• La fine del gioco

    Settembre
    e non giochiamo più
    con la vita il volto i giorni
    con il racconto dei tempi andati e futuri
    e il rumore della pioggia in paese scivola sulle strade come nei giorni di scuola
    ma allora
    iniziare era scoprire, trovare Kant tra le pagine non usate
    o un Montale da amare in un giorno d’inverno.

    Ora
    rimane la malinconia
    per le pagine non lette per le vite non vissute
    e sarei entrato in classe parlando di Rimbaud
    in un’aula di scuola o di tribunale
    io è un altro e sono gli altri l’inferno
    e l’inferno è il perdere ogni giorno qualcosa
    ogni giorno smarrire
    l’essere diversi da ciò che si è
    la strada non percorsa che svanisce nel buio
    per poi chiedersi
    ha senso
    lavorare dormire sognare bagnarsi
    sotto la pioggia di settembre
    nel freddo che parla soltanto d’inverno
    ha senso
    questa sera
    il tepore di una camera
    la consistenza di un libro che non riesco a finire?

    Forse
    hai senso tu, questo nostro trovarci sul ciglio del mondo
    in questa notte sfinita in cui le parole
    non trovano strade tra le labbra del sonno
    hai senso tu, questo nostro viaggiare
    questo giocare alla vita che ancora possiamo
    che ancora inseguiamo nelle pieghe del giorno
    abbiamo senso noi, qui
    in questa infinita penombra del cielo
    in questo tepore che non è d’altri
    non dei notiziari economici del mattino
    né dei tassi di interesse che salgono e scendono
    né delle rate dei mutui e del contratto nazionale
    né del governo francese sostenuto dalla destra.

    Qui
    abbiamo solo
    qualche ricordo qualche sogno qualche sguardo
    qualche viaggio in Giappone quando verrà primavera
    qualche filo di Arianna per non smarrire la strada
    che conduce nella stanza al limitare del giorno
    dove essere felici è raccontarsi il tempo
    e un mattino scosceso nel silenzio di Civita
    seduti su una panchina a vegliare l’estate.

    Ora è settembre
    la prima pioggia scivola sulle letture di ieri
    sui pensieri che si perdono oltre le case del centro
    sull’odore dei cornetti caldi al mattino in via Roma
    sulla ripetizione dei volti e dei giorni
    sui programmi per l’inverno da costruire di nuovo
    Ora è settembre e si torna a casa
    e costretto da Ermes dall’isola di Calipso
    di nuovo verso Itaca
    fa rotta
    Odisseo.

  • I

    La notizia arrivò al Ministero intorno all’ora di pranzo. Inizialmente si trattava di poche frasi sussurrate tra una conversazione e l’altra alla macchinetta del caffè, quindi giunse qualche conferma attraverso una radio libera gestita da un centro di controinformazione che aveva sede in una sorta di comune hippy poco lontano dal Ministero.

    Anatolij fu il primo a parlarne apertamente. Era uscito di prima mattina per passeggiare, tornò sudato e trafelato mentre io e Arsenio cercavamo di contattare l’assistenza per riparare la macchinetta del caffè, bloccata ormai da giorni.

    Mormorò a mezza voce: “Il convoglio è sparito”, ma fu difficile, nell’immediato, contestualizzare questa alquanto vaga affermazione.

    “Quale convoglio, Anatolij?”

    “Il convoglio, il convoglio” ribadì lui e si recò verso le cucine per reperire un bicchiere d’acqua.

    Dopo dieci minuti, tornò, un po’ meno affannato, e ci diede le prime frammentarie notizie dell’accaduto.

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  • Il sole che tramontava sul mare ricordò che l’estate era ormai alla fine. È come in un libro di Izzo, pensai, qui sulle rive del Mediterraneo prima di perdersi per sempre. Ma io non ero Fabio Montale, né lei una di quelle donne sfiorate appena nei bar del porto di cui parla lo scrittore marsigliese. Avevamo parlato tanto di noi, anche se il silenzio attuale rivelava un certo imbarazzo – ci eravamo scritti a lungo, avevamo passato le sere a mandarci vocali e a volte a telefonarci, dopo quei primi timidi contatti su un sito. Cosa piace a me, cosa a te, i soliti convenevoli e poi ci eravamo raccontati le nostre vite, le mie inquietudini di ascoltatore di storie, lei alle porte di un dottorato in filosofia, forse si sarebbe occupata di Husserl, ma non lo sapeva ancora. Una sera mi aveva chiamato, avevo voglia di sentirti, non ci siamo mai visti e non sono del tutto sicura della tua esistenza. Finimmo a discutere di religione, di luteranesimo e di quale fosse il disco migliore dei Pink Floyd tra The dark side of the Moon e The Wall, tertium non datur.

