• Orbetello, 21 giugno 2022

    L’antico mulino spagnolo nella laguna di Orbetello

    Sulla laguna, la vita sembra sospendersi. Sembra di guardarla da fuori, immersi in uno scorrere dei giorni che non ha altro colore che il  bianco madreperlaceo dell’acqua alla sera, non ha altro suono che il richiamo degli aironi passando sulla diga al mattino, non dà altre sensazioni se non quella del vento che soffia ostinato ogni giorno tra le piante di fico. Il coagulo dei giorni passati, con i progetti fatti, le sofferenze, le paure, appare simile al vecchio mulino spagnolo isolato nella laguna: un elemento quasi surreale, fuori posto, una presenza che colpisce per la sua incongruità con il contesto e tuttavia che si percepisce essere appartenuta ad altri luoghi, ad altre storie in cui era invece perfettamente inserita. Gli stessi luoghi assumono un significato diverso: mesi fa, mi furono proposti come meta lavorativa e il trasferimento in queste terre era argomento che si inseriva tra le pieghe della mia quotidianità, dei miei progetti di vita, della rete di relazioni e di sicurezze costruita in anni a Firenze. Oggi in questo luogo il futuro e il passato sono distanti in un presente che parla di sensazioni immediate, di esplorazione, di scoperta. Si ritrova il sapore dei giorni d’infanzia, in cui tutto è nuovo e dunque non vi è ancora un significato predefinito da dare alle cose e ogni luogo può avere molteplici valenze, prima di cristallizzarsi in uno statico insieme di ricordi avvicinandosi all’età adulta. In questi giorni non mi progetto, non immagino un avvenire oltre la sera, svaniscono le ansie di un’esistenza in mutamento che si approssima al momento della scelta su ciò che vuole diventare. Tutto è qui, sulla ciclabile che porta alla Giannella, nello sguardo al mulino smarrito sulla laguna che mi ricorda certi scenari dei film di Miyazaki, nei racconti fatti alla sera o nelle intercapedini del giorno su ciò che ho vissuto in questo anno di chiusura di percorsi e a tratti di solitudine – e a raccontare tutto così, nel silenzio di un tramonto maremmano, anche il dolore dei giorni passati si attenua, i ricordi sembrano rasserenarsi e perdere la loro valenza affettiva, tutto sembra superato, pacificato, una valigia di esperienze che non appesantirà né questo né altri viaggi. Andrea Smorti riporta in diversi suoi libri i risultati di un suo studio che mostrava che raccontando esperienze affettivamente cariche si riduceva la sofferenza associata e aumentava la capacità di riconfigurarle in senso positivo. Forse, in questo frammento di infanzia maremmana, sta succedendo questo. In un luogo che non è mio e in cui mi sto immergendo nell’immediatezza di questo inizio di estate sto raccontando il nuovo inverno del mio scontento rendendolo un po’ più parte di un passato che non fa più male e meno di una quotidianità dolente.

  • Ora Teresa è all’Harry’s Bar
    Guarda verso il mare
    Per lei figlia di droghieri
    Penso che sia normale
    Porta una lametta al collo
    È vecchia di cent’anni
    Di lei ho saputo poco
    Ma sembra non inganni
    E un errore ho commesso – dice
    Un errore di saggezza
    Abortire il figlio del bagnino
    E poi guardarlo con dolcezza

    F.De André, Rimini

    In questa mattina di aprile, dalle casse dello stereo sotto la finestra, nella voce di De Andrè, Teresa all’Harry’s bar guarda svanire i suoi sogni da figlia di droghieri che si immaginò erede di pirati. Rimini è il disco di una parte dolente della mia adolescenza, quella che, dopo aver sfogato la sua rabbia nelle viscere delle chitarre degli Iron Maiden e dei Metallica, si ritrovò a diciassette anni con le sue aspettative deluse, con l’impressione di aver perso un luogo buono in cui tutto era ancora intero senza aver trovato nulla che lo sostituisse. Allora, non capivo fino in fondo cosa significasse la storia di Teresa, non comprendevo che era la voce di una Madame Bovary che leggeva la realtà attraverso i suoi libri e che alla fine si trovava a confrontarsi con un aborto e con l’abbandono da parte di un bagnino senza nome. Mi riconoscevo però in Sally, in cui l’anonimo narratore in un giorno all’alba dell’adolescenza contravveniva al divieto materno di giocare/con gli zingari nel bosco e veniva condotto via da Sally, incontrando un’età adulta costellata dal dolore, dalla dipendenza da eroina di Pilar, dalla seduzione del Re dei Topi. E non tornava mai, anzi, diceva Dite a mia madre/che non tornerò, dunque rivendicando il percorso di allontanamento da casa o forse riconoscendolo come una rottura non sanabile, come se, come l’ostrica sullo scoglio citata da Verga, una volta staccatisi dalla patria infantile non fosse più possibile farvi ritorno. Forse il protagonista della canzone è un po’ lo ‘Ntoni dei Malavoglia, che non può più rimanere ad Aci Trezza e alla fine la lascia per sempre riconoscendosi nel mare, che non ha paese nemmen lui ed è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare.

