E forse era già novembre quando Nausicaa si innamorò di Ulisse. Lo ascoltava parlare, seduto vicino alla finestra rivolta verso il mare lontano e fissandolo negli occhi scuri scopriva il riflesso del proprio volto silenzioso, il proprio sguardo spalancato sulle spiagge costruite dai suoi racconti, sui capelli delle donne da cui era fuggito nell’inquieto errare dei suoi anni di esilio. Si innamorò di lui, ma non volle dirglielo. In fondo, pensava rientrando nella sua stanza sopra la scalinata, piena di vecchi manifesti di film dimenticati, visti nella nostalgia della sua prima adolescenza, non si doveva rischiare di infrangere con la forza dei sentimenti la perfezione di quelle sere in cui lei stava al suo fianco e lui disegnava terre lontane in cui era stato o forse no, era tutto un’invenzione, questo lei non lo poteva dire. E dunque si limitava a fissarlo, credendo forse nella trasparenza del suo sguardo, nella possibilità che i frammenti di luce che si posavano sul suo corpo provenienti dalle candele quasi spente dal vento d’autunno potessero sottrarle il suo segreto e farlo penetrare lentamente nel suo interlocutore, rendendo l’amore un dato di fatto, una necessità anche per lui senza il rischio che i loro dialoghi notturni si disgregassero per l’impossibilità di un sentimento non ricambiato.
Lei all’epoca cantava al “Rick’s bar”, il locale di un comunista cinefilo in cui campeggiavano pressoché ovunque immagini di Bogart. Lui stava al porto e guardava le navi partire; ne salpavano molte, ogni giorno, ma nessuna era la sua. Non sapeva se la sua nave sarebbe mai partita; forse non sapeva nemmeno che aspetto avesse. Non era necessario che andasse a Itaca – molte imbarcazioni dirette a Itaca erano salpate dal porto negli anni in cui lo straniero venuto da est era rimasto a scrutare il mare, ma lui non le aveva mai prese. “Non è il tempo di tornare a casa.” aveva detto e così attendeva la destinazione inattesa, che gli facesse nuovamente desiderare la partenza. Nel frattempo si incontrava con lei – entrava nel bar di Ghiannis prima che facesse buio e rimaneva là a bere e a guardare le donne. Diceva che gli piaceva immaginare le storie delle sconosciute che apparivano e svanivano, pensare che avrebbero potuto sedersi al suo tavolo e poi uscire con lui per intraprendere il viaggio che attendeva da tempo e si sarebbero persi nella folla di San Giorgio di Maggio a Saintes-Maries-de-la-Mer o avrebbero guardato stupiti la notte scendere sulla Piazza Grande di Montepulciano. In fondo, però, era quasi sollevato quando le vedeva svanire, quando la possibilità del loro incontro, della necessità di confermare le sue fantasie, veniva meno e preferiva cullare il rimpianto della rinuncia alla disillusione della realtà.
Nausicaa cantava. Le avevano detto un tempo che aveva la voce matura di Maria Dimitriadi; di certo ne condivideva la fede anarchica e una certa quota del repertorio e quando cantava “Aftoús tous écho varetheí”, adattamento di Mikroutsikos di un testo di Wolf Biermann, ad alcuni tornava in mente piazza Syntagma che cantava “Bella ciao” per il No al Referendum, quando ancora speravano in un cambiamento possibile. I vecchi attendevano il giorno ascoltandola e poi andavano a dormire, perché in fondo odiavano il levarsi del sole sulle rovine del mondo di ieri, sul mondo che avevano costruito dopo la fine della dittatura e che era crollato dopo l’inizio della crisi. Ulisse taceva e la guardava, poi a fine serata uscivano insieme e le parlava dei suoi viaggi. A volte, mentre fissava per ore quegli occhi azzurri che non riusciva a capire, che non riusciva a spiegare, quegli occhi azzurri che aveva inseguito in un’estate di fronte al mare sperando di trovarvi una ragione, un frammento di verità o di amore, quegli occhi azzurri che guardavano sempre un po’ più lontano, nella malinconia di un passato perduto, riusciva a non sentirla vicina, a immaginarla come le altre passanti, nella lontananza che permette di inventare, e gli sembrava desiderabile come quando gli era apparsa per la prima volta, nell’alba dopo il naufragio, quando le aveva detto che sembrava un bocciolo di palma e lei l’aveva preso per mano per condurlo alla dimora di suo padre, l’orologiaio che si diceva che fosse stato un re, negli anni in cui ancora il tempo scorreva e le macerie della vecchia piazza ospitavano le assemblee e dal porto si partiva e si arrivava con gioia e non con la quieta rassegnazione del fallimento. Ora gli uomini per strada non avevano espressione, trascinavano i piedi in un passato che sbiadiva sempre di più nel grigiore di un presente moribondo e non si raccontavano più, non ascoltavano più, e le storie di ciascuno rimanevano chiuse nella sua solitudine, perché ognuno aveva il suo dolore e non poteva contaminarsi con la sofferenza degli altri.
