Scritti e racconti

  • Il bar si trovava a poca distanza dal viale. Il tram, poco lontano, andava avanti e indietro inseguito da torme di turisti in ritardo nel calore del pomeriggio. Nell’angolo, un jukebox suonava una canzone di Brel, mentre la televisione trasmetteva un programma calcistico. L’Italia aveva perso con la Svizzera ed era stata eliminata dai campionati

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  • Hanno aggredito una collega, di nuovo. Ne parlano i giornali – 45 minuti di sequestro da parte di una persona con un coltello e un cacciavite negli spazi del Centro di Salute Mentale di Montedomini, a Firenze, la paura, il pensiero che va alla fiaccolata di Pisa dell’anno scorso fino al muro su cui era

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  • “L’esilio è un duro lavoro”, recita un’opera vista alla Biennale di Venezia in una domenica di luglio passata ad attraversare i racconti di identità migranti, siano esse quelle dei sans papier di cui in una stanza si percorrono le traiettorie sulle strade d’Europa e d’Africa, siano esse le voci e i volti di chi si

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  • Alla fine della lotta di classe, c’è una stanza di media grandezza, a volte con un tavolo e due sedie, a volte solo con alcune poltrone, forse un divano, a seconda delle preferenze dell’occupante. All’interno, si può trovare uno psichiatra che prescrive farmaci, uno psicoterapeuta che ascolta e cerca di costruire discorsi e disponibilità ad

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  • Ismail Kadaré è morto, questo scrivono i giornali. Nel guardare la sua foto, scopro di non aver mai visto il suo volto – negli anni in cui lo leggevo, ancora non cercavo di assegnare ad ogni nome di autore un viso, a ogni viso una voce. Ho ancora sullo scaffale dietro il letto quel libro

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  • Conobbi Arsenio all’inizio dell’estate. Il mondo di là partecipava allo scorrere dei giorni e delle stagioni, rifiutando solo di misurare le ore e i minuti, che non avevano senso per chi ormai non aveva più tempo per costruire un’esistenza. Gli unici a possedere un orologio erano i dirigenti del secondo piano del Ministero, che dovevano

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  • I Qualcuno doveva avermi calunniato, perché a inizio primavera, in un anno come tanti, senza particolari avvisaglie date dal fisico, dal clima, dal contesto socioeconomico e politico, si presentò alla porta la morte. Aspetto sui trent’anni, aria tendenzialmente annoiata, una giacca troppo grande, mi chiese di entrare e, aprendo una borsa voluminosa mi disse, sciorinando

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  • Il silenzio grande parla di case e di lutti. Parla di come i luoghi si impregnino della presenza delle persone fino a diventare inscindibili dal ricordo, portando con sé storie che quasi sembra di poter smarrire lontano da quelle mura. E dunque lasciare una casa vuol dire anche in qualche modo separarsi dalle persone che

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  • Ho uno splendido ricordo dei miei anni di specializzazione, terminati da poco. Nelle stanze della clinica ci si passavano i libri di fenomenologia, gli articoli di Parnas e gli scritti di Koukopoulos, ci si consigliavano a vicenda i testi sacri del post-razionalismo e della psicoanalisi, riconoscendo affinità con alcune posizioni e maggiori difficoltà con altre.

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  • “Ti ricordi via Macrobio?/Qualche volta eri felice”. Nel sottofondo della sera pasquale Piero Ciampi canta gli addii non più evitabili, quelli in cui ci si illude di potersi aggrappare ai pochi ricordi che salvano, ignorando la marea che conduce a largo. Tra le dita ho una rosa dei venti, un giusto simbolo di questo anno

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