    Ci sono giorni in cui sento il bisogno di immergermi di nuovo in quel senso di smarrimento dell’esule da una patria perduta, in quel senso di appartenere a un altro luogo, a un altro tempo, in cui sento il bisogno di spiegarmi l’estraneità dallo scorrere dei giorni con la rivendicazione di un nucleo narrativo solo mio, con la conoscenza di una lingua appresa chissà dove e che non può essere più parlata che nei soliloqui. Donatella Di Cesare, nel suo libro su Derrida e Gadamer, cita la dispersione delle lingue di Babele per sottolineare la condizione dell’uomo che si confronta con altri che non può comprendere fino in fondo, che parlano con parole straniere e devono essere dunque decodificati. Forse c’è qualcosa di più. Non è solo il sentire di parlare una lingua diversa dall’altro, ma il sentirsi immersi in un bilinguismo in cui da una parte vi è un universo di significati condivisi, che possono essere trasmessi attraverso la parola, dall’altro vi è una seconda lingua propria, segreta, i cui contenuti sono i soli a poter dire l’anima e che esprimono il fondo delle emozioni, delle sensazioni, dei sogni e solo difficilmente possono essere tradotti nei termini della lingua comune. È un sentirsi intraducibili non solo rispetto all’altro, ma anche a se stessi, nel momento in cui il fondo dell’esperienza che si sente più proprio ed essenziale non può essere detto fino in fondo, non può essere espresso a se stessi e quindi rimane in una lontananza inattingibile. Se gli dei di Hölderlin hanno abbandonato l’uomo, anche l’uomo si è inabissato rendendosi visibile a se stesso solo sotto il pelo dell’acqua, permettendosi di percepire solo a tratti nel suo sentimento di esistere qualcosa che sia traducibile in parole, che possa essere detto a se stesso, che possa costituire un nucleo identitario in cui riconoscersi, per quanto fragile. La patria lontana siamo noi stessi e cerchiamo di raggiungerla (di raggiungerci) con i sogni, con le letture, secondo quel processo di costruzione dell’identità narrativa attraverso il riconoscimento di sé nelle pagine dei libri e nei racconti degli altri di cui mi parlano in questi giorni i testi di Ricoeur. Oggi il mio processo di costruzione si ferma su Rimini, sulle immagini dell’adolescenza, sul protagonista di Sally che lascia l’infanzia per non farvi ritorno. E mi sento un po’ così, perduto, smarrito nella separazione da qualcosa di profondo dopo una unità iniziale. Ma è tempo di uscire e la vita, come il treno che non finisce mai di cui parlava Dalla, mi trascina di nuovo all’aperto, al sole, a questa timida primavera.

  • E lontano, lontano nel mondo
    In un sorriso sulle labbra di un altro
    Troverai quella mia timidezza
    Per cui tu mi prendevi un po’ in giro
    E lontano, lontano nel tempo
    L’espressione di un volto per caso
    Ti farà ricordare il mio volto
    L’aria triste che tu amavi tanto
    E lontano, lontano nel mondo
    Una sera sarai con un altro
    E ad un tratto, chissà come e perché
    Ti troverai a parlargli di me

    L.Tenco, Lontano, lontano

    La malinconia di Tenco pervade la sera. Sono seduto sul letto, il sonno ancora latita e il libro di Eshkol Nevo mi attende invano gettato sul tavolo della camera. Tenco canta e mi riconosco, mi riconosco nella timidezza, nell’aria triste che tu amavi tanto. Una donna, un tempo, mi disse che avevo gli occhi tristi anche se ridevo e in questi momenti non so se la velatura malinconica di queste sere di primavera sia la transitorietà di un divenire, un momento come tanti, oppure ciò che rimane sempre al di sotto dell’inquietudine dell’anima.