Solo la figlia dell’antico re estraeva racconti dal dolore dei pomeriggi immobili, li estraeva e li conduceva con sé – taluni divenivano canzoni, altri venivano narrati agli occhi scuri di Ulisse, altri ancora si trasformavano nel nero di cui dipingeva le mura della città in certe notti di luna, perché l’isola rimanesse in lutto finché ogni sofferenza non fosse stata lenita. La pioggia portava via il colore e lei dipingeva di nuovo, perché ognuno guardando le pietre macchiate si sentisse meno solo. Il dolore di ciascuno era il dolore della città, dicevano le nere figure che coprivano le mura e ognuno vi ritrovava la propria storia e pensava che dipingendo Nausicaa avesse pensato proprio a lui.
E forse era già novembre quando Nausicaa e Ulisse uscirono dalla città che si addormentava all’alba e andarono a immergersi nella visione del mare d’inverno. Un tempo, quel mare era familiare; ella era bambina e le onde nelle mattine d’estate si infrangevano contro un eterno presente in cui era possibile giocare alla vita senza farsi male, in cui il futuro non esisteva e l’infanzia non sarebbe mai finita. Allora sapeva che gli adulti non erano mai stati bambini e solo per questo non sapevano sognare e non immaginava il lento svanire dei mostri marini visti in lontananza nei giorni di un’adolescenza in cui ogni frammento di un’infanzia ancora prossima doveva essere rigettato e distrutto. Allora suo padre era re e lei sarebbe stata regina, un giorno, e alla sera sulla spiaggia si suonava jazz e così sarebbe stato per sempre. Ora il vecchio orologiaio non poteva più regnare sulla città di morti ed era stato condannato a occuparsi del tempo, di quel tempo che ognuno entro le mura tinte di nero voleva riportare indietro e che invece egli misurava perché andasse avanti, sempre più avanti, verso la fine, verso un futuro che non esisteva più. Nausicaa sapeva che non sarebbe mai stata regina e il mare non era più familiare; non voleva più tornare ad esso, specchiarvisi nei giorni d’estate, voleva semplicemente prendere una nave per andare via, verso il Nord o verso le isole a Sud, e tornare a quelle acque solo per rimpiangere il suo volto di bambina sempre più deformato dai giorni e dalla lontananza.
“Sai – le disse Ulisse – oggi mi sono guardato allo specchio e non mi sono riconosciuto. Per molti anni, vagando da un’isola all’altra, da un porto all’altro, credevo di essere sempre lo stesso uomo. Ero l’eroe che tornava in patria e sognavo Penelope e il giorno in cui l’avrei riabbracciata. Mi trovavo al confine tra il passato e il futuro, tra la felicità del ricordo dei giorni in cui ancora la guerra era lontana e ancora riuscivo a ricordare la voce di Penelope nei brevi momenti in cui non potevo camminarle al fianco e la speranza del mattino in cui avrei fatto ritorno e di nuovo avrei recuperato la vita che avevo smarrito a vent’anni, quando mi finsi pazzo e fui ingannato da Palamede per partire per una guerra inutile. Ero sospeso tra un passato perduto e un futuro in cui avrei recuperato l’uomo che ero stato e il presente non aveva senso se non per il tentativo di tornare agli ultimi giorni della mia giovinezza, come se fosse possibile far tornare indietro il tempo e cancellare questi anni di dolore, di morte, di sofferenza. Ora sono qui. Potrei tornare a casa, il traghetto per Itaca parte ogni giorno alle dieci, ma perché dovrei farlo? Penelope, probabilmente, non mi ha aspettato; si sarà sposata e al mio ritorno dovrei ascoltare le solite giustificazioni confuse. “La ragion di Stato – diranno – credevamo che fossi morto.”