    Ci eravamo toccati, in qualche modo, e il silenzio imbarazzato forse significava questo. Come dare voce a quello che era passato tra noi ora che tutto si trasformava in un impasto di sguardi, di voci, di sensazioni tattili date anche semplicemente dalla vicinanza. Nel dubbio, tacevamo, a volte facendo riferimento ad alcuni progetti di viaggio di cui avevamo parlato insieme, altre a discorsi filosofici che non avevano mai seguito. Usare i soliti convenevoli di una conoscenza sarebbe stato quasi un tradire quel senso di vicinanza che avevamo costruito nel tempo e così bisognava che ognuno di noi si abituasse all’altro per il tempo necessario a riuscire a riprendere il filo del discorso interrotto in una chat o una telefonata.
    Alla fine, mi invitò a camminare. In un lido suonavano un ritmo di tango. Mi hai detto che hai fatto un corso per un po’, mi disse. Sì, ma non credo di essere ancora in grado, risposi. Fammi vedere, replicò.

    Rimanemmo là, ballando lentamente nella sera che scendeva. Forse non avevamo bisogno di parole, ma del lento scorrere di Bahía Blanca, in sottofondo, alle porte della notte.

  • Tre storie

    “In fondo, pensavo che ogni volta che una persona racconta ci sono tre storie” mi disse in un pomeriggio caldo di mezza estate – la sera incombeva sui gradini della chiesa ed eravamo rimasti lì a parlare, incuranti del passaggio distratto dei turisti intenti a fotografare tutto ciò che ci circondava.

    “Tre storie?” chiesi.

    “Tre storie. C’è la storia che viene raccontata, ovviamente, autobiografica o meno che sia. C’è la storia di chi racconta, che in qualche modo influenza la storia raccontata. E poi c’è la storia di chi ascolta, che inevitabilmente influenza la ricezione. Se io ti racconto qualcosa, tu lo filtrerai attraverso la tua storia, lo confronterai con il tuo mondo e da questo confronto le mie parole usciranno inevitabilmente trasformate. E forse, se ci pensi bene, le storie sono ancora di più. C’è quella che mi racconto ogni giorno e che mi dà il senso di quella che sono. C’è quella che vorrei raccontarti, con le sue immagini e con i suoi ricordi. C’è quella che effettivamente racconto. E poi ci sei tu: la storia raccontata viene tradotta in immagini e ricordi che sono soltanto tuoi e viene poi confrontata con il tuo vissuto, con il tuo modo di raccontarti.”

    “Dunque, come potremo mai comprenderci? Io volevo parlarti del mare della mia infanzia, dell’Adriatico che brillava al mattino quando mi ci recavo con mio nonno, negli anni Novanta. Volevo raccontarti del rumore delle onde, delle raccomandazioni ascoltate sulla riva.”

    “Ecco, vedi, ora ho in mente un’immagine… Era il duemiladieci, o giù di lì. Una sera, sulla spiaggia all’Isola d’Elba, con due birre, un libro abbandonato sulla sabbia. Questo evocano le tue parole. Lui forse l’ho amato o forse no, non ricordo, ma era un amore adolescenziale, non c’è molto da dire, solo una sensazione sottile che confina con la nostalgia. È impossibile comprendersi, vedi. Io quelle tue onde non le vedrò mai e la mia nostalgia non sarà mai la tua. Siamo condannati a cercare di toccarci con le parole senza mai riuscirci.”

    “E dunque come possiamo sentirci vicini se le parole allontanano?”

    “Con il calore degli abbracci. Quelli non tradiscono.”

    Il bianco della chiesa sbiadiva nella penombra della sera. Mi chiesi se anche lei percepisse ciò che avvertivo, ma ebbi l’impressione che domandarglielo avrebbe portato a una nuova discussione ai limiti della filosofia. Rimasi lì ad ascoltare il suo respiro, a sentire la sua spalla vicina alla mia e, a tratti, a incontrare il suo sguardo e il suo sorriso.

  • Il bar si trovava a poca distanza dal viale. Il tram, poco lontano, andava avanti e indietro inseguito da torme di turisti in ritardo nel calore del pomeriggio. Nell’angolo, un jukebox suonava una canzone di Brel, mentre la televisione trasmetteva un programma calcistico. L’Italia aveva perso con la Svizzera ed era stata eliminata dai campionati europei e la discussione verteva sull’opportunità o meno di sostituire l’allenatore, il certaldese Spalletti, in favore di qualche nuova figura da idealizzare per poi svalutare alla prima, inevitabile, sconfitta. Il dibattito contagiò per qualche minuto anche il piccolo gruppo di dipendenti del Ministero della Morte in trasferta del tavolo 14, che si divise tra chi riteneva che il calcio fosse inevitabilmente destinato ad essere sostituito nei cuori dei cittadini del mondo nel giro di cento anni dal revival della pallacorda (la fazione che sosteneva ciò aveva partecipato, direttamente o indirettamente, agli eventi rivoluzionari del 1789 o al periodo napoleonico) e chi discettava di moduli e del declino del ruolo del fantasista dopo il ritiro di Baggio, con tanto di citazione musicale sul fatto che da quando Baggio non gioca più non è più domenica ecc. ecc.