    Tenco canta ed entro nello spazio buono della tristezza, in quella sospensione del tempo che ho immaginato in altri anni che fosse tipica della morte, in cui le incombenze dei giorni svaniscono e ci si immerge in un presente di sentimenti tenui, in cui i ricordi sono solitudini di un pomeriggio davanti a scuola, a quindici anni, e forse avrei dovuto dirle che mi piaceva o forse no, è andata meglio così, e sono i vuoti di esistenza di una notte di luglio in cui scrivevo poesie in una casa che non esiste più e una fisarmonica suonava in lontananza. Lontano, lontano nel mondo/una sera sarai con un altro, canta, ora che il tempo non ha più profondità, ora che il tempo si distende in una sincronia in cui sembra che tra un attimo mio padre aprirà la porta e sarà ora di andare a scuola, in cui forse se cerco bene sul tavolo avrò ancora un libro da terminare dopo essermi sentito grande per la prima volta, in cui sto per immergermi in quella notte a Bardonecchia quando facendo tardi per guardare l’alba e parlando della mia vita avvertii che qualcosa era cambiato e il bambino di ieri si allontanava nel passato lasciandomi di fronte a qualcosa che ancora non conoscevo. La notte unisce frammenti di ricordi, attimi in cui mi sono sentito completamente immerso nel presente, in cui la presenza dell’altro, della musica, del silenzio faceva svanire ogni pensiero rivolto avanti o indietro e tutto rimaneva lì, in uno scorrere che non si definiva e mi lasciava l’impressione di essere immerso in un mare di sensazioni, emozioni e parole. Forse anche ora mi sento così, ora che l’identità si sospende – sono io? Sono la stessa rigida identità che si fissa al suo ruolo, ai suoi doveri, al suo setting? – e si limita a fluttuare tra le sensazioni e i ricordi e scopre che il bambino partito quella sera in montagna è nell’angolo della stanza e attende che lo chiamino per la cena.

    Vedrai che cambierà, canta, e penso che è difficile essere adulti, credevo che sarebbe venuto un momento in cui tutto sarebbe stato chiaro e le regole della vita sarebbero state spiegate nella loro semplicità e invece il tempo non porta che dubbi e la cristallina certezza dei grandi si rivela non essere altro che una disillusione di bambini che hanno smesso troppo presto di giocare. In questa sera di primavera, non so dirti come e quando/ma vedrai che cambierà, di nuovo il tempo è un gioco e le regole della vita sono da inventare e si può immaginare come allora che tutti siano attori che recitano per la mia felicità o che sia possibile fermare il tempo, invertirlo, tornare a quel pomeriggio davanti a scuola e provare a non cambiare proprio niente, tanto è andata bene così, ma rimanere a sentire com’era essere se stessi allora, senza sapere niente del futuro e senza sapere se quell’occasione mancata sarebbe stata irrevocabile. E quindi Tenco canta e riempie il vuoto malinconico di una sera di primavera. Vorrei dirgli che lo sento vicino, che i momenti di tristezza da cui nascevano le sue canzoni (Scrivo canzoni tristi perché quando sono felice esco) forse sono vicini ai miei, ma so che sarebbe un’illusione, siamo monadi chiuse alla possibilità di comunicare completamente e quindi questi momenti di nostalgia e malinconia, questo mare orizzontale del tempo liquido in cui le rappresentazioni e le sensazioni del passato diventano un flusso in cui immergersi non sono probabilmente neanche vicini a quei giorni di Genova. Eppure, non mi importa, mi tengo la mia illusione, in questa notte di primavera che non ha anno, non ha giorno, in cui c’è solo la musica, la tristezza, la nostalgia. E ascolto, in silenzio.

  • Non aveva mai pensato che di mille e una possibilità forse già mille erano sfumate e perdute – oppure che sarebbe stato costretto a perderle perché una sola era la sua

    Ingeborg Bachmann, Il trentesimo anno

    La luce sulla pagina mi riporta a Ottobre. La mattina d’autunno porta ancora con sé i residui dell’estate. Si parla ancora di pandemia, ma la nuova ondata ancora non è arrivata e io sono al centro vaccinale per un misto di senso di responsabilità e di preoccupazione di dimenticarmi la scadenza del green pass e avere problemi. Conosco la zona del Mandela Forum: all’inizio dei ventisette anni, di quella che una volta chiamavo la mia seconda adolescenza, all’inizio di quel periodo di esplorazione, nuove amicizie, nuovi amori vi abitava una persona che conoscevo e da cui mi recavo spesso. Lascio la macchina, poi l’attesa è breve. Quando entro nel cubicolo per la somministrazione del vaccino, l’uomo in camice bianco mi chiede che lavoro io faccia. Gli dico che sono un medico, si qualifica come collega, anestesista, in pensione. Mi chiede ulteriori specifiche – forse scambia una mia timidezza nei confronti della conversazione per preoccupazione e cerca di ridurla parlando. Gli dico che sto studiando per diventare psichiatra e attendo una delle due o tre consuete risposte che in generale ricevo da colleghi e conoscenti,  “Qui ci sarebbero un sacco di clienti per te” oppure “Dovremmo venire tutti da te”. Mi fa sempre sorridere chiedermi se poi quelli che mi fanno questa osservazione effettivamente poi sentano che loro o gli altri avrebbero bisogno di supporto o se è solo un intercalare, magari dettato da una lite con un collega o dalla mancata comprensione di un comportamento (e quello che non si comprende, lo diceva Watzlawick, viene sempre etichettato come folle e dunque meritevole di approfondimento psichiatrico). Il collega però dice tutt’altro. Sai, dice, la psichiatria avrebbe interessato anche me. Però, vedi, quando uno è giovane ha tutte le potenzialità, poi inizia a scegliere e le strade possibili sono sempre meno, fino a che non ne resta solo una. Vedi, io ho scelto il liceo classico e già qualche strada non c’era più, poi Medicina e quindi non sarei mai potuto essere un ingegnere. Infine ho fatto l’anestesista e quindi tutti i sogni sui possibili futuri alternativi sono rimasti tali, solo sogni. Detto questo mi vaccina, poi mi saluta. Non so cosa dirgli, non so che peso egli dia a ciò che mi ha detto. Lo saluto con l’impressione che dovrei rispondergli molto e che non lo farò, nell’uscire incespico sulla sedia e quindi poi passo il resto della mattinata a chiedermi se la mia uscita di scena sia risultata un po’ goffa.

