – quando gli occhi si chiusero
    lo sciabordare delle onde dirette al Bosforo
    gli parve quasi
    in qualche modo
    casa.

  • Nord di Lanzarote, 10 gennaio 2023

    Il Jardín de Cactus

    Non conoscevo César Manrique. Il suo nome, letto per la prima volta sulla facciata dell’aeroporto di Arrecife, mi porta a chiedermi se si tratti di un eroe locale, come il Daskaloghiannis a cui è intitolato l’aerodromio di Chanià. La guida che ho comprato prima del viaggio mi informa che trattasi di un artista che ha molto lottato per preservare il territorio di Lanzarote dalla speculazione edilizia negli anni della scoperta turistica delle Canarie e mi illudo che il mio incontro con lui si concluderà lì. Ancora non so che mi troverò a inseguirne le tracce sulle strade polverose che costeggiano l’oceano, tra i paesini bianchi che salgono verso le montagne, nel nero del basalto. Quando lo ritrovo, due giorni più tardi, in una visita mattutina al Jardín de Cactus, è come se improvvisamente riuscissi a comprendere quello che avevo letto sui suoi tentativi di realizzare un’architettura che si armonizzasse con la natura e con le caratteristiche di Lanzarote. In quel giardino, sembra esserci tutta l’isola, con il bianco dell’intonaco del mulino che, in alto, guarda verso l’oceano, con il nero della pietra vulcanica che circonda l’opera, nei cactus che, pur provenendo da varie parti del mondo, ricordano quelli che si possono vedere in vari angoli dell’isola, a certe svolte di strada. La natura e le tradizioni costruttive di Lanzarote entrano nell’architettura del luogo senza sforzo, si fondono e alla fine sembra impossibile distinguere cosa, di ciò che vedo, dipenda dall’accurato lavoro di progettazione di Manrique e cosa invece dallo spontaneo crescere delle piante, dal loro strutturarsi in forme particolari e suggestive, dalla loro autonomia anarchica che dipende dalla ricerca del sole, dalla disponibilità di nutrienti nella terra rossa e da chissà cos’altro. Il confine tra l’umano e il naturale non è nettamente segnato, a differenza di altre opere costruite in dialogo con l’ambiente circostante come la casa sulla cascata di Wright; qui chi osserva a tratti si dimentica della mano dell’architetto che ha consentito di ammirare tutto questo e rimane a guardare l’intrecciarsi delle sagome dei cactus, a ricercarne i fiori, a contemplarne la grandezza.

    Rimango folgorato – sarà che quest’anno, occupandomi di emozioni ambientali, ho affrontato molto spesso la sparizione della natura dalle città contemporanee e la necessità di trovare un equilibrio tra uomo e natura, sarà che ieri, con la mia compagna di viaggio, davanti alla playa de Papagayo, parlavamo della pace che dà immergersi nei paesaggi non antropizzati, nella serenità che emerge dal tornare entro un panorama di terra, roccia, alberi e vento, abbandonando gli sbarramenti anonimi di cemento che popolano la quotidianità cittadina. Decido dunque, seguendo la strada del nord che attraversa Arrieta, di cercare altre tracce del passaggio di Manrique sull’isola, di osservare altri tentativi di mescolare la natura alla presenza umana senza farle scontrare, senza far prevalere l’uomo sui luoghi che lo accolgono.