    “Se vogliamo iniziare la riunione, prima che si faccia tardi…” propose infine un tale dalle lunghe basette e dal basco ingombrante, che nella vita aveva scritto testi di tango per fisarmonicisti sperimentali e che al ministero chiamavano soltanto H. in verosimile omaggio alla tradizione inaugurata dai film di James Bond e proseguita dalla trilogia di Men in Black per cui il capo dell’organizzazione viene nominato esclusivamente con l’iniziale del nome.
    Gli altri tacquero e lo fissarono mentre si accarezzava il pizzetto e i baffi. In sottofondo, Gianmaria Testa dal jukebox recitava Ritals, mentre dalla terza sedia sulla sinistra qualcuno che molto gli somigliava – e forse era davvero lui, anche se non l’avrebbe mai ammesso – guardava svagato il televisore.

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  • Barcellona, 25-28 luglio 2024

    Il lungomare della Barceloneta

    I miei giorni a Barcellona iniziano e finiscono sul Mediterraneo. Ho passeggiato sul lungomare appena giunto in città e ora saluto questo poco tempo trascorso in compagnia di pittori d’avanguardia e architetti modernisti sulla spiaggia della Barceloneta, guardando i bagnanti affastellarsi sulla sabbia sfuggendo ai venditori di ombrelloni che imperversano sulle assi di legno poco lontano nel sole caldo del primo pomeriggio.

    La luce nella parte della Sagrada Familia rivolta a ovest
    L’esterno della Pedrera
    L’ingresso del cortile interno della Pedrera

    Eppure, penso, il Mediterraneo è stato un compagno costante in queste giornate barcellonesi. L’ho ritrovato a Casa Battló, nelle finestre ovalari che richiamano quelle delle navi e nell’azzurro che rimanda al colore del mare. L’ho ritrovato nella luce della Sagrada Familia, più calda verso ovest dove il sole tramonta, più fredda a est in direzione dell’alba. L’ho intravisto alla Pedrera, nelle sue scalinate rivestite di azzurro e verde e nelle onde della sua facciata e nel Parc Güell, che mi rimanda ai giardini dell’Alcázar, visti a Siviglia alcuni anni fa. Dalla piazza della Natura, sopra la sala ipostila, al Parc Güell, si vede il mare e il mosaico che ne ricopre il parapetto ondulato sembra in continuità con l’acqua lontana, riflettendone le oscillazioni e il rifrangersi della luce sulla sua superficie.

    Uno dei due edifici posti all’ingresso del Parc Güell
    Casa Battló vista dal Paseig de Grácia

    Arrivando a Barcellona in cerca di Gaudí, immaginavo di trovare soprattutto il senso di sorpresa, la meraviglia per le forme e i colori estrosi, la sensazione del bambino che vede qualcosa di completamente diverso da ciò a cui è abituato e rimane lì a far correre l’immaginazione e a lasciarsi invadere da ciò che sta osservando. Quella sensazione c’è stata: è emersa al comparire della Sagrada Familia dietro una svolta della strada, vedendo la facciata della Natività culminare nell’albero della vita e la frutta colorata svettare sui pinnacoli, l’ho avvertita di fronte alle costruzioni deformate, quasi surreali e oniriche, che sembrano accogliere il visitatore del Parc Güell come due guardiani alle porte di un sogno, quando la realtà inizia a cadere e tutto diviene possibile. E la stessa meraviglia dei sogni, quando la continuità dell’esperienza si interrompe e lascia spazio a qualcosa di totalmente altro, di totalmente inaspettato, si è presentata all’emergere dalla fila di edifici del Paseig de Grácia del profilo di casa Batlló, della facciata azzurra che sembrava provenire da uno di quei quadri di Dalí in cui lo scarto dalla realtà proviene dalla liquefazione delle immagini ordinarie, dalla loro collocazione fuori posto, dalla strutturazione sopra di esse di elementi irreali. Dunque, il sogno e la meraviglia hanno effettivamente fatto parte di questi giorni, forse un po’ mitigati dalla collocazione urbana delle opere architettoniche che impedisce di strutturarvi compiutamente intorno fantasie oniriche da quadro surrealista – le auto che corrono sul Paseig de Grácia o sulla piazza Gaudí stabiliscono una continuità con la realtà difficile da destrutturare. Eppure, ho trovato anche qualcos’altro, qualcosa di familiare che ha a che fare con questo mare, con questo Mediterraneo che unisce popoli e storie. L’interno spoglio della Sagrada Familia, in cui le colonne si innalzano come alberi per ramificarsi verso la volta e in cui la luce e i colori che essa genera attraversando le grandi vetrate è l’unica decorazione, ricorda la sobrietà meditativa delle moschee, in cui alle icone si sostituiscono motivi floreali, l’apertura alla natura della Mezquita di Cordova dove originariamente non vi era soluzione di continuità tra le colonne interne e la sequenza di alberi del giardino, quasi a sottolineare una vicinanza tra le opere dell’uomo e quelle di Dio. Tra le pareti di casa Batlló, il mare è nell’azzurro intenso che riveste gli spazi comuni dell’edificio, che passa come un’onda sopra la portineria per poi spingersi verso l’alto nel cortile interno, quasi a suggerire che le finestre aperte su di esso siano immerse nelle acque – e del resto molte di quelle finestre sono dotate di vetrate che deformano l’immagine, dando l’impressione di trovarsi sotto il livello del mare.

