Poesia e lotta di classe: considerazioni sparse su “Alla linea” di Joseph Ponthus

Non so quando è stato che ho smesso di leggere romanzi. Forse il punto di passaggio è stato l’inizio della specializzazione, la necessità di formarsi, studiare, leggere per dare ordine a una costellazione di volti, voci e situazioni che conoscevo poco e in cui faticavo a orientarmi. Forse è stato il bisogno, poi, di inquadrare ciò che osservavo in un contesto sociale e culturale, in un frangente storico, per riuscire a passare dall’individuale al collettivo. Comunque sia, se per molti anni la letteratura di finzione era stata per me la principale modalità di accesso alla comprensione del reale, da un lustro ho iniziato a costruire uno sguardo sul presente e sul passato attraverso la saggistica, con rare intrusioni nell’universo romanzesco.

Mi ha dunque molto colpito la lettura di “Alla linea” di Ponthus, autore scoperto quasi per caso in una delle mie esplorazioni estive in cui mi perdo nelle librerie. Mi ha colpito perché mi ha restituito quella capacità della letteratura e della poesia di dare uno sguardo immediato e sintetico di una realtà complessa – la frammentazione e la precarizzazione del lavoro nel mondo contemporaneo, il persistere della fabbrica e delle dinamiche marxiane di alienazione, una certa dimensione totalizzante e usurante propria di molte occupazioni nel mondo contemporaneo che invadono la vita fino a rendere impossibile qualsiasi evasione (“un testo – scrive Ponthus – sono due ore/due ore rubate al mangiare alla doccia alla passeggiata del cane”). E mi ha colpito la capacità di restituire alla letteratura e alla poesia quella dimensione di resistenza che avevo amato nei testi di Izzo, nella loro rivendicazione di spazi di umanità in una contemporaneità sempre più conflittuale. E poi, il verso libero, la poesia che esce dal ritiro nell’interiorità tanto sperimentato nell’ultimo trentennio per farsi di nuovo carne, dolore, protesta, come nei versi di Hugo, di Aragon, di Majakovskij.

La trama è apparentemente semplice – Ponthus, trasferitosi da Parigi per seguire la moglie, deve abbandonare la sua occupazione nel sociale per andare a lavorare in fabbrica come interinale. Eppure, in questo libro ho trovato un universo di volti e di storie spesso racchiusi in pochi versi o in poche pagine con estrema precisione, vicino in qualche modo alla costellazione di vicende che si trova inframezzata alla trama principale in romanzi-mondo come “Cent’anni di solitudine” o “Guerra e pace”. Il vissuto della fabbrica non ê mai limitato alla dimensione soggettiva, si nutre di relazioni, di conversazioni, di storie, costruendo l’immagine vivida di un destino collettivo, il destino di chi, come la Vincenzina della canzone di Jannacci, guarda la fabbrica “come se non c’è altro che fabbrica”.

Non so quando è stato che ho smesso di leggere romanzi. Non so quando è stato che ho smesso di entusiasmarmi per un romanzo al punto di rimpiangerne la fine. Con questo libro di Ponthus è successo.

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