    Dovrei rispondergli molto, in effetti. Dovrei rispondergli che sì, forse ha ragione. A diciannove anni avrei voluto iscrivermi a Lettere, volevo fare il professore nei licei, avrei spiegato Montale e la metrica. Sapevo tutto sulla versificazione in italiano, le cesure dell’endecasillabo, avevo letto Ossi di seppia e tutto sembrava riconducibile a poche direttrici semplici che potevano essere colte con la letteratura. Mi iscrissi come lui a Medicina, passai dall’analisi dei racconti degli altri alla raccolta di storie e di volti che avrei dovuto poi io conservare e raccontare. Avrei dovuto dirgli di quei giorni di luglio in cui, in modo impulsivo, animato forse dai vecchi fantasmi del liceo, scelsi di fare lo psichiatra e non sapevo bene cosa attendermi – altre scelte, altre strade prese che ne lasciavano altre abbandonate. Avrei dovuto dirgli quindi che aveva ragione, che i giorni ci scolpiscono in una figura non più modificabile, ci “appuntano a uno spillo”, come scrive Eliot. E quindi le scelte fatte non sono revocabili e guardandosi indietro si sente l’odore e il rimpianto delle strade non seguite.

    La lampada del bagno, in questo inizio di primavera, illumina le pagine di un racconto della Bachmann, Il trentesimo anno. Fa parte di una raccolta che ho comprato l’anno scorso e non sono mai riuscito a leggere. Questo racconto l’avrò iniziato tre volte e ora ci sono tornato. Penso che la Bachmann piacerebbe al mio anonimo anestesista. Scrive, all’inizio del racconto, quello che lui sosteneva, cioè che la vita non è che una progressiva perdita di possibilità, un progressivo cedere della potenza all’atto, un progressivo definirsi cui si affianca l’accumularsi delle strade non seguite e delle occasioni non colte. Ripenso quindi al ragazzo che alla maturità citava a memoria Foscolo e Montale e mi chiedo se effettivamente avesse qualche possibilità che io ho ora irrimediabilmente perduto. In realtà, mi viene in mente, gli ultimi dieci anni della mia vita non sono stati che un nostos omerico per tornare esattamente al punto di partenza, al bambino che chiedeva al padre: “Perché io mi sento esattamente io e non mi sento un altro?”,  al diciassettenne che si interrogava su Dostoevskij e si innamorava delle compagne di orchestra, al diciottenne che voleva scrivere romanzi e si rendeva conto di sapere troppo poco del mondo per poterne parlare e troppo poco soprattutto di come si raccontano gli uomini. E dunque le strade storte, le deviazioni, gli impulsi, sembra che mi abbiano condotto in un luogo compatibile con i miei anni di viaggi mentali e di sogni, perché non credo che al ragazzo di allora sarebbe sembrato strano diventare un adulto che legge Bauman al mattino appena sveglio e si riconosce in quelle pagine di Deleuze che dicono che la psicoanalisi (come in fondo tutta la psicoterapia troppo rigida sul proprio modello) limita e non comprende il desiderio dell’uomo, lo fraintende cercando di renderlo conforme ai propri schemi anziché tentare di ascoltarlo in modo partecipe. E dunque forse all’anestesista, oggi, vorrei dire che in fondo le possibilità che abbiamo sono sempre limitate, perché siamo destinati ad essere coerenti con noi stessi. Siamo destinati a cercare in ogni cammino che compiamo qualcosa che sia pienamente nostro, che sia aderente a quello che siamo e che siamo stati – e quindi, dopo essermi interrogato per anni sul modo in cui diamo una forma narrativa alla nostra esperienza, adesso mi trovo ad ascoltare un sabato al mese persone che mi parlano esattamente di questo e lo scaffale è pieno di libri che si interrogano su come costruiamo la nostra identità, la nostra storia di noi stessi, e su come la società influenzi questo. Mentre appoggio il libro e spengo la luce, guardo la strada percorsa e vi riconosco un filo, una continuità, una sottile colorazione dell’asfalto che parla di me e di me soltanto. Qualcosa, in qualche modo, in tutto quello che è successo, sono io.