    Le finestre sul cortile interno di Casa Batlló
    L’effetto “subacqueo” dato dalle vetrate interne di Casa Batlló

    È forse necessario, per chi vive sul Mediterraneo, confrontarsi con esso, volontariamente o involontariamente. Il mare racconta una storia e, per quanto possa essere sottinteso, per quanto possa essere uno sfondo quasi invisibile per la certezza della sua presenza, è come se inevitabilmente attraesse chi si trova ad abitarvi vicino. Il viaggio finisce sulle rive del mare e mentre l’aereo, facendo rientro a Bologna, sorvola queste acque apparentemente silenziose, mi trovo a pensare che in fondo ho fatto quello che da sempre chi ha vissuto sul Mediterraneo: sono partito, ho visto, ho conosciuto, ho immaginato, ho ascoltato storie.

  • Barcellona, 26 luglio 2024

    Due dipinti giovanili di Pablo Picasso esposti al Museo Picasso di Barcellona

    Sono venuto a Barcellona alla ricerca di memorie e di radici. Forse è per questo che il mio sguardo tende a cogliere in ciò che esploro l’altrui desiderio di trovare un fondamento, un porto a cui tornare. Al museo Picasso, sembra di poter seguire l’erranza inquieta del giovane Pablo tra le vie di Barcellona, di cui rappresentava degli scorci con uno stile impressionistico vicino a quello dei Macchiaioli e sicuramente diverso dal rigoroso realismo che permeava i contemporanei dipinti realizzati per il suo percorso accademico. Tra le immagini di finestre aperte e chiuse, tra i paesaggi fatti di piccoli gruppi di case e i personaggi, spesso marginali, rappresentati senza volto o deformati nel loro vagare per una Barcellona colorata talora con delle tinte accese che ricordano l’espressionismo di Kirchner, mi sembra di intravedere un desiderio di radicarsi, di prendere contatto con il luogo attraverso l’arte per sentirlo un po’ più proprio. La realizzazione dell’insegna per il caffé Els Quatre Gats non fa che confermare la mia impressione di un Picasso che progressivamente cercava di immergersi nel tessuto di una città in cui non era nato, ma in cui aveva vissuto anni di formazione e di progressivo avvicinamento alle avanguardie artistiche.

    L’insegna per il caffè Els Quatre Gats realizzata da Picasso stampata su un menù
    Cortile esterno della Fundació Miró con una scultura dell’artista (“Maqueta para Luna, sol y una estrella“)

    Miró scriveva del suo legame con il paese di Mont-roig e realizzava sculture con gli oggetti quotidiani che vi trovava, oltre a dipingere su un sacco utilizzato per la vendemmia vendutogli da un contadino perché “inservibile”. Il luogo entra così nella sua rappresentazione artistica e la materia che ne proviene, pur trasfigurata, sembra rimandare all’idea che qualsiasi produzione dell’umano, anche se tende all’astrazione e alla decostruzione della tradizione come nel caso delle opere di Miró, ha comunque una terra da cui nasce, una polvere calcata dalle scarpe dell’autore, degli uomini incontrati ogni giorno in una quotidianità forse grigia, ma che fornisce un ancoraggio, un senso di appartenenza a una storia collettiva.
    Ho letto che a molti scrittori, nel corso della loro vita, è stato dato il consiglio di scrivere quello che vedevano. Di aprire la loro finestra e raccontare il mondo che vi scorreva davanti, adottando la completa aderenza alla realtà, al luogo di origine o di vita, a delle radici percepite o immaginate come presupposto per poter realizzare qualcosa di valido. Mi sono sempre chiesto, di fronte a questi suggerimenti, dove finisse la fantasia, la capacità umana di trasfigurare la realtà rendendola qualcosa d’altro, dove finissero le metafore, dove finisse la possibilità di narrare il proprio mondo parlando apparentemente d’altro, come i Luther Blissett di Q, che raccontavano il Sessantotto e i suoi corollari parlando apparentemente della riforma luterana e delle successive guerre di religione. E al contempo mi sono domandato come porre un argine alla fantasia, come impedire al viaggio immaginario di divenire divertissement, pura evasione senza più alcun legame con il mondo sensibile e con le sue difficoltà, le sue tensioni, le sue lotte. Forse Picasso e Miró rispondono anche a questo, a come unire un riferimento al mondo reale e alle sue tensioni (Miró dedica anche un quadro come La speranza del condannato a morte, dove pochi tratti su fondo bianco tendono all’astrazione assoluta, a un tema vivo e presente come l’esecuzione di Puig Antich) alla possibilità di dare spazio alla ricerca espressiva e alla fantasia. Rispondono al quesito su come non distanziarsi dalle proprie radici, dal proprio sguardo sul mondo, pur non rispondendo a un realismo completo, pur dandosi la possibilità di immaginare e trasfigurare – come nelle litografie che Miró realizzò dopo la guerra civile, in cui personaggi immaginari con denti aguzzi evocano la repressione franchista.

