Scritti e racconti
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Per quanto tempo avevamo atteso la primavera? Ottobre, mesi prima, ci aveva quasi sorpreso. Uscivamo dalle speranze delle sere d’estate, in cui tutto sembrava finito, la paralisi del tempo era stata solo una delle tante deviazioni della storia, qualche mese di ritardo sulle magnifiche sorti e progressive. A ottobre rientravamo tardi e stavamo a parlare
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La sera ascolto Keith Jarrett, leggo Rumiz. Parla di Trieste, delle vie che conducono a Vienna. Ripenso a quella Vienna conosciuta nel gennaio 2020, quando ancora progettavamo i viaggi per l’estate e rimanevo in coda per due ore per i posti in piedi alla Staatsoper, reggendo stoicamente all’assalto dei bagarini che proponevano karten a cento
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Nell’anima dell’uomo si alternano sistole e diastole, turbamento e tranquillità, gioia e angoscia, speranza e disperazione. Fuori dell’anima dell’uomo (posto che esista un fuori) l’alternarsi delle stagioni E. Montale, Variazione n.30, da Trentadue Variazioni (1972) . Ho visto qualche giorno fa Departures, un film del 2008 su un violoncellista che, dopo lo scioglimento dell’orchestra, inizia
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Ascoltare Lolli nei giorni ovattati di questa pandemia fa quasi male, di quel dolore tenue che sa di malinconia e di ricordo. Basta il solo di sax di Ho visto anche degli zingari felici e fuggo nei giorni dei miei diciott’anni. Allora, in un precoce risveglio politico, il mondo era semplice e la scuola occupata era il
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Ed era lui davvero, il cassiere del “Pitagora”che guardava così familiarmente le cose distantie ripagava con l’oro delle stelle, che del resto non era suoripagava debiti ancora sconosciuti di uomini e di secoli Ghiannis Ritsos, Cronaca In questa nuova primavera che non riporta la speranza, ma solo la stanchezza dei troppi giorni a scontare la
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In questo angolo riposto della storia fatto di solitudine in cui ormai da un anno siamo entrati si sente nostalgia della vita. Della banalità di una serata a teatro, del trascorrere da un interesse all’altro, del lasciarsi esistere nelle notti d’estate troppo lunghe nelle strade del centro o in una casa di periferia. Nella stanza,
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C’è quasi un’angoscia di senso, nel quarto concerto per pianoforte di Beethoven. Lo ascolto mentre il brusio mediatico riporta le parole di marzo, i contagi che crescono, la vita che di nuovo deve contrarsi per preservarsi. E dunque ascolto Beethoven, forse per trovare di nuovo la forza, forse per aggrapparmi alle sue olimpiche certezze. Di
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Quello che mi viene richiesto è definirmi, darmi un volto. Lo richiedo a me stesso, dovrei comprendermi in qualche modo, immagino che dovrei avere qualche strumento ormai per farlo. Invece mi trovo qui, alla fine di un’altra serata, con le parole dette per darmi una fisionomia che non mi rappresentano, la stabilità di un volto
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Sto ricominciando a ricordare i sogni. A diciannove anni li scrivevo, nella speranza di trovarvi qualcosa, una storia da raccontare probabilmente o forse un frammento di verità per comprendermi meglio. Il romanzo che pianificavo allora rimase un progetto, un quaderno abbandonato in un armadio e un incipit grandioso in cui una testa di Lenin avanzava
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Dimentichiamo l’infanzia e le poesie avevo scritto su un foglio prima che iniziasse il lockdown, prima che la vita si fermasse e tutto entrasse in una sospensione che tagliava i fili dell’esistenza senza che sapessimo se qualcuno li avrebbe mai riannodati. Dimentichiamo l’infanzia e le poesie, scrissi. Non ricordiamo ciò che coltiva l’illusione del superfluo,