  • Niente è meno conservatore del genere apocalittico. Ed essendo un genere apocalittico apocrifo, mascherato, cifrato, può imporre una deviazione per ingannare un’altra vigilanza, quella della censura.

    J. Derrida, Di un tono apocalittico adottato di recente in filosofia

    I tuoi occhi, i miei occhi, qui, nell’angolo della camera. Sul comodino, un libro che parla del compimento dei trent’anni come perdita di possibilità. Ti ho parlato di questo tempo che crea apocalissi – la temporalità di questo presente senza futuro, di questo grigio fallimento capitalista in cui i domani migliori sono diventati uno sporgersi sul ciglio del burrone e, se non è stato il virus a distruggere tutto oggi, saranno i Russi domani e i cavalieri del libro di Giovanni sono sempre in viaggio. Abbiamo creduto nel futuro, forse non era il futuro brillante reaganiano, quello in cui la libertà sarebbe giunta ovunque e ci avrebbe reso felici, ma già quello pessimistico dei laburisti di Blair, in cui per raggiungere un luogo sereno nella tempesta del capitalismo liberale era necessario essere più formati e più studiosi degli altri. Ed eccoci qui, vent’anni dopo, Tony è chissà dove e noi ascoltiamo i media raccontarci dell’ennesima apocalisse alle porte carichi dei nostri anni di studio, dei libri letti e studiati, della tristezza di una generazione nutrita di cultura in attesa della fine, come gli animali ingozzati per il macello.

    È un presente senza passato e senza futuro. La memoria non ricorda i racconti di ieri, non permette di trovare una vicinanza tra le strutture narrative sulla fine del mondo sottese agli anni della pandemia, in cui il diffondersi del virus diventava l’immagine dell’ultimo orizzonte, prefigurando un futuro stabile di alterazione radicale dell’esistenza, e i venti odierni che suggeriscono, sommessi, la possibilità di una guerra mondiale. Probabilmente, dunque, abbiamo bisogno della fine del mondo, di sentirci nel momento definitivo a cui non ne seguiranno altri, in una sorta di versione in negativo della fine della storia profetizzata da Fukuyama dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Allora, si apriva un’eternità di pace e di prosperità, in cui il turbocapitalismo avrebbe reso tutti felici. Oggi, ad aprirsi sono gli elementi del disastro: le guerre mondiali, la pandemia che modifica costantemente il nostro stile di vita. Forse siamo solo orfani di futuro e per questo rendiamo eterno il presente, sentendoci sempre alle porte della chiusura di conti finale.

    A sera, in piazza Sant’Ambrogio, ai piedi della scalinata della chiesa un gruppo canta degli stornelli toscani. Io, in un angolo, leggo Derrida che scrive che il genere apocalittico è il meno conservatore. Mentre guardo la sinagoga oscurarsi sotto il sole che scende, sento di nutrire qualche dubbio a riguardo: se non si può pensare un futuro diverso dal presente, se la fine del presente coincide con la fine della vita e di tutte le strutture che la rendono possibile, non è più pensabile una lotta per un avvenire diverso. Forse parlare costantemente di Apocalisse serve a questo, a spegnere ogni residuo sogno, ogni possibilità residua di progettare un’alternativa al reale. Quando chiudo il libro, la sera sembra anticipare la primavera.

  • 1 gennaio 2022

    Anni fa, ricordo, ti ho detto che avrei voluto essere un uomo della Felix Austria, uno di quei personaggi raccontati da Werfel che portavano sulle spalle la prossimità della fine e l’incertezza dell’esistere e che rifiutavano l’idea britannica di vivere in funzione del proprio lavoro, bensì richiedevano alla propria professione il necessario per strutturare la propria esistenza al di fuori di essa. Anni fa, ricordo, ti parlai di Billroth, noto chirurgo viennese, che non amava molto la medicina, ma inventò due o tre interventi di chirurgia dello stomaco che rimasero in voga per qualche tempo e che preferiva dilettarsi al violoncello e frequentare Brahms. E forse pensavo anche a Schitzler, medico per proteggersi dall’ombra del padre, che si licenziò dall’ospedale per dedicarsi al teatro il giorno in cui questi morì. Questo vorrei essere, ti dissi allora, un uomo che vive in un insieme di mondi senza essere pienamente compreso in nessuno, che si definisce con l’insieme delle strade che ha percorso, anziché per la scelta di un singolo cammino. Per molto tempo ho dimenticato le parole che ti avevo detto e per molto tempo mi sono interrogato sul mio ruolo nel mondo, sulla posizione da prendere per essere pienamente, assolutamente qualcosa, scegliendo definitivamente il mio volto.