    L’interno della grotta dei Jameos del Agua

    La strada del nord, dopo una sosta ad Arrieta, mi conduce ai Jameos del Agua. Qui, tutto sembra costruito per valorizzare un altro elemento locale, quelle grotte vulcaniche che poco dopo, poco distante da qui, vedrò alla Cueva de los Verdes. Entrando, la luce piano piano si attenua mentre le piante presenti sui terrazzamenti scavati nel costone di roccia scosceso che bisogna percorrere per accedere alla grotta ricordano certi templi e piramidi asiatici o americani ricoperti dalla vegetazione, da me visti soltanto nei film d’azione o di avventura. Per un attimo mi sembra di essere in una pellicola di Indiana Jones, poi, avvicinandomi allo specchio d’acqua contenuto nella cavità vulcanica celata in fondo alla discesa, trovo più interessante approfondire l’esistenza dei piccoli granchi bianchi che, da quello che leggo, sono tipici di questo luogo. Sono albini e ciechi, scrive la guida; le loro dimensioni sono così ridotte che sulle prime li scambio per semplici macchie bianche sulle rocce immerse nell’acqua e solo ad un’analisi più approfondita mi accorgo dei loro movimenti. Uscendo dalla grotta, si apre davanti agli occhi un luogo che sembra voler riassumere, dopo lo spazio dato alla natura, quello che l’uomo ha costruito a Lanzarote e dunque l’intonaco bianco predomina, le scale che salgono conducono a case sormontate da tetti piani o da ampie terrazze come quelle visibili in varie parti dell’isola, mentre quelle che scendono portano a un bar bianchissimo con le sedute in pietra lavica e a un auditorium che sprofonda nella roccia basaltica. Anche nel luogo che maggiormente sembra rappresentare la tradizione costruttiva del luogo, comunque, gli elementi naturali non vengono dimenticati e la palma e lo specchio d’acqua al centro dell’ampio spiazzo da cui si dipartono le scale sembrano richiamare quanto visto entrando nella grotta e attraversandola: il lago naturale, i terrazzamenti pieni di piante. Tutto ha il calore di un villaggio oceanico nel tardo pomeriggio, il bianco fornisce al luogo una solarità che raramente ho trovato altrove.

    La parte esterna dei Jameos del Agua

    Rientrando verso casa, a sera, mi fermo alla Fondazione César Manrique, che poi è la casa, nei pressi di Arrecife, in cui l’artista visse per molti anni e che ora contiene alcuni suoi quadri e opere, oltre a varie foto e documenti sulla sua vita. Fuori, una scultura si muove seguendo il forte vento dell’isola; Manrique ne ha costruite varie, collocate in molte zone di Lanzarote, la loro configurazione e il modo in cui appaiono al viaggiatore vengono modellati dall’intensità e dalla direzione del vento e dunque, ancora, come al Jardín de Cactus, l’artista lascia la natura libera di apportare dei cambiamenti alla propria opera seguendo le proprie imprevedibili regole. I documenti e le foto presenti nella Fondazione mostrano un luogo per certi versi simile a una comune, in cui le persone si fermavano per tempi più o meno lunghi e in cui ci si sforzava di evidenziare una differenza rispetto allo scorrere dell’esistenza al di fuori di quelle mura protette dalla notorietà dell’artista. Ascoltando le interviste proiettate alle pareti, in cui chi frequentava questo luogo ne sottolineava la libertà, associata al rischio di potersi trovare da un momento all’altro vestiti con un indumento stravagante creato da Manrique, e guardando le date sulle pagine dei giornali appesi alle pareti, mi viene da pensare che in fondo tale bisogno di anarchia privata fosse necessario, in un periodo in cui il grigiore oppressivo degli ultimi anni di Franco trascolorava in una transizione dove la democrazia era ancora un’istituzione fragile, come evidenziò nel 1981 il tentativo di golpe di Tejero. Eppure, questa dimensione di libertà individuale non era priva di contatti con l’esterno, a differenza di quanto sarebbe avvenuto poi per molti negli anni Ottanta, in cui all’edonismo corrispose un sostanziale disinteresse per le questioni politiche e relative alla comunità; infatti, quello che si può osservare nelle stanze della fondazione è una applicazione del motto surrealista coniato da Breton trasformare il mondo, cambiare la vita, ossia unire alla ricerca della liberazione dei desideri individuali la lotta collettiva per la trasformazione dell’esistente. E di quest’ultimo aspetto si trova traccia ovunque, qui, dove ogni segmento del percorso espositivo ricorda l’impegno di Manrique in favore di una conservazione delle specificità dell’isola: ci sono interviste contro la speculazione edilizia a Lanzarote, ci sono appelli per preservare la natura e le caratteristiche del luogo, ci sono le modalità costruttive stesse di questa casa, le finestre sotto le quali sono presenti le stesse rocce che possono essere osservate all’esterno, le stanze realizzate intorno a piante che si innalzano fino a fuoriuscire da aperture sul soffitto, il bianco dell’intonaco esterno e il nero del basalto all’interno, come a voler ribadire a un mondo ormai lanciato verso la cementificazione anonima una strada per un’architettura immersa nella natura e nelle tradizioni locali. Il senso di serenità che si respira nelle strutture che Manrique ha realizzato, la meraviglia che ne emerge, sicuramente lasciano delle tracce emotive, che fanno comprendere ancor più delle valutazioni razionali il valore e il significato delle sue posizioni. Ed è forse per questo, per questi momenti di immersione in questi luoghi sospesi tra la mano dell’uomo e le stratificazioni del terreno e delle piante di Lanzarote, che so, tornando in albergo, che porterò con me a lungo il ricordo di questo piccolo tentativo di rivolta perso al largo dell’oceano.