    J. Miró, “La speranza del condannato a morte”
    J. Miró, “Maggio 1968

    La sera che scorre via porta con sé le parole di Guccini, i suoi interrogativi espressi in Radici che sembrano rispecchiare i miei, divisi tra le illusioni di poter avere risposte ritrovando le proprie radici e la comprensione che gli interrogativi non possono che trovare soluzione altrove: è inutile cercare le parole/La pietra antica non emette suono/O parla come il mondo e come il sole/Parole troppo grandi per un uomo. Mi chiedo se al silenzio delle radici e dell’oggi, all’impossibilità di raccontare semplicemente quello che si vede dalla finestra,  possano dare risposte gli autori di ieri, che nella trasfigurazione della realtà trovavano la verità.

  • Hanno aggredito una collega, di nuovo. Ne parlano i giornali – 45 minuti di sequestro da parte di una persona con un coltello e un cacciavite negli spazi del Centro di Salute Mentale di Montedomini, a Firenze, la paura, il pensiero che va alla fiaccolata di Pisa dell’anno scorso fino al muro su cui era stata massacrata la responsabile del reparto, quella che ogni tanto, nei mesi in cui lavoravo a Empoli, sentivo per i trasferimenti dei pazienti. La collega aggredita a Firenze la conosco dai tempi della specializzazione e questo forse fa sentire tutto più vicino e più emotivamente saliente, fa avvertire di più la preoccupazione – quando capiterà a me? – e la rabbia perché sembra anche troppo facile percepirsi come Cassandre che – quasi sempre inutilmente – hanno denunciato le condizioni di rischio in cui lavorano, hanno chiesto supporto, protezione. La rabbia, nel mio caso, è anche un’altra, ossia che chiedere protezione, come psichiatri, sembra rinfocolare l’antico pregiudizio – totalmente falso, per quello che dicono i dati – che il paziente psichiatrico sia pericoloso, imprevedibile, violento. Sostenere le frasi per cui “a quello non gli sto vicino, è matto, metti che poi mi fa qualcosa”. E penso a tutti i volti che ho incontrato e l’emozione che avverto è a volte tristezza per vite bloccate e sofferenti, a volte rabbia per la difficoltà (e a volte impossibilità) a stabilire un’alleanza, ma quasi mai paura. Quasi mai mi sono sentito in pericolo, nella stanza con i miei pazienti, quasi mai ho sentito paura per la mia incolumità, nonostante la stanza dei colloqui sia un luogo di emozioni, in cui si urla, si piange, ci si arrabbia.

    Vorrei dire quindi che il problema sta altrove, che non chiedo protezione dall’umanità sofferente che entra dalla porta, non mi serve, i miei pazienti non mi fanno paura. Chiedo protezione dall’ideologia perversa per cui, dato che, contrariamente a quello che dicono i dati, chi ha un disturbo psichico è ritenuto potenzialmente violento, allora tutta la violenza diviene la possibile spia di un disagio mentale e dunque se ne deve occupare la psichiatria per spegnere e rendere mansueto chi non lo è, un po’ come facevano a Guantanamo, dove usavano farmaci psicoattivi per sedare dei detenuti che erano sicuramente potenzialmente violenti, ma con altrettanta certezza non affetti da alcun disturbo psichico. Penso che si tratti di un problema non semplice – abbiamo perso di vista, come società, il fatto che le scelte e le azioni delle persone hanno radici molteplici, che vanno dalla storia di vita, magari caratterizzata dall’abitudine alla violenza come modalità per far valere le proprie ragioni, alle condizioni economiche, dall’ambiente di provenienza – dove magari la violenza può essere spesso utilizzata – all’indole individuale. Abbiamo perso di vista che siamo liberi anche di essere cattivi, violenti, aggressivi e lo vorrei dire a volte ai giornalisti che per ogni atto di violenza incomprensibile evocano la competenza psichiatrica, a chi una volta al telefono mi disse con la massima naturalezza che era certo che una situazione fosse di mia competenza perché “be’, mi scusi Dottore, ma è aggressiva…”, alla magistratura e alla politica che dopo la chiusura – meritoria e necessaria – degli ospedali psichiatrici giudiziari spesso hanno aumentato la pressione sui servizi di salute mentale affinché mettessero in atto programmi di cura che consentissero di evitare agiti aggressivi non correlati con disturbi mentali.