    Stamani era il primo giorno dell’anno. Dalla finestra filtrava l’odore di legno bruciato degli inverni della mia infanzia, in Abruzzo, con il tepore del caminetto a illuminare figure familiari che ora ricorrono solo in certi sogni estivi quando le credo ancora presenti. Avevo sognato – non so, forse la rivoluzione, forse la voce di mio nonno in un tempo indefinito. Fuori c’era la nebbia e leggendo Gadamer a letto, Foxtrot dei Genesis in sottofondo, mi sono ricordato di te, delle mie parole e ho capito che capire cosa scegliere era un falso problema, presupponeva la necessità della scelta, il definirsi completamente in una strada da percorrere. E invece, in questi tempi sospesi in cui attendo il mio destino, forse la definizione che mi devo dare non viene da ciò che diventerò, ma dalle strade percorse in passato, dalle trecento deviazioni che io – e solo io – ho percorso. Dai pomeriggi passati ad ascoltare Mahler come dai miei studi, dalle parole scritte e lette come dalle pagine dei lirici greci studiate al liceo, da Eliot come dal Cielo sopra Berlino. Il pensiero mi ha rasserenato. Rimango al crocevia della mia vita, in attesa di un destino, ma con la consapevolezza che quel destino non avrà mai il potere di dirmi chi sono.

  • Tempi fluidi

    Mentre agosto finisce – questo agosto dei miei trent’anni in cui mi sento sospeso in un angolo in cui nulla sembra accadere, come in una stazione in cui i treni non arrivano mai – i luoghi sembrano talora condurmi in altri tempi, riportarmi alle sensazioni e ai pensieri che avevo in altre estati della mia esistenza. Il libro di Erica Cosentino che mi accompagna mentre le giornate tornano ad accorciarsi evoca i viaggi mentali nel tempo, la capacità che abbiamo di ricostruire il passato e di costruire un possibile futuro visualizzandolo dal nostro punto di vista, come esperienza vissuta da noi, e mi tornano in mente quelle pagine di Siegel che spiegavano come certi luoghi potessero farci tornare in determinati stati del Sé che credevamo appartenere ormai al passato e come quindi in determinate situazioni potessimo sentire ancora quell’insieme di sensazioni, pensieri e rappresentazioni di noi stessi di quando eravamo bambini o adolescenti. In questi giorni il tempo sembra labile, fluttuante, forse sono le giornate pigre di questa estate immobile, forse una fase della vita in cui ogni progetto è in attesa e in cui pertanto è difficile proiettare i giorni in una prospettiva definita. Dunque, il passato non sembra così lontano e riemerge, inaspettatamente, mentre mi muovo sulla costa abruzzese in cui vengo fin dall’infanzia a passare le vacanze o mentre risalgo nell’interno per arrivare ad Atri, con le sue chiese medioevali e le luci intorno al palazzo Ducale a sera che sanno dei giorni d’inverno in cui il centro di Firenze attende il Natale.

    Nelle acque dell’Adriatico mi sento di nuovo bambino e di nuovo il mondo sembra terminare al confine della spiaggia e l’unica questione importante è quanto allontanarsi dalla riva, se giungere o no alla secca che apre la via per il mare aperto, quanto rimanere immersi. I pensieri scivolano e non rimane molto del passato, del presente e del futuro, solo pochi frammenti, poche immagini che sembrano appartenere ad anni ormai smarriti nella memoria. La solitudine nell’Adriatico al mattino è un luogo mentale fatto dalla ripetizione delle sensazioni delle immersioni, anno dopo anno, che riaffiorano insieme ai pensieri appena tocco l’acqua. In questo spazio mentale e acquatico avevo progettato un libro, tempo fa, qui avevo pensato a cosa fare circa un amour de jeunesse, qui avevo vissuto la durezza di molte crisi in anni meno sereni. A sera vado a vedere i Modena City Ramblers ad Atri, dopo quindici anni dal primo concerto a cui ho assistito. Mi rendo conto che forse uno dei motivi per cui continuo a vederli è che quando sono lì le canzoni mi riportano a quell’autobus diretto a Bardonecchia, a quindici anni, quando me li fecero conoscere, alle immagini di quella notte passata insonne ad attendere l’alba, a quelle conversazioni che per la prima volta mi fecero sentire adulto o quantomeno un po’ meno bambino.

    Il tempo fluttua, in questi giorni abruzzesi, ed evoca altri tempi. Ma non è memoria, non è una semplice rievocazione di quello che è stato. È, invece, aprire una porta sulla persona che sono stato, sentirmi – o credere di sentirmi – esattamente com’ero allora, come se le esperienze intercorse non avessero contribuito a trasformarmi. Su un sedile di un treno stipato di persone, leggo Feyerabend mentre torno a casa e ascolto i nomi delle stazioni mentre fa buio. Fuori, l’estate finisce e non so che senso dare a questi giorni sospesi in attesa di settembre.