    Un dettaglio dalla Fondazione Manrique
    Altre immagini della Fondazione Manrique
  • Parco nazionale di Timanfaya e Cueva de los Verdes, 9-10 gennaio 2023

    Il parco nazionale di Timanfaya

    Vicino al vulcano, la terra ribolle. Quando arrivi nel parco nazionale di Timanfaya, ti mettono in mano dei sassolini caldi per farti avvertire la temperatura elevata del suolo, quindi ti fanno salire su un autobus che si inerpica per un paesaggio lavico privo di vita, in cui solo alcuni ciuffi d’erba riescono a emergere dalla distesa di roccia lasciata dall’eruzione del Settecento. I crateri e la terra scura mi fanno venire in mente certe ricostruzioni di Marte viste nei documentari; solo l’oceano, intravisto in lontananza oltre la distesa di lava rappresa, crea un contatto tra il paesaggio quasi extraterrestre che mi circonda e il ricordo della quotidianità di un’esistenza forse non molto diversa dalla mia, quella degli abitanti dell’isola che vivevano qui e che si trovarono a dover fuggire quando, prima delle eruzioni, la terra iniziò a tremare. Mi chiedo come debba essere vivere sotto un vulcano, se porti con sé un senso di precarietà oppure se alla fine con il tempo te ne scordi, quasi non percepisci più il rischio che la terra possa esplodere liberando acqua bollente e lava e i crateri divengono un elemento del paesaggio, niente più che un dettaglio alle spalle del mare.

    Eppure, da trecento anni nessun animale vive più qui – troppa, dice la guida, l’escursione termica tra il giorno e la notte – non i dromedari con cui vengono intrattenuti i turisti nei pressi dell’ingresso del parco nazionale, non certo l’uomo, che sembra accedere a queste aree come uno spettatore timoroso di una natura che, qui più che altrove, sembra affermare la sua forza. Non a caso mi torna in mente Leopardi. Cerco disperatamente un legame tra ciò che vedo e le parole della Ginestra, cerco traccia del fiore che profuma i deserti, che sfida la possibilità di essere spazzato via dal vulcano in pochi secondi per portare qualcosa a chi passa, come la poesia che riesce ad addolcire le asperità della vita. Tuttavia, la vegetazione qui è costituita da rare chiazze di muschio, da ancor più isolate zone erbose e di fiori non ce n’è traccia. Dunque, il riferimento che percepisco è piuttosto al Dialogo della natura e di un islandese, alla drammatica indifferenza della Natura che può distruggere la vita (e addirittura l’umanità) senza accorgersene, semplicemente perché così accade nel concatenarsi degli eventi. E in effetti il racconto di quest’isola sembra essere scandito più dal meccanicistico ripetersi dei processi naturali che dal passaggio dell’uomo.

