Sulla battigia, ai confini del mare
i bagnini si danno le consegne
come in reparto alle quattordici, o prima, o dopo
si raccontano le storie, i matrimoni, le sfortune.
Forse parlano dell’acqua, della temperatura, del meteo
o forse di nulla o di poco, della serata prima, del sonno perduto
e io sono una figura sullo sfondo, in un angolo della spiaggia
– il libro in mano parla di lotta di classe
qui
qui dove tutto è immobile da sempre
qui dove il mare sempre ricomincia andando e venendo stagione dopo stagione
senza sapere niente di Maggie Thatcher
– non c’è società solo individui –
delle reti che si sfrangiano lasciandoci soli
delle identità collettive che si sfaldano
e di colpo nel buio di una camera in città
non attendiamo più che qualcuno entri
solo Tom Hobbes che sussurra in un angolo
odia il prossimo tuo come te stesso.
Sull’Adriatico
dove gli individui si smarriscono nel rumore delle onde
le storie e le vite si sospendono
in un presente che è passato, in un futuro assente
in un meriggio che non ha altro scopo che condurre a sera
e ogni giorno non ha senso che in se stesso.
Sul comodino un altro libro, da leggere all’alba
– il passato non serve più per costruire il futuro
dice
tutto è confuso nella nebbia del presente.
Sullo sfondo
Fukuyama si immerge nelle acque di agosto
proclamando una bellezza che non salverà il mondo
sulla spiaggia i bagnini si danno il cambio
raccontando parole che non sentirò mai
ovunque l’Adriatico, dove la storia non inizia
nelle pieghe del mare, nel rumore delle onde, nei gesti ripetitivi
anno dopo anno.
Nelle mani, raccolta l’acqua della riva che scivola tra le falangi tra le dita
ritrovo
quello che i giorni hanno sottratto
i pensieri, le speranze, la lotta di classe, il futuro
quello che i giorni hanno dato
la tristezza, la malinconia, la disperazione
e il vuoto che rimane ha il rumore del mare
e un sorriso fugace
nelle increspature del tempo.
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