  • Termoli, 12 agosto 2021

    Termoli a sera rivela un’attività inaspettata. Per molto tempo, era stata un luogo avvolto in una lontananza quasi irreale, era il porto da cui si partiva per le isole Tremiti, progetto di viaggio accarezzato con mio padre prima di ogni estate per la loro vicinanza all’Abruzzo in cui passavamo le vacanze e poi accantonato ogni anno per ragioni ogni volta diverse. Riuscimmo infine, dopo vari tentativi, a dare corpo infine a quel piano e Termoli divenne finalmente una meta definita, persa in un Molise in cui i cartelli autostradali segnalavano i paesi più piccoli e non le città principali e inseguita in un mattino di agosto in cui ancora il navigatore satellitare non era un’opzione percorribile. Quell’anno, Termoli fu solo un porto, solo un passaggio. Ricordo l’aliscafo, la partenza, un bagno in mare sotto uno scoglio popolato dai ricci alle Tremiti, ma nulla mi torna in mente del luogo da cui partimmo e a cui tornammo, smarrito in una memoria che fissa solo gli approdi e dimentica il luogo da cui si abbandona la terraferma, rendendolo un frammento insignificante nella transizione verso la meta.

    Dunque, quello di oggi è il mio primo incontro con Termoli, con il suo centro storico fortificato che si protende verso l’Adriatico al crepuscolo come se desiderasse un viaggio impossibile, come se si preparasse a distaccarsi dalle spiagge che si estendono ai suoi piedi per perdersi nel mare dopo esserne stato per lungo tempo confine. Le mura che guardano le acque, le case di vari colori come le abitazioni dei pescatori liguri suggeriscono mattine stanche di marinai in piedi di fronte ad un’altra partenza, oppure fermi semplicemente lì, davanti al mare, a fondersi con il silenzio. Eppure, quello che mi circonda non coincide particolarmente con le immagini di contemplazione suggerite dal luogo e ricorda piuttosto l’animazione che ritrovo nelle sere Oltrarno, a Firenze, fatta di ragazzi seduti ai tavoli in piazza, di gruppi di famiglie che inseguono bambini che corrono dietro ai cani e di un’atmosfera di festa che si percepisce fin dal corso pieno di luminarie, invaso da una fiumana di persone che lo attraversa entrando e uscendo da ristoranti e negozi. Mi sembra di ripercorrere frammenti delle mie estati abruzzesi, quando a Pineto in agosto a sera le vie venivano chiuse al traffico e si riempivano di villeggianti che le percorrevano in su e in giù e di bambini in bicicletta che poi si dirigevano invariabilmente verso la pineta ed è forse per questo mi sento a mio agio nello schivare le persone per procedere lungo la strada, come se fosse parte di un ruolo che conosco e che ho ricoperto altre volte.

    Solo nella cattedrale romanica qualcosa di quei silenzi di fronte all’Adriatico evocati dal castello svevo riemerge. Un trombonista e un organista stanno provando per un concerto, le porte sono aperte e mi soffermo un attimo, oltre il brusio della folla che in piazza mangia e parla. La chiesa, nel suo rigore medievale, è imponente ma al contempo sembra dare uno spazio alla contemplazione, alla riflessione, ad un tempo meno frenetico in cui si può rimanere a osservare due musicisti provare senza avvertire la necessità di altro. Rimango lì per qualche minuto, poi, prima di quanto desiderassi, la frenesia della piazza mi avvolge di nuovo.

  • Alberobello, 11 agosto 2021

    In questo pomeriggio in cui il calore non sembra raggiungere il picco minacciato dai giornali, di nuovo la memoria mi fa collegare parti diverse del Mediterraneo e Alberobello, paese nato provvisorio per evitare la tassazione del Regno di Napoli, mi riporta al quartiere arabo di Granada e, più su, a Sacromonte.