    Me ne accorgo anche il giorno successivo quando, alla Cueva de los Verdes, lontano dal Timanfaya, a nord dell’isola, mi spiegano come la lava proveniente dal Monte Corona durante un’eruzione di 25.000 anni fa si sia solidificata solo in superficie nel suo scorrere verso il mare, creando in profondità quella lunga grotta, colorata prevalentemente del nero del basalto, in cui mi trovo. Ancora una volta, il tempo è cadenzato dallo scorrere lento degli eventi naturali, in epoche che appaiono lontanissime per la breve storia dell’umanità e quasi mi sento fuori posto, in questi luoghi in cui niente sembra raccontare qualcosa che sia alla mia dimensione, niente parla di vite e di storie, solo stratificazioni di ferro e di calcio, protrusioni stalattitiformi costituite dalla lava nel suo gocciolare, volte enormi che mi accolgono senza che nessuno le abbia pensate a tale scopo, che sono solo l’esito casuale di processi naturali avvenuti millenni fa. Il senso di spaesamento, il senso di essere ospite in un luogo totalmente altro rispetto alla storia e ai tempi dell’umanità, alla mia storia e ai miei tempi, dura poco, poi la guida inizia a parlare delle popolazioni locali che si rifugiavano qui per sfuggire ai pirati che funestavano le coste canarie e degli ebrei che vi si nascondevano per sfuggire alle persecuzioni, mostra un teatro scavato nella roccia perché, dice, il basalto assorbe il suono e dà un’acustica perfetta, mostra una curiosa illusione ottica creata da un artista locale ponendo uno specchio d’acqua in un’area della grotta e tutto cambia. Inizio a vedere come le vicende dell’uomo si intreccino con i luoghi in cui avvengono e come, in realtà, siano inscindibili da essi. La natura crea o comunque modella la storia di ciò che avviene intorno ad essa e così queste isole vulcaniche perse a largo della costa marocchina sono diventate un luogo di esuli che qui attendevano di partire per il Nuovo Mondo, così queste grotte nate dallo scorrere del magma sono diventate il porto sicuro in cui rifugiarsi quando il mare portava pericoli, così la pietra lavica gettata dalle ripetute eruzioni dei vulcani è stata usata per la costruzione degli edifici e per la delimitazione dei giardini. Le caratteristiche dei luoghi guidano le storie degli uomini, il loro vagare, attraggono chi ha vissuto determinate vicende e non altre e così facendo costruiscono comunità che a loro volta cercheranno di raccontarsi facendo i conti con ciò che le circonda. Dunque, improvvisamente mi rendo conto che il lavoro che è stato fatto, qui a Lanzarote, per conservare i paesaggi naturali e le specificità dell’isola, ha preservato anche la storia di questi spazi, salvandola dall’anonimato delle distese di strutture turistiche uguali a quelle presenti ovunque. In queste pietre, in quello che rimane del “fuoco incandescente del vulcano”, come cantava Battiato, nei racconti delle fughe nelle grotte per sfuggire ai pirati, si può ancora leggere il passaggio degli uomini, dal sacerdote spaventato che nel Settecento raccontò nei suoi diari l’eruzione del Timanfaya, agli anonimi visitatori che chiamarono Manto de la virgen una formazione lavica nelle Montañas del Fuego. Quando esco dalla Cueva de los Verdes, in lontananza si vede l’oceano. Ero abituato ad ascoltare le storie del mare, questi giorni a Lanzarote mi hanno insegnato che anche le terre vulcaniche possono raccontare molto.