Quando vivevo a Ogigia, da Calipso, andavo ogni mattina sulla spiaggia che dà a est, che profumava di nostalgia proprio come questa. Un tempo il mare mi parlava, mi raccontava storie di luoghi lontani, mi spingeva a partire. In quei giorni anche l’antica inquietudine sembrava spenta. Calipso non parlava molto; aveva gli occhi scuri delusi da troppi marinai, arrivavano là, le promettevano di rimanere, lei forse si innamorava di loro, ma poi ripartivano sempre e rimaneva sola senza sapere bene se sarebbero mai tornati. Avevamo deciso di farci compagnia con le nostre solitudini, non ci amavamo, ma in fondo cosa importava? Sarebbe importato se l’amore avesse un ruolo, se funzionasse come nei libri che leggevo da ragazzo in cui lui si innamorava di lei e tutto alla fine andava come doveva andare, ma la vita ci insegna altro, ci insegna che si sta insieme per noia, per paura della solitudine, perché è troppo difficile lasciarsi e ci si può forse anche odiare e non volersi separare. Noi, in fondo, avevamo un legame più profondo di molti altri. Eravamo due persone ferite. Eravamo due persone a cui era stato promesso e non mantenuto. Lei aveva avuto le sue delusioni, i suoi marinai da rimpiangere in mille sere giù al porto, io una giovinezza perduta per l’illusione della gloria, per l’inganno che mi fu teso in un pomeriggio d’agosto. Dicevano che la guerra sarebbe durata poco. “Aspetta, Menelao – dicevo io – Passeranno gli anni ed Elena sfiorirà. Paride si stancherà di lei, la rimanderà a casa. Oppure sarà lei a voler tornare, stufa delle troppe mattine passate a svegliarsi accanto a lui e a temere un tradimento con la cameriera diciottenne.” Ma Menelao era un idealista. Credeva che l’amore durasse per sempre, forse, e che quindi solo l’esercito avrebbe potuto ricondurre sua moglie a Sparta. A vent’anni, quando partii, forse avrei potuto anche pensarla come lui.
Non rimasi con Calipso. Gli Dei mi imposero di ripartire. Ora sono qui, sono qui con te e non voglio tornare a Itaca. Voglio trovare una nave su cui condurre i tuoi occhi azzurri, su cui permettere alla mia inquietudine di unirsi alla tua per cercare altrove altre storie da raccontare. Sorridi – probabilmente pensi al vecchio soldato divenuto sensibile ai sentimenti, ma vedi, alla fine che senso avrebbe ripartire per recuperare una vita che non mi appartiene più? Ci siamo raccontati le nostre esistenze, abbiamo condiviso le sere d’autunno, forse ci siamo innamorati – non so cosa significhi questa parola, è passato tanto tempo – e dunque è forse tempo che rinunci al passato per il presente e all’illusione di una donna di cui non ricordo più la voce per i tuoi silenzi quando mi ascolti sulle rive del mare.”
“Mio padre non dorme mai – rispose Nausicaa – utilizza ogni momento per cercare di riparare il tempo, quel tempo che si è irrimediabilmente danneggiato in quel giorno lontano in cui finì il suo regno e qualcosa si bloccò e ci privò del futuro. Ha ricreato un piccolo universo con gli ingranaggi degli orologi e cerca di capire come tutto possa tornare come prima, come tutto possa tornare a scorrere. Ma io non voglio che tutto torni come prima. In quegli anni vivevo chiusa nella grande casa nella Piazza Grande, senza mai uscire a vedere il mondo. Gli uomini erano figure lontane che intravedevo oltre le tende nei giorni di festa, le storie che leggevo erano solo quelle dei libri, dei rari libri che erano ritenuti utili per la mia formazione culturale. Quando tutto finì, abbandonammo quella casa e io iniziai a conoscere la città. Passavo le mie giornate a cercare di scoprire nuove vie; entravo nei negozi e rimanevo stupita nello scrutare i volti, tutti così diversi da quelle poche facce che potevo vedere nei giorni in cui vivevo a palazzo. Chiedevo a ognuno la sua storia e ognuno mi raccontava il suo dolore. Scoprii che era molto più interessante di ciò che potevo leggere nei libri. Poi ho conosciuto te, venuto dal mare in un giorno lontano, e avevi tante storie da raccontare, tanti luoghi che mi sembrava quasi di vedere dalle tue descrizioni, tante esistenze che avevi incrociato e che mi sapevi ricostruire, da Filottete, con la sua ferita putrefatta, a Achille, che preferì la gloria ad una vita lunga e se ne pentì. Quando ti sentii parlare, capii che volevo avere i tuoi occhi vicini nella mia scoperta del mondo e che non mi interessava l’imperfezione di ciò che mi circondava, perché nel mondo perfetto immaginato da mio padre non avrei potuto vedere ciò che desideravo, mentre ora posso scrutare, posso ascoltare, posso scoprire. Ho comprato due biglietti per il primo traghetto del mattino. Partiremo insieme, se vorrai”.
Si allontanarono nell’alba. Il porto era poco lontano. Nella sua bottega al piano terra, l’orologiaio cercava l’ingranaggio che avrebbe reso il mondo di nuovo perfetto. La vernice che Nausicaa aveva gettato sulle vecchie mura stava sbiadendo. Quando scomparve definitivamente, due mesi dopo, nessuno si ricordò più della figlia del re, né delle prime pagine dei giornali del mattino che, in un giorno freddo non molto lontano, ne avevano denunciato la fuga.
Lascia un commento