Ulisse, Calipso e le illusioni di Settembre

E l’autunno arrivò anche quell’anno e aveva la voce di Gianmaria Testa – l’avevo incontrato tra le pagine di un libro di Izzo e lo ritrovavo alla fine di ogni estate, con la voce che delineava quella sottile malinconia così simile alla mia, quella percezione che in fondo la vita, i rapporti, l’amore non fossero che lievi imprecisioni di un flusso che ci allontanava costantemente dalla felicità. Ci saremmo seduti sulla soglia di casa e avremmo raccolto i frammenti dei nostri ricordi, di quei brevi istanti in cui avevamo creduto di intravedere qualcosa di diverso rispetto allo scorrere prevedibile dei nostri giorni, alle scadenze che sapevamo di avere e ai compleanni che ci definivano con la pretesa di una responsabilità non desiderata – in fondo hai ventisette anni, dovresti iniziare a sentirti adulto e a convincerti infine della perdita della libertà dell’adolescenza, sembravano dichiarare. Li avremmo lasciati scivolare sotto la pioggia di ottobre e avremmo provato a raccontare a noi stessi la nostra storia, a illuderci che la tristezza sarebbe passata, ancora una volta, al termine dell’inverno.

E l’autunno arrivò anche quell’anno e io ripensavo a una donna – veniva da Córdoba, in Argentina, le avevo scritto poesie nei pomeriggi di un altro settembre; lei le leggeva con una voce tranquilla che si confondeva con le prime ombre della precoce notte di ottobre e poi mi diceva che sì, le erano piaciute e mi recitava le sue. Mi parlava della necessità della fine dell’estate, dell’importanza di avere un momento in cui lasciar cadere le foglie secche delle nostre illusioni agostane, dell’eccessivo desiderio di abbracciare la vita e le persone che ci conduceva a volere troppo, ad intrecciare più rapporti di quanto fossimo pronti a mantenere, a promettere sogni che sarebbero svaniti al risveglio delle piogge d’ottobre. In fondo, mi diceva, l’autunno ci permetteva di comprendere quali, tra i volti che avevamo raccolto negli inganni di un’estate che avevamo creduto infinita, avremmo voluto ancora accanto a noi per affrontare la durezza del gelo e quali invece avremmo lasciato svanire per poi rimpiangerli, forse, nelle pieghe di dicembre.

Scivolavo nel rumore tenue del centro che si svuota dai turisti – in via della Spada venivo sorpassato da una vecchia macchina con due suore a bordo, avevano la “P” di chi sta facendo pratica per la patente e l’espressione convinta di chi ha una missione da compiere (verosimilmente, uccidere due o tre americani biondi che passeggiavano con aria noncurante al centro esatto della strada) e Oltrarno, in Costa San Giorgio, mi fermai ad ascoltare un gruppo di messicani che improvvisavano “Guantanamera” sui gradini che conducono al fiume. Rimasi là a pensare alle illusioni, a come il mondo immaginato talora ci allontani e ci porti a rifiutare la realtà. Ulisse era rimasto sette anni con Calipso, sull’isola di Ogigia; la conosceva, probabilmente era arrivato quasi ad amarla, eppure alla fine volle tornare da Penelope, da una donna che non vedeva da vent’anni e di cui non sapeva niente – di lei per lui non esistevano che pochi ricordi e molti sogni, non restava che un volto di ragazza ormai svanito dietro ad una maturità raggiunta da tempo, non restava che un’immagine da costruire nella fantasia con le voci e i volti delle donne che aveva incontrato nel suo viaggio. E ripartì, se ne andò da Ogigia per inseguire quella che ormai era unicamente una sua invenzione, abbandonando gli occhi che vedeva ogni mattina e che forse ormai erano scoloriti dall’abitudine dei troppi anni passati, privi della novità della conquista o dell’idealizzazione del sogno che ci permette di illuderci che gli altri siano esattamente come li immaginiamo.

Salendo verso San Leonardo in Arcetri incontrai le voci di due signore bolognesi che indicavano le decorazioni incise su un muro di pietra – “Sai che non le avevo mai notate?” “Bastava guardare” “Non basta guardare, bisogna saper vedere”. Introdussi le loro conversazioni nel mio pensiero – molte volte ero stato incapace di guardare, di vedere, in passato, troppe volte ero partito come Ulisse lasciando ciò che mi sembrava ormai troppo usato per potermi comunicare alcunché e avevo cercato nuovi amici, nuovi volti, nuove storie, senza chiedermi se scrutando meglio nelle pieghe degli sguardi di ieri avrei potuto trovare qualcosa di ignoto e se in fondo la familiarità e la conoscenza profonda non potessero darmi un piacere equivalente alla ricerca superficiale di voci sempre nuove. Una ragazza di vent’anni camminava rasente il marciapiede; accanto a lei, una donna di mezza età mi scrutò brevemente e credetti improvvisamente di aver già visto i suoi capelli grigi – mi resi conto più tardi, quando ormai mi aveva superato da tempo, che si trattava della mia maestra delle elementari. Forse avrei imparato a smettere di fuggire dagli occhi azzurri di Calipso, mi dissi, forse con il tempo avrei infine appreso che Penelope non esiste, che nessuno corrisponde perfettamente all’immagine ideale che ce ne facciamo e che in fondo è meglio così. Il vento degli ultimi giorni di settembre accompagnava i miei passi verso piazzale Michelangelo e pensai che forse la fine dell’estate mi avrebbe aiutato a ricercare la familiarità dei volti antichi, ad abbandonare il desiderio di scoperta per abbracciare la fatica della costruzione dei rapporti, della conoscenza profonda, senza fuggire alla ricerca di sogni irraggiungibili dopo le prime difficoltà. Forse la mia amica di Córdoba aveva ragione, in effetti. Avevo bisogno dell’autunno.

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