    Il “manto de la Virgen”
  • Arrieta, Lanzarote, 10 gennaio 2023

    Arrieta

    Arrieta guarda l’oceano con le sue case bianche. Mi ricorda Arcos de la Frontera, i pueblos blancos persi sulla montagna andalusa, solo che qui il rumore e l’odore del mare sono ad ogni svolta della strada e tra una casa e l’altra si aprono stretti vicoli che conducono all’acqua. Sembra un luogo di transito, fuori dai bar alcuni ciclisti francesi pranzano prima di ripartire per chissà dove e ai lati della strada le macchine a noleggio lasciano per qualche tempo i surfisti a saggiare le onde del luogo, prima di riprendere la strada verso l’estremo nord dell’isola. Mentre guardo una signora tedesca intenta a dipingere l’oceano di fronte a un albergo bianco ai confini del mare, mi chiedo il destino di chi rimane, di chi chiama casa questo luogo che per molti rappresenta un frammento di poche ore o di pochi giorni nell’esistenza, un acquerello che sbiadisce progressivamente nella memoria insieme al fragore delle onde che si infrangono sulla riva. Cerco le risposte nel volto dell’uomo che porta a spasso un barboncino in mezzo alla strada sul mare incurante delle auto che passano, nello spagnolo rapido del ristoratore che mi porta il cibo, nel gesto della ristoratrice che, a fine pranzo, mi insegue per consegnarmi la bottiglia di acqua minerale che non ho terminato in modo che possa berla in seguito. Ma non è possibile cogliere da pochi dettagli il racconto di un’esistenza, la costruzione di un modo di vedere il mondo a partire da basi completamente diverse da ciò che per me rappresenta una struttura di fondo quasi ovvia. Dunque posso solo immaginare e nell’immaginazione si uniscono ricordi dell’infanzia, film visti, libri letti e i pescatori al largo sull’oceano davanti a Arrieta si fondono con quelli che nelle mattine sull’Adriatico andavano a ritirare le reti. Mio nonno, quando rimanevo da lui in Abruzzo in estate, andava a comprare il pesce sul presto e al ritorno mi parlava delle barche dei pescatori tirate a riva, del pescato in mostra, delle sveglie prima dell’alba di quegli uomini che nel suo racconto sembravano quasi provenienti dal tempo immobile delle fiabe, figli di quella storia circolare che la rivoluzione francese credeva di aver distrutto e che Nietzsche forse voleva far riemergere parlando di eterno ritorno. I pescatori di Arrieta, come quelli abruzzesi di cui mio nonno parlava senza che io li vedessi mai, sono invisibili in questa mattina calda, eppure se ne avverte la presenza nelle barche tirate a riva sulle strade che si immergono in mare – le avevo già viste, in altri tempi, sulla costa ligure, a Manarola, anche allora era gennaio e inseguivo sul Tirreno le immagini degli Ossi di seppia. Raccontavo la mia esistenza in modo totalmente diverso, allora, e tanti frammenti identitari stavano appena nascendo da anni in cui mi sembrava di stare vivendo di nuovo l’adolescenza, quel desiderio di scoprire, quel desiderio di sentirmi diverso.

    Sulla strada principale, le abitazioni bianche si aprono in ampie terrazze, che forse, fuori da quel contesto, mi ricorderebbero i porticati delle ville americane e invece mi trovo a pensare alle terrazze sull’oceano delle case cubane, viste in un film, Regreso a Itaca, in cui su quelle terrazze si parlava proprio di partire o rimanere, di legare la propria storia a un luogo, vivendone le necessarie delusioni (là si parlava anche della disillusione per gli esiti della rivoluzione castrista), oppure cercare altrove lo spazio in cui far abitare la nostalgia. Ecco, la nostalgia. Mi rendo conto che ogni volta che parlo del mare torno a quel sentimento che racconta di spazi da colmare per tornare a un luogo che si possa sentire proprio e penso che in fondo proprio questo mi suggerisce il mare, il desiderio insopprimibile della partenza e il senso di appartenere a un altrove che, forse, si trova oltre la distesa dell’acqua. I marinai portoghesi, solcando l’oceano, portarono con sé questa duplice valenza e dunque parlano di saudade sia il fado che le canzoni brasiliane e se ne trovano accenni anche nel semba angolano, mentre nel creolo capoverdiano il termine diventa sodade, come canta Cesaria Evora. Mi dico che forse l’oceano porta necessariamente la nostalgia, perché la sua vastità allontana necessariamente il momento del ritorno.

    Accanto alla spiaggia di Arrieta, la Casa Juanita sembra incontrarsi con i miei pensieri sull’andare e sul tornare. Leggo che è appartenuta a un uomo originario di Lanzarote che aveva fatto fortuna in Argentina. Tornò sull’isola dopo anni, sua figlia era malata di tubercolosi e aveva bisogno di un luogo in cui respirare l’aria del mare, dunque costruì questa villa dove lei potesse vivere. La figlia morì presto, ma l’abitazione si protende ancora sull’oceano con la sua forma curiosa (diversi osservano una somiglianza con una casa delle bambole). Guardandola dopo averne letto la storia, il ritorno triste dell’uomo che aveva lasciato l’isola per divenire ricco altrove, mi trovo a pensare alle parole di Amerigo di Guccini, altra storia di viaggio sull’oceano: Tornò come fan molti, due soldi e giovinezza ormai finita. E rimango lì a guardare il mare, a pensare le mie partenze e ai miei ritorni, alle mie nostalgie che mi fanno sentire talora simile agli esuli sull’oceano di cui mi piace immaginare le storie.