    La Puglia, nel suo distendersi, disegna distanze che appaiono immense a me, abituato alla Toscana in cui Grosseto appare lontanissima, eppure non è che a due ore di distanza, e in cui gli altri luoghi sembrano essere lì, basta prendere la macchina da Firenze e ci sei. Qui la strada si distende lungo una pianura che appare infinita, quasi a ricordare una di quelle vie attraverso il Midwest o la California che popolano i film on the road hollywoodiani, uno di quei paesaggi di libertà immensa, assoluta, attraversati da Peter Fonda e Dennis Hopper in “Easy rider”. Bisogna fare i conti con gli spazi, qui, con i chilometri che si accumulano, con il tempo che si dilata e che esaurisce gli argomenti di conversazione e conduce all’osservazione pura e semplice, al veder trascolorare la pianura brulla del Tavoliere nei filari di viti e olivi che circondano Bari, fino a popolarsi progressivamente di trulli – mi chiedo quanti effettivamente antichi e quanti costruiti di recente per sfruttarne l’immagine – avvicinandosi ad Alberobello. Non si parla molto, in macchina; gli Eagles suonano in sottofondo e la sensazione che avverto mentre i chilometri passano è quella dell’unica volta, dell’hapax legomenon, come se ogni minuto di viaggio non facesse che sancire che non farò mai più quella strada, che non vi saranno più l’insieme di circostanze che mi hanno condotto là, che i miei ricordi di quel luogo saranno sempre legati a quelle canzoni degli Eagles, a quel finestrino sulla pianura, a quello che accadrà quel giorno e sarà irripetibile. In fondo, è il mio senso per le occasioni perse, quella percezione che ogni momento passa senza poter essere ripetuto e quindi ogni fallimento minimo riduce le possibilità che posso cogliere.

    Alberobello è piena di turisti, concentrati in due strade lungo il Rione Monti. Più in là, si trova qualche angolo riposto, in cui riesco a fermarmi, a guardare le case bianche che si distendono verso il basso, verso la via centrale, a osservare i rari abitanti che escono per dirigersi verso la chiesa o verso la città nuova, a scrutare lo svolgersi di quei tetti a punta che ricordano certe abitazioni della Cappadocia e che una breve ricerca rivela trovarsi lì tutti insieme perché il Conte di Conversano poteva evitare in questo modo di pagare al viceré di Napoli il tributo per la costruzione di un nuovo insediamento, facendo passare i trulli per costruzioni temporanee (a quanto pare, l’elusione di direttive governative in modo più o meno elaborato e creativo non è una trovata recente). E dunque, risalendo per le vie strette tra i muri bianchi, tra gli alberi degli slarghi, mi torna in mente un’altra salita, quella dell’Albaicín di Granada, mi tornano in mente i muri bianchi costruiti a stretta distanza dagli arabi per disorientare eventuali invasori, gli aranci fatti crescere ovunque per avere a disposizione cibo in caso di assedio. Due mondi diversi, forse uniti dalla precarietà, nel caso di Granada percepita al punto di progettare lo sviluppo urbano sulla base del rischio di attacco, nel caso di Alberobello finta per evitare i balzelli napoletani. Ed è forse la precarietà che sento mia quando la sera scende, la pioggia batte sui vetri della macchina e si decide che è tardi, il clima non è clemente e bisogna rientrare, lasciandoci alle spalle il progetto di una visita notturna al centro storico blu del paese di Casamassima. È quella precarietà che mi parla di un’occasione persa e del tempo che non torna. In fondo, però, sia i trulli pluricentenari che i secoli di vita di Granada prima della cessione ai cristiani mi dicono che in realtà siamo meno precari di quanto crediamo e forse proprio ciò che si percepisce precario ha in sé gli strumenti per durare a lungo.

    Nel viaggio di ritorno prevale la stanchezza. Si va a letto tardi, scambiandosi qualche parola, ricominciando a fare progetti per l’indomani. Fuori, la grande pianura attende.

  • San Nicandro Garganico, 9 agosto 2021

    Di notte, i vicoli bianchi di San Nicandro Garganico divengono delle aperture sulla vita degli abitanti. Le porte rimangono aperte, il rumore delle televisioni racconta la prima serata di Rai Uno e attraverso le tende antimosche si intravedono brandelli di conversazioni, di liti, di silenzi. Una signora affacciata al balcone si informa se siamo “venuti per vedere le case”, quindi si lancia in una improbabile datazione delle stesse: “Queste ci sono da quattordicimila anni”. Le stradine strette che si smarriscono sotto i lampioni correndo in alto o in basso seguendo le pendenze del terreno sembrano vivere degli stessi colori dei pueblos blancos andalusi, in un altro angolo del Mediterraneo, dello stesso biancore sulle abitazioni basse per allontanare il sole, delle stesse fioriere appese ai muri, delle stesse balconate a picco sulla pianura. Il castello normanno posto all’imbocco del centro storico sembra indicare che il paese ha condiviso con i paesi bianchi andalusi, che si collocavano al margine dei domini arabi in Spagna, anche il medesimo destino di frontiera, di luogo di scontro e di invasione tra i popoli che andavano e venivano sull’Adriatico.

    Nella notte, i veri padroni della città oggi sono i gatti, che si allungano ad ogni svolta della strada, dormicchiano sulle mura bianche delle case, fissano curiosi i passanti che risalgono le scale che conducono verso la chiesa di San Giorgio in Terravecchia. Il paese bianco, perso tra le voci delle case e la curiosità dei passanti a vedere dei viaggiatori fuori orario, sembra aver trovato, ancora, dei custodi.

    Il castello di San Nicandro Garganico