Ti ho visto, Walt Whitman, senza figli, vecchio mangione solitario, a frugare fra le carni nel frigorifero e occhieggiare i garzoni del droghiere./Ti ho udito fare domande a ciascuno: Chi ha ucciso le cotolette di porco? Quanto costano le banane? Sei tu il mio Angelo?
(A.Ginsberg, “Un supermarket in California”)
A diciannove anni, la libertà aveva la barba e la voce frantumata che leggeva Howl in una registrazione degli anni Cinquanta. A diciannove anni, ascoltavo Ginsberg che raccontava il mondo, il suo mondo, a metà tra le visioni rimbaldiane mescolate con il sapore americano della mescalina e il duro realismo degli esclusi, dei reietti della grande potenza che vagavano per le strade di New York, che scappavano a Denver, che raggiungevano San Francisco all’inizio dell’autunno.
Ginsberg è stato la mia adolescenza ed è forse per questo che nei miei autunnali vent’anni lo lasciai partire per Laredo senza grandi rimpianti. In quegli anni scrivevo incipit, storie che iniziavano e non arrivavano mai alla fine e lasciavano i loro personaggi – Rick Blaine, Meinhart e donne dai nomi francesi – perdersi nella foschia delle infinite sere d’estate in cui cercavo di recuperare un brandello delle mie estati diciassettenni, in cui ancora potevo mettere su i Doors e sentirmi libero. Quasi lo rivedo, quel ragazzo che scriveva incipit nelle notti di un agosto dimenticato ai confini del mare; il rumore della folla sulle strade – i discorsi consueti, dove andare, dove mangiare, e come sta suo figlio? – e il vuoto dentro, i racconti che non terminavano perché in fondo la sua vita era immobile e non si può raccontare l’immobilità dei giorni sempre uguali. Ti ripenso stasera, ragazzo di allora, ragazzo che scriveva incipit senza sapere di stare vivendo lui stesso l’incipit della propria vita, quel momento di stasi che precede lo sviluppo dell’azione in qualunque libro. Ti ripenso dalle pagine centrali del libro di questa fase di esistenza, penso al tuo disperato sforzo di sognare una vita diversa, al tuo desiderio di fuga. Ai tuoi libri di viaggio, meditati nelle sere d’inverno – Kapuscinski raccontava l’Africa, Mutis lo splendore dell’estate caraibica. Alle tue poesie d’amore.
Ti ripenso stasera che incontro di nuovo Allen, nella luce fioca dell’ingenua purezza del nuovo anno, nelle casse Ornette Coleman che racconta di strade che si perdono in una visione allucinata della libertà. Apro Urlo e di nuovo sento gli anni bui svanire in lontananza e l’immagine del ragazzo che scriveva incipit sbiadire nel tramonto, sostituita da nuovi sogni di rivoluzione.
Lascia un commento