    Essere da soli con i pazienti non è un problema, non lo è mai stato. Essere da soli con la violenza, chiunque la agisca, è un problema e non si risolverà con i corsi di difesa personale o con il recupero delle vecchie pratiche manicomiali, in cui medici e infermieri, lasciati soli con tutte le manifestazioni di chi arrivava nel reparto di accettazione, anche quelle più aggressive, si trasformavano in carcerieri. La violenza si affronta con la consapevolezza della sua multifattorialità, senza delegarne la gestione alla psichiatria e fornendo agli psichiatri, come a tutti gli altri cittadini, la protezione necessaria da parte della magistratura e delle forze dell’ordine, senza l’idea che chi lavora in salute mentale a certe cose dovrebbe essere abituato e dunque dovrebbe vedersela da solo.

    Purtroppo, in conclusione, a volte l’umano è crudele. Uccide, aggredisce, fa iniziare guerre, stermina per ragioni etniche o religiose i suoi simili. Dovremmo riappropriarci della cattiveria che abbiamo dentro, riconoscere anche in noi la possibilità di commettere il male, anziché proiettarla sull’Altro mettendogli addosso un’etichetta, quella di “folle”, che ci dica in modo rassicurante di non preoccuparsi, che la violenza e l’aggressività riguarda lui perché è matto, mica la popolazione sana. Dovremmo guardarci dentro come Agostino nelle Confessioni e riconoscerci parte di quell’atomo opaco del male in cui a volte vige il principio hobbesiano per cui l’uomo è un lupo per l’altro uomo.

  • Barcellona, 25-26 luglio 2024

    Pablo Picasso, dal ciclo Las Meninas”

    Tema con variazioni

    Quanto parlano di musica, questi giorni a Barcellona. In effetti, molto di quello che vedo riporta a dei riferimenti musicali ed evoca idee, possibilità, forme costruttive. Ieri, al museo Picasso, la forma era quella del tema con variazioni: nel 1957, il pittore andaluso realizzò cinquantotto quadri che rappresentano altrettante variazioni sul tema del noto dipinto di Velasquez Las Meninas, alternando vari stili utilizzati in diversi momenti della sua carriera, dalla stilizzazione modellata sull’arte africana delle Demoiselles d’Avignon a momenti più figurativi fino a tele in cui la modalità di rappresentazione tende all’astratto. Mentre lavorava a queste tele, per una settimana si concesse un divertissement e dipinse con vari stili i piccioni che vedeva dalla finestra del suo atelier e la vicina baia di Cannes; mi viene da pensare, guardando i suoi quadri di quei giorni, all’ironia di Beethoven che nel bel mezzo della complessità delle Variazioni su un valzer di Diabelli inserì una trascrizione dell’aria di Leporello con cui si apre il “Don Giovanni” (“Notte e giorno faticar”).

    Uno dei dipinti sui piccioni realizzati nel 1957 da Pablo Picasso (“Los pichones”, 1957)

    In effetti, è difficile trovare un riferimento musicale adeguato per il tema con variazioni su Las Meninas di Velasquez realizzato da Picasso. Manca, in Picasso, a differenza dei temi con variazione della tradizione musicale settecentesca e ottocentesca, l’esposizione del tema, che è altrove, al Museo del Prado e nella mente di chi guarda l’opera, come in Metamorphosen di Richard Strauss, in cui la frase che viene ripresa e variata, derivante dalla Marcia funebre della Sinfonia Eroica di Beethoven appare solo in fondo, sommessa e difficile da individuare. Tuttavia, Picasso nelle sue variazioni cambia stile, spesso radicalmente, mentre Strauss mantiene sempre una coloritura nostalgica, la cui tristezza contempla la distruzione della cultura tedesca negli ultimi giorni della guerra mondiale. Picasso, inoltre, non si limita a variare il tema, ma ne isola delle parti, ad esempio dedicando quadri a singoli personaggi del dipinto di Velasquez, e dunque accanto alla variazione stilistica si trova una sorta di esplorazione letteraria, come se si scavasse nel quadro originale ricavandone volti, immagini, forse storie parallele. E non mi viene in mente un brano musicale – o una serie di brani – che riescano a filtrare un tema del passato attraverso l’intero percorso della ricerca stilistica del compositore al contempo ingrandendo particolari, approfondendo, espandendo. Riesco ad evocare solo modelli parziali: le Quattro versioni della ritirata notturna di Madrid di Luciano Berio isolano un tema della Musica notturna nelle strade di Madrid di Luigi Boccherini e lo rendono protagonista di un crescendo rossiniano costituito, come in Rossini e nel Bolero di Ravel, con la progressiva aggiunta di strumenti alla parte orchestrale; una volta raggiunto il momento di massima intensità dinamica e di massimo coinvolgimento dell’organico orchestrale, la potenza sonora su riduce e gli strumenti progressivamente tacciono, fino a tornare al silenzio iniziale. Le Folk songs, sempre di Berio, decostruiscono i temi tradizionali con una molteplicità di stili diversi. Manca l’unione di tutto questo e anche qualcosa di più: Picasso sembra fare i conti con se stesso e con la propria instabilità stilistica, riversando tutta o quasi la sua ricerca passata su un tema famoso. Fatico a trovare in musica un compositore che svolga il medesimo procedimento.

