Clima, stigma e altre amenità: fenomenologia di una shitstorm

Ma andate a lavorare i campi a zappa che l’ansia vi passa in mezz’ora !!!

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Una persona di normale intelligenza ma abituata a pensare in proprio, salta dalla sedia quando legge “ecoansia”. Invece noi abbiamo un ministro che si commuove, quindi vi auguro di fare soldi a palate. Perchè non si può avere pietas di deficienti che prima si fanno condizionare e poi ricorrono a voi..

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Migliore terapia: alzarsi presto e andare a lavorare

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la miglior cura? un mese nella baraccopoli di Calcutta e vedi come ti passa. Curate pure l’euroansia?

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Il vuoto di futuro produce apocalissi. Sembra lontano il tempo in cui Fukuyama proclamava la fine della storia, in cui il futuro veniva soppresso dal neoliberismo dominante in favore di un presente di benessere e democrazia. Secondo una logica che apparteneva già a Hegel, Fukuyama alla fine del secolo scorso riteneva che il passato avesse avuto la funzione di condurre fino a quel preciso punto, al trionfo dell’Occidente contro il blocco socialista e all’espansione mondiale dell’economia di mercato, e dunque, ora che l’obiettivo era stato raggiunto, non vi era più alcun progresso possibile, alcun futuro da costruire apprendendo dalle vicissitudini dei secoli trascorsi. Ora che le aspettative di allora di “magnifiche sorti e progressive” sono crollate, ora che gli scricchiolii del sistema sono evidenti sia per le evidenti diseguaglianze del capitalismo globale che per i segnali sempre più allarmanti del cambiamento climatico, è ovvio che una cultura senza futuro, senza la possibilità quindi di strutturare un’idea di mutamento che porti a un avvenire migliore (perché l’avvenire, lo dice Fukuyama e lo dice la struttura del tempo nel capitalismo per come analizzata da autori come Helmut Rosa e Enzo Traverso, non ha spazio nella società contemporanea) produca il senso della fine del mondo imminente. Non sta finendo il nostro mondo, come speravano i marxisti quando cercavano di individuare i segni dell’imminente crollo del capitalismo, sta finendo il mondo tout court. E quindi ecco che appena un avvenimento destabilizza o sottolinea la necessità di cambiare il sistema, la lettura che ne viene data è apocalittica: c’è una guerra in Europa e si paventa il disastro nucleare, vi sono i segni del cambiamento climatico e si parla di un disastro imminente senza fare riferimento alla possibilità di politiche di riduzione delle emissioni. Perché l’apocalisse ha questo di bello: se il mondo sta finendo, è inutile impegnarsi politicamente, è inutile chiedere un cambiamento politico, tanto la fine è vicina e inevitabile. L’apocalisse è assolutamente conservatrice. L’apocalisse è reazionaria, anche se, come scrive Bifo, la consapevolezza della fine può essere utilizzata per creare cambiamenti.

Se l’unica categoria di lettura di ciò che avviene è legata alla fine del mondo, è inevitabile che la reazione a ciò che avviene sia la paura, che è un’emozione evolutivamente sviluppatasi proprio per segnalare all’organismo un pericolo o il rischio di morire e per prepararlo a fronteggiarlo. Quindi da una parte si svilupperà una paura o un’ansia legata, ad esempio, al cambiamento climatico che può giungere fino a bloccare e a rendere inermi, dall’altra parte vi sarà chi cercherà di allontanare la paura dicendosi che non sta succedendo niente, ossia utilizzando quella che in termini psicoanalitici viene definita una difesa di negazione: non ho angoscia perché non è vero nulla, perché stanno mentendo, perché fa caldo, ma in estate ha sempre fatto caldo e chi dice il contrario lo fa per interessi più o meno oscuri.

È in questa ottica che vorrei leggere quanto accaduto in questi giorni intorno all’Associazione Italiana Ansia da Cambiamento Climatico. I fatti: la testata “Libero” riprende, in modo irridente, un decalogo dell’AIACC pubblicato altrove riguardo alle modalità per ridurre l’ansia da cambiamento climatico – varie delle quali sono volte a stimolare l’attivismo, quindi a ridurre il senso di inevitabile apocalisse imminente – e scrive che per l’Associazione invita a votare per il Partito Democratico. Dopo la pubblicazione, una discreta quantità di persone inizia a scagliarsi contro le pagine Facebook e Google dell’Associazione nella migliore delle ipotesi negando il cambiamento climatico e producendo fantasiose ipotesi complottiste, nella peggiore facendo ironia su chi di ansia da cambiamento climatico soffre e richiede aiuto per tale problema. La chiave di lettura proposta è sostanzialmente uniforme: l’ansia da cambiamento climatico deriva da una condizione di benessere dei giovani, non abituati alla durezza della vita e dotati di molto tempo libero per pensare a strane cose come il cambiamento climatico, e l’unico rimedio è il lavoro duro, fisico, come dissodare i campi con una zappa, oppure sottoporsi a privazioni che tolgano dalla testa queste idee curiose. Purtroppo, così come le tesi complottiste proposte non risultano particolarmente originali (alcuni commenti citano ancora Bill Gates come massimo esponente del nuovo ordine mondiale), anche l’ironia su chi soffre di condizioni ansiose legate al cambiamento climatico non è nuova e ha anche un nome. Si chiama stigma. È una visione che ritiene chi è vittima di un disturbo mentale diverso dal resto della popolazione o addirittura meritevole di esclusione sociale per il fatto stesso di soffrirne. La persona sofferente viene denigrata, ad esempio con l’argomento molto diffuso per cui i disturbi mentali nascono dall’ozio. Tale argomento, peraltro, è il motivo per cui per molto tempo nei manicomi si è praticata l’ergoterapia: si riteneva infatti che, se non si tenevano occupati gli internati, vi era il rischio che peggiorassero, mentre la letteratura scientifica ha poi dimostrato che era proprio il ricovero prolungato in ospedale psichiatrico a cronicizzare la malattia e a ridurre sempre di più il funzionamento individuale. Ecco, in questo assalto collettivo alle pagine dell’AIACC lo stigma compare nuovamente e le persone che chiedono aiuto per l’ansia da cambiamento climatico divengono ancora una volta oziosi da curare con il lavoro.

La società neoliberale produce solitudini. Siamo individui soli in lotta contro altri individui, in un hobbesiano homo homini lupus. È inevitabile dunque che ciò che supera le forze dell’individuo, come il cambiamento climatico, porti a un senso di impotenza e paura, al senso della fine del mondo imminente, percepito o negato. L’unico modo per costruire nuovamente un’idea di futuro è unirsi, fare rete, costruire alternative. Solo così l’apocalisse individuale potrà diventare un cambiamento collettivo.

Bibliografia:

Franco “Bifo” Berardi, Il terzo inconscio. La psicosfera nell’era virale. Nottetempo, 2022
Helmut Rosa, Accelerazione e alienazione. Per una teoria critica del tempo nella tarda modernità. Einaudi, 2015
Enzo Traverso, La tirannide dell’io. Scrivere il passato in prima persona. Laterza, 2022

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