Hanno aggredito una collega, di nuovo. Ne parlano i giornali – 45 minuti di sequestro da parte di una persona con un coltello e un cacciavite negli spazi del Centro di Salute Mentale di Montedomini, a Firenze, la paura, il pensiero che va alla fiaccolata di Pisa dell’anno scorso fino al muro su cui era stata massacrata la responsabile del reparto, quella che ogni tanto, nei mesi in cui lavoravo a Empoli, sentivo per i trasferimenti dei pazienti. La collega aggredita a Firenze la conosco dai tempi della specializzazione e questo forse fa sentire tutto più vicino e più emotivamente saliente, fa avvertire di più la preoccupazione – quando capiterà a me? – e la rabbia perché sembra anche troppo facile percepirsi come Cassandre che – quasi sempre inutilmente – hanno denunciato le condizioni di rischio in cui lavorano, hanno chiesto supporto, protezione. La rabbia, nel mio caso, è anche un’altra, ossia che chiedere protezione, come psichiatri, sembra rinfocolare l’antico pregiudizio – totalmente falso, per quello che dicono i dati – che il paziente psichiatrico sia pericoloso, imprevedibile, violento. Sostenere le frasi per cui “a quello non gli sto vicino, è matto, metti che poi mi fa qualcosa”. E penso a tutti i volti che ho incontrato e l’emozione che avverto è a volte tristezza per vite bloccate e sofferenti, a volte rabbia per la difficoltà (e a volte impossibilità) a stabilire un’alleanza, ma quasi mai paura. Quasi mai mi sono sentito in pericolo, nella stanza con i miei pazienti, quasi mai ho sentito paura per la mia incolumità, nonostante la stanza dei colloqui sia un luogo di emozioni, in cui si urla, si piange, ci si arrabbia.
Vorrei dire quindi che il problema sta altrove, che non chiedo protezione dall’umanità sofferente che entra dalla porta, non mi serve, i miei pazienti non mi fanno paura. Chiedo protezione dall’ideologia perversa per cui, dato che, contrariamente a quello che dicono i dati, chi ha un disturbo psichico è ritenuto potenzialmente violento, allora tutta la violenza diviene la possibile spia di un disagio mentale e dunque se ne deve occupare la psichiatria per spegnere e rendere mansueto chi non lo è, un po’ come facevano a Guantanamo, dove usavano farmaci psicoattivi per sedare dei detenuti che erano sicuramente potenzialmente violenti, ma con altrettanta certezza non affetti da alcun disturbo psichico. Penso che si tratti di un problema non semplice – abbiamo perso di vista, come società, il fatto che le scelte e le azioni delle persone hanno radici molteplici, che vanno dalla storia di vita, magari caratterizzata dall’abitudine alla violenza come modalità per far valere le proprie ragioni, alle condizioni economiche, dall’ambiente di provenienza – dove magari la violenza può essere spesso utilizzata – all’indole individuale. Abbiamo perso di vista che siamo liberi anche di essere cattivi, violenti, aggressivi e lo vorrei dire a volte ai giornalisti che per ogni atto di violenza incomprensibile evocano la competenza psichiatrica, a chi una volta al telefono mi disse con la massima naturalezza che era certo che una situazione fosse di mia competenza perché “be’, mi scusi Dottore, ma è aggressiva…”, alla magistratura e alla politica che dopo la chiusura – meritoria e necessaria – degli ospedali psichiatrici giudiziari spesso hanno aumentato la pressione sui servizi di salute mentale affinché mettessero in atto programmi di cura che consentissero di evitare agiti aggressivi non correlati con disturbi mentali.
Essere da soli con i pazienti non è un problema, non lo è mai stato. Essere da soli con la violenza, chiunque la agisca, è un problema e non si risolverà con i corsi di difesa personale o con il recupero delle vecchie pratiche manicomiali, in cui medici e infermieri, lasciati soli con tutte le manifestazioni di chi arrivava nel reparto di accettazione, anche quelle più aggressive, si trasformavano in carcerieri. La violenza si affronta con la consapevolezza della sua multifattorialità, senza delegarne la gestione alla psichiatria e fornendo agli psichiatri, come a tutti gli altri cittadini, la protezione necessaria da parte della magistratura e delle forze dell’ordine, senza l’idea che chi lavora in salute mentale a certe cose dovrebbe essere abituato e dunque dovrebbe vedersela da solo.
Purtroppo, in conclusione, a volte l’umano è crudele. Uccide, aggredisce, fa iniziare guerre, stermina per ragioni etniche o religiose i suoi simili. Dovremmo riappropriarci della cattiveria che abbiamo dentro, riconoscere anche in noi la possibilità di commettere il male, anziché proiettarla sull’Altro mettendogli addosso un’etichetta, quella di “folle”, che ci dica in modo rassicurante di non preoccuparsi, che la violenza e l’aggressività riguarda lui perché è matto, mica la popolazione sana. Dovremmo guardarci dentro come Agostino nelle Confessioni e riconoscerci parte di quell’atomo opaco del male in cui a volte vige il principio hobbesiano per cui l’uomo è un lupo per l’altro uomo.
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