    Tra silenzio e suono

    Joan Miró, “Paisaje”

    Oggi, invece, alla Fundació Miró l’argomento è il silenzio e come esso faccia risaltare il rumore. Miró lavorò sul tema del silenzio e del vuoto negli ultimi anni della sua vita, realizzando tele in cui tratti e punti isolati si stagliano su uno sfondo monocromatico. Quando mi siedo a guardare i suoi trittici dominati dal bianco in stanze fatte per osservare e meditare non posso che pensare al Feldman di “Rothko Chapel”, scritta per un luogo altrettanto dedicato alla meditazione come la cappella aconfessionale a Houston per cui Rothko realizzò varie opere prima di suicidarsi nel 1970. Feldman isola il suono in un mare di silenzio come Miró situa i suoi punti colorati nel vuoto della tela, per poi concludere il brano con un tema scritto in età giovanile, quasi come se fosse una reminiscenza di un altro luogo, di un altro tempo. Miró, come Feldman, sembra mirare alla creazione di uno spazio sospeso, di un luogo in cui il vuoto lasci spazio ai pensieri – e non ai rumori confusi del pubblico evocati dai quattro minuti e trentatré secondi di silenzio del musicista nella partitura più celebre di John Cage – e li porti attraverso poche note o pochi segni che risuonino e risaltino nel silenzio dei colori e della musica verso una dimensione diversa, in cui si possa sentire ancora l’eco delle divinità fuggite di cui parla Hölderlin, in cui il fragore della quotidianità si possa spegnere e possa essere ancora possibile accedere al sacro evocato in passato nei rituali, ad una dimensione originaria dell’esistenza precedente alle sovrastrutture sociali e culturali, al puro esistere di cui parla Lévinas in Dall’esistenza all’esistente. Forse è in quel silenzio in cui ci si può sentire semplicemente esistere che rimane ancora traccia del divino, di quella trascendenza che ci può permettere di uscire da un’individualità che ha una forte componente culturale; a proposito di quest’ultimo punto, basti ricordare, come scrivono Marraffa e Meini ne L’identità personale, che ci sono culture in cui scarsa è la strutturazione dell’io e in cui l’attribuzione a sé dei sogni e dei pensieri è poco presente e dunque i prodotti della mente vivono in un mondo esterno e sono attribuiti a forze ed entità esterne (i sogni ad esempio sono concepiti come visioni notturne) oppure sono comunque scarsamente utilizzati per costruire una continuità del sé. Tornare a quella discontinuità originaria, a quel vivere momento per momento senza riconoscersi nella continuità di un sistema di credenze e di euristiche positive e negative sul mondo, sembra essere la possibilità offerta dall’esperienza destrutturante del vuoto di Feldman e Miró: in fondo, presentare una tela quasi completamente bianca vuol dire eliminare gli appigli che danno identità a un quadro, i colori, le linee, le forme; allo stesso modo, presentare un brano con lunghi silenzi implica eliminare la continuità tematica che solitamente consente la riconoscibilità di un pezzo musicale. Il vuoto consente di riconoscere i frammenti isolati, di riconoscere il singolo pensiero, la singola sensazione, il singolo suono, il singolo colore senza riportare tutto immediatamente al proprio rassicurante sistema di certezze. Ed è forse nel vuoto, nel bianco e nel silenzio, che si può vedere, come diceva Blake, l’infinito in un granello di sabbia.

    Conclusione, a teatro

    L’interno del Palau de la Música catalana

    Stasera sono a teatro, al Palau de la Música catalana suonano un omaggio a Paco de Lucía, ballano flamenco e tra le grandi vetrate poco comuni in una sala da concerto, le colonne che sembrano alberi che si diramano verso l’alto, il soffitto formato di fiori e vetri colorati, improvvisamente anch’io mi sento altrove, in un mondo che inizia e finisce nel momento esatto in cui sono, nell’ultima nota del chitarrista, nell’ultimo battito di tacco sul palco. Esiste solo questo, ora, solo le architetture moderniste del Palau, le sue lanterne colorate, i cavalli wagneriani che spuntano sopra il palco e la musica di De Falla e De Lucía nell’aria. Forse in altri momenti penserei al potere di induzione dello stato di trance che la musica ha in alcune culture o perlomeno la frase di Battiato “Nei ritmi ossessivi la chiave/dei riti tribali”. Ma ora non esiste nulla, la vita inizia e finisce ora, qui, in questa notte al Palau de Música, tra colonne arboree, la bandiera della Catalogna dietro il palco e tre chitarristi che omaggiano Paco de Lucía.