    La casa Juanita ad Arrieta
  • Playa de Papagayo, Lanzarote, 9 gennaio 2023

    La playa de Papagayo a Lanzarote

    Nella playa de Papagayo, gennaio somiglia alle giornate di inizio maggio, il sole è caldo e un vento fresco (da est, dicevano ieri in aereo) sembra essere l’unico ricordo dell’inverno che ho lasciato a Firenze, della sua realtà di cappotti stretti nelle mattine gelide. Di fronte, l’oceano, quell’Atlantico accarezzato già a Cadice che ora ritrovo, anni dopo, stupendomi di come la sua immensità, il suo protendersi lontano fino all’Africa e all’America, non emergano in questo lembo d’acqua stretto tra due rocce vulcaniche, così simile alle insenature tirreniche dell’Isola d’Elba o ai disegni insulari dell’Egeo sulla costa di Creta. Ha un senso di familiarità, questo mare, mi sembrano note queste rocce muscose sul fondo delle acque basse, così simili a quelle che trovavo nelle estati elbane, mi sembra nota la folla di italiani e olandesi che inseguono i figli sul bagnasciuga, mi sembra noto l’orizzonte sgombro, quell’orizzonte infinito del mare oltre il quale da piccolo, sull’Adriatico, sognavo la Croazia, e oltre cui ora mi chiedo se si trovino le lontane terre di Florida o il vicino Marocco. Eppure, immergersi nelle sue acque in questo inizio di gennaio che qui somiglia alla primavera, farmi inglobare dall’oceano in questa giornata ventosa ha l’emozione di un momento di passaggio, perché il mare porta con sé le sue storie e le storie raccontate da questa distesa che bagna l’orizzonte non parlano dei mercanti fenici in rotta verso la Francia, delle colonie greche in Asia Minore, delle peregrinazioni degli ebrei sefarditi in fuga dalla Spagna. Questo mare porta con sé le storie di chi oltrepassò le colonne d’Ercole, da quel Lanzarotto Manocello di Genova che nel Trecento approdò in quest’isola fino alle spedizioni di Colombo e Magellano, entrambi passati dalle Canarie, ultimo porto d’Europa, prima del grande salto verso l’ignoto. L’Atlantico racconta chi dei remi fece ali al folle volo, le rotte dei mercanti inglesi e olandesi, i secoli delle scoperte e delle esplorazioni mentre il Mediterraneo lentamente declinava. I pescatori di Santa Lucia di Walcott, il marinaio innamorato sulla goletta “Flight” solcavano acque simili a queste, lontano, nei Caraibi e sentendo il mare avvolgermi da ogni parte li sento improvvisamente vicini, come se l’oceano me li rendesse in qualche modo familiari, mi facesse accedere a qualcosa che prima non conoscevo. Di certo, me li riporta alla memoria, li sento emergere dal flusso del mio pensiero in cui prima non erano minimamente contemplati e insieme ai volti, reali e immaginati, di pescatori e navigatori riemergono quei versi di Walcott dedicati a una donna lasciata a riva:

    Quando le stelle erano giovani sopra Castries
    ho amato te sola e ho amato il mondo intero
    ma che importa se le nostre vite sono diverse?
    cariche dell’amore dei nostri figli diversi?
    quando penso al tuo giovane volto lavato dal vento
    e alla tua voce che sogghigna nello schioccare del mare?

    Li avevo letti tanto tempo fa e non li ricordavo quasi più. Tornano ora, improvvisi, con le onde dell’oceano.

  • Era da tanto tempo che non iniziavo l’anno suonando. Ritrovare Strauss è stato un po’ come reimmergersi nei colori degli inizi di gennaio dell’adolescenza, quando gli spigoli del contrabbasso urtavano contro le pareti del vecchio teatro Comunale e i capodanni dell’infanzia trascorsi a guardare in televisione il concerto di Vienna erano tutto il passato che avevo. Mi sono ritrovato in luoghi della mente e della memoria che avevo smarrito da tempo ed è sempre curioso osservare come siano sufficienti un luogo adatto, qualche nota (come la Sonata di Vinteuil che accompagna i mutamenti d’animo di Swann nei confronti di Odette nella Recherche) affinché la coerenza di identità nella quale mi sento saldo e di cui talora avverto le limitate possibilità si sfaldi e riemerga il ragazzo che, a quindici anni, suonava la Persischer Marsch sul palco di un teatro che non esiste più e non sapeva nulla, come scrive il poeta vicentino Lanaro, “di città, di onori, di tempeste”.