  • Barcellona, 24 luglio 2024

    La Plaça Reial al tramonto

    Sono venuto a Barcellona in cerca di memorie. È la risposta che mi do mentre mi trovo a camminare sulla Rambla insieme alle centinaia di turisti che a luglio si spostano verso la capitale catalana. Penso che ognuno abbia una motivazione nel viaggio e chiedendomi quale sia la mia mi trovo appunto a rispondere che forse è proprio questa, il tentativo di inserirmi in una memoria familiare, di costruire un mio racconto che si affianchi a quello che ho ascoltato negli anni. Accanto a me in questa discesa verso il mare in fondo al viale c’è mio padre, proprio colui che quella memoria familiare ha creato e quindi la persona maggiormente indicata per aiutarmi a orientarmi al suo interno, confrontando passato e presente e mostrandomi i luoghi più volte narrati.

    La casa Bruno Cuadros sulla Rambla

    I miei genitori hanno fatto un lungo viaggio in Spagna dopo il matrimonio, verso la fine degli anni Ottanta. Quando ero bambino, quel viaggio era un’epopea omerica, da ascoltare sera dopo sera e da immaginare poi di notte, con i suoi luoghi buoni, come Siviglia e Barcellona, i suoi momenti critici, come la tossinfezione alimentare per cui mio padre ebbe per alcuni giorni la febbre alta, i suoi insegnamenti, come quello di allontanarsi il meno possibile dai luoghi consigliati dalle guide nelle località turistiche onde evitare brutte sorprese. Il racconto spesso verteva su Barcellona, città così amata, allora, dai miei da spingerli a farvi ritorno prima di terminare il viaggio e fare ritorno in Italia. Barcellona, per me bambino, era un insieme di nomi che più tardi, da adolescente, cercai di unire a delle immagini viste su un sito internet o su una guida – il museo Picasso, il museo Miró, la Sagrada Familia, il ristorante Las siete puertas. Il sogno, chiaramente, era – e rimase per lungo tempo – quello di poter vivere almeno una parte di quel racconto, di poter attraversare quegli angoli di Catalogna ascoltati e riascoltati in quell’epica familiare che nell’infanzia era buona parte del mio mondo; tuttavia, per molto tempo l’unica cosa possibile è stata continuare a immaginare, magari nutrendosi di letteratura e filmografia non sempre di buon livello.

    E poi eccoci, in questo giorno di luglio, io e mio padre, lo stesso che per anni ha raccontato una Barcellona ormai sempre più lontana nel tempo e che oggi si trova a confrontare il mondo di ieri con quello che stiamo vedendo e vivendo insieme. Arrivando al Port Vell, si stupisce per il recupero di tutta l’area effettuato negli ultimi anni – “Quarant’anni fa qui era tutto degradato” ripete più volte mentre camminiamo sulla Rambla del Mar e poi torniamo sul lungomare, seguendolo fino alla Barceloneta. La sera, cenando al ristorante 7 portes, riflette su come sia cambiato dal tempo in cui vi aveva cenato e in cui vigeva ancora la denominazione in spagnolo 7 puertas e un pasto costava ventimila lire, complice probabilmente un cambio favorevole e l’assenza del turismo ora pervasivo; in ogni caso, la paella è ancora molto buona, il cameriere molto cortese e questo sembra dare un senso di continuità alle buone impressioni riportate allora.

    L’interno della chiesa di Santa Maria del Mare

    Prima di coricarmi, mi trovo a pensare di aver trovato anche qualcosa di mio in questo primo giorno a Barcellona alla ricerca di memorie familiari. L’ho trovato alla svolta di un vicolo, l’odore del mare ancora nelle narici, attraversando le strade strette della città vecchia. L’ho trovato negli interni spogli di Santa Maria del Mare, costruita dai portuali nel basso Medioevo, nelle sue navate laterali che si riuniscono dietro l’altare, sulla cima della sua torre dalla quale si possono vedere, una di fronte all’altra, la Cattedrale di Barcellona e la Sagrada Familia, in un silenzioso dialogo di guglie e pinnacoli. Quello che ho trovato, in fondo, è il Mediterraneo, con il suo andare e venire di voci e popoli in riva al mare, quel Mediterraneo che sembra quasi nascondersi, in questa città portuale divenuta negli anni meta di turisti alla ricerca ognuno di qualcosa di diverso, dall’arte alla vita notturna, per emergere nelle pieghe dei vicoli della Ciutat Vella fino a stabilirsi nelle architetture gotiche della chiesa del mare, tra le statue a cui si votavano i portuali e i mercanti.

    Prima di addormentarmi, l’ultima immagine parla della contemporaneità di questi luoghi: tornando da cena, ho visto alcuni musicisti cantare con una bandiera catalana di fronte al palazzo della Generalitat, rimandando alla legge di amnistia di Sanchez e alle spinte indipendentiste che in questo anno di maggioranze strette in parlamento sono tornate agli onori della cronaca nazionale spagnola. Scoprirò più tardi che oggi Sanchez era a Barcellona per favorire l’accordo per un governo catalano. Il sonno interrompe la riflessione sul presente e sulle memorie. Da oggi avrò anch’io una storia da raccontare